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La Fao approva il testo finale con la riserva di Argentina e Cuba

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Il vertice della Fao sull'emergenza alimentare
“Il cibo non può essere usato come strumento di pressione politica ed economica”. La dichiarazione finale del vertice Fao, arrivata nella tarda serata di ieri dopo numerosi rinvii, si apre con un documento che mette in chiaro come nessun paese possa utilizzare il cibo per rafforzare il suo potere, sia in campo politico sia in campo economico. Allo stesso modo, nella dichiarazione finale si definisce senza mezzi termini “inaccettabile che 862 milioni di persone nel mondo siano ancora oggi denutrite”. Il testo è stato licenziato nella stesura originaria e ad esso sono state allegate le note critiche di Argentina, Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador e Nicaragua.

Dopo una giornata di febbrili consultazioni tra i delegati arriva, dunque, una risoluzione finale che, per quanto da molti considerata “deludente” e “non conforme alle aspettative della vigilia” pone fine al vertice romano, caratterizzato anche per le parole infuocate rivolte dal presidente iraniano Ahmadinejad all’Onu e a Israele. Il testo prevede sei miliardi e mezzo di aiuti: è questa la cifra che paesi e organizzazioni si sono impegnati a stanziare. La Banca Mondiale ha promesso 1,2 miliardi di dollari, gli Stati Uniti 1,5 miliardi, la Francia 1,5 miliardi su 5 anni, il Regno Unito 590 milioni di dollari. L’Italia, come aveva già annunciato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si è impegnata a versare 190 milioni di euro. Lo stesso premier italiano, in un’intervista alla Radio Vaticana, a proposito dell’emergenza alimentare aveva aggiunto: “Non dobbiamo assistere senza fare nulla all’impennata dei prezzi. Se c’è qualcuno che deve pagare prezzi in più, c’è anche qualcuno che incassa prezzi in più. E quindi bisognerebbe chiedere agli Stati dove ci sono i produttori che hanno queste utilità di tassare questi utili e che il sovrapprezzo speculativo dei produttori venga destinato in parte ad aiuti immediati”.

Nel testo finale si invita la comunità internazionale “a continuare i suoi sforzi per la liberalizzazione delle politiche agricole, riducendo le barriere al commercio e le politiche distorsive del mercato”. Al punto 11 della dichiarazione si legge che “adottando queste misure si daranno ai contadini, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, nuove opportunità per vendere i loro prodotti sui mercati mondiali e sostenere i loro sforzi per aumentare la produttività e la produzione”. Quanto ai biocarburanti, la dichiarazione sostiene come sia “essenziale affrontare le sfide e le opportunità poste, alla luce della sicurezza alimentare mondiale, dell’energia e dello sviluppo sostenibile”. “Siamo convinti che studi approfonditi siano necessari per assicurare che la produzione e l’uso dei biocarburanti sia sostenibile e tenga conto della necessità di raggiungere e mantenere la sicurezza alimentare globale”, si legge ancora nel testo. La bozza invita inoltre “a intraprendere iniziative per moderare le fluttuazioni anomale del prezzo dei cereali” e si conclude con l’impegno a “eliminare la fame e ad assicurare cibo per tutti oggi e domani”.

Ma cosa ha costretto i delegati dei 181 paesi a trovare un accordo così sofferto? Al centro delle trattative c’è stato lo scontro tra alcuni paesi, con in testa il Brasile, che non avevano alcuna intenzione di firmare il documento che “demonizza i biocarburanti”, anche se il sottosegretario brasiliano all’Energia e all’Agroalimentare, Manoel Vicente Fernandes Bertone, nelle stesse ore assicurava che “il capitolo biocarburanti, non ha avuto problemi nel corso dei negoziati”. Caracas, invece, denunciava “la mancanza di spirito umanitario”, il rappresentante dell’Avana accusava la “politica di aggressione degli Stati Uniti”. Il delegato argentino ha insistito più volte per eliminare il termine “restrittivo” da un paragrafo del documento nel quale si riafferma “la necessità di ridurre l’uso di misure restrittive che potrebbe accrescere la volatilità dei prezzi a livello internazionale”. In particolare, l’Argentina chiedeva che fossero criticati anche i sussidi all’agricoltura dei paesi industrializzati.

“Oggi si pongono le basi, il successo del vertice si vedrà nel futuro e da incontri di questo tipo non emergono soluzioni a breve scadenza, ma si tratta di individuare strategie per raddoppiare la produzione alimentare mondiale entro il 2050 – ha sottolineato il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, che nella conferenza stampa finale ha snocciolato i numeri del vertice: 5559 partecipanti, 40 capi di stato, 181 paesi membri, e 1298 giornalisti - Abbiamo trascorso ore ed ore a dialogare, a scambiare idee per arrivare a compromessi a volte difficili e l’adozione così sofferta del rapporto e della dichiarazione finale della conferenza ne è la testimonianza. La situazione alimentare resta molto difficile, ma il nostro obiettivo è quello di dare una svolta a questo problema”. Critica Action Aid, una delle tante organizzazioni non governative presenti a Roma nel contro forum sull’alimentazione. La questione dell’accesso alla terra e alle risorse naturali resta, secondi i responsabili dell’ong, un tema “drammaticamente attuale”, mentre risulta ancora poco indagato “il legame tra i cambiamenti climatici e le condizioni di vita dei piccoli agricoltori”. Allo stesso modo, “non è emerso chiaramente il ruolo indubbio giocato dalle speculazioni finanziarie e dalle multinazionali nell’innalzamento dei prezzi”.

  • marino.petrelli
  • Venerdì 6 Giugno 2008
La sfida tra Obama e McCain vista dagli esperti americani »
« Vertice Fao contro la fame: l’accordo è lontano

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