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Da Dakar
Come in tutto il mondo, anche in Senegal l’ascesa dei prezzi dei cereali ha avuto ripercussioni drammatici effetti sulla popolazione. Dopo le prime proteste di piazza, il Presidente della Repubblica, Maître Abdoulaye Wade, ha lanciato un appello per aumentare la produzione di cereali attraverso un piano (Grande Offensive Agricole pour la nourriture et l’abondance) che dovrebbe portare la produzione di riso a 500.000 tonnellate (l’anno scorso se ne sono prodotte a malapena 100.000), grazie a un investimento previsto di 344 miliardi di franchi CFA (più di 500 milioni di Euro). Il tutto condito con il solito appello ai paesi donatori e con l’invito a ministri, parlamentari e alti dirigenti dello stato e delle imprese.
Dibattito aperto a Mékhé. Arriviamo a Mékhé, a 120 chilometri dalla capitale Dakar, nella sede di UGPM (Union des Groupements Paysans de Mékhé), un’associazione contadina di base in rapporti di partnership della Ong Fratelli dell’Uomo, presente in Senegal dal 1992. La sala riunioni è piena di facce attente, in buona parte donne. Samba Batch, responsabile del progetto di sicurezza alimentare della Ong, sta illustrando il piano presidenziale. Al termine del suo intervento si apre il dibattito. I commenti sono preoccupati: siamo al 13 maggio, le piogge dovrebbero iniziare a metà giugno, non è il momento di fare proclami ma di organizzare la campagna agricola per il 2008. Perché il piano non dice niente di arachidi e nyebé (una varietà locale di fagioli)? Perché fino a ieri ci incoraggiavano a produrre agrocarburanti? Perché dovremmo concedere preziosi ettari di terra a gente che non ha mai preso una zappa in mano?
Alla fine decidono di affidarsi alle proprie forze. Il rappresentante di ogni villaggio dichiara quante aziende agricole familiari rappresenta, quanti ettari sono previsti per arachidi, miglio, nyebé e manioca. Quasi tutti i gruppi sono pronti per la campagna di semina, ogni famiglia pianterà miglio e nyebé.
I più avvantaggiati sono i 20 villaggi coinvolti dal progetto di sicurezza alimentare, i quali si sono preparati da tempo acquistando sementi migliorate di produzione locale. I più preoccupati sono i villaggi della zona in cui si coltiva soprattutto manioca che poi vendevano per acquistare cereali sul mercato. La banca dei cereali gestita direttamente da UGPM proteggerà i gruppi più deboli dalla speculazione.
In attesa della pioggia. Ci rechiamo in visita ad alcuni villaggi, dove UGPM è presente nella zona dal 1985: i segni dell’intervento si vedono un po’ dappertutto, migliaia di alberi di mango e anacardio per proteggere il terreno dall’erosione eolica, vivai di villaggio, riserve di cereali gestite collettivamente da ogni villaggio. Il clima è di fervente preparazione: tutti aspettano le piogge, ma le piogge, ormai da trent’anni, non sono più così abbondanti. Un vecchio equilibrio è andato in crisi, i contadini della zona ne stanno cercando uno nuovo che permetta ai giovani di non avere l’emigrazione come unica prospettiva. La soluzione sarebbe quella di facilitare l’accesso all’acqua permettendo l’avvio di colture irrigue.
L’acqua ci sarebbe, ma bisogna andarla a prendere a più di 30 metri di profondità, nella zona ci sono ben 66 pozzi abbandonati perché le pompe si sono rotte ed è troppo difficile o costoso far arrivare i pezzi di ricambio. Quelle in funzione sono alimentate a mano e faticosissime da operare, tanto che le donne dei villaggi denunciano che l’estenuante lavoro di procurare l’acqua per tutta la famiglia ha causato diversi casi di aborto spontaneo.
Pannelli solari. Nel villaggio di Tabi nel 2006 è stata installata una pompa alimentata da pannelli solari (i cui componenti arrivano dall’Europa), l’investimento è stato molto impegnativo per il villaggio, 18 milioni di Franchi CFA (circa 27.000 Euro), ma è stato reso possibile da un fondo di microcredito messo a disposizione dal SIDI (la Solidarité internazionale pour le Developpement et l’Investissement).
Gli impianti sono garantiti per una durata di 20 anni, il costo di esercizio e vicino allo zero, non c’è bisogno di acquistare petrolio, non si paga la bolletta, non si contribuisce al cambiamento climatico. Da quando è stata installata la pompa, la vita al villaggio è cambiata, per avere 10 metri cubi d’acqua al giorno basta spingere un bottone; le donne hanno messo a coltura un orto comunitario che quest’anno ha prodotto più di 4 tonnellate di pomodori ed altri ortaggi, niente male per un villaggio di 57 famiglie.
Il piano prevede l’estensione dell’esperienza di Tabi ad altri villaggi attraverso una campagna di raccolta fondi che sta già dando i suoi primi frutti: 40.000 Euro sono stati ricevuti da un’azienda e le prime donazioni di privati incominciano ad arrivare, serviranno per sovvenzionare il prezzo degli impianti.
Un altro elemento innovativo del progetto è costituito dal coinvolgimento degli immigrati provenienti da Mekhe. In Italia vivono e lavorano circa 400 “Mekhois”, concentrati nelle province di Milano, Bergamo, Brescia e Rimini, molto di loro sono inseriti, lavorano in aziende metalmeccaniche o agricole, sono abituati a mandare soldi a casa, per un funerale dignitoso o per rispondere a un’emergenza.
La sfida è quella di riuscire a canalizzare parte di queste risorse per progetti produttivi come quello di Tabi, sarebbe un enorme risultato che con la fatica dei tanti immigrati senegalesi presenti in Italia si riuscisse a garantire l’autosufficienza alimentare delle loro zone di provenienza.
Un altro partner di Fratelli dell’Uomo che sta facendo in lavoro molto interessante nel campo della sovranità alimentare è il GJEG (Groupement des Jeunes Eleveurs de Guelakh), che è attivo nella regione di Saint-Louis, a nord del paese.
Ecovillaggio. Qui da 19 anni va avanti un originale esperimento di “ecovillaggio” africano. Gli animatori di questo esperimento, Doudou e Ousmane Sow sono di etnia Peul. I Peul sono pastori nomadi da centinaia di anni, vivono in tutti i Paesi dell’Africa occidentale, il loro stile di vita è entrato in crisi dopo le grandi siccità degli anni ‘70 e ‘80. Molto semplicemente non pioveva più abbastanza per consentire la pastorizia nomade.
Molti hanno reagito emigrando a Dakar o in Europa, a Guelakh si è invece cercato di elaborare un uovo modello sostenibile che integrasse rimboschimento, agricoltura e pastorizia. I terreni, una volta rimboschiti, sono meno vulnerabili all’erosione eolica e c’è una maggiore disponibilità di foraggio per gli animali che non vengono più allevati in maniera nomade ma in stalla, diventa quindi possibile raccogliere concime da utilizzare per aumentare la fertilità dei terreni. Su questi terreni maggiormente protetti e rivitalizzati è possibile avviare sia colture pluviali che irrigue.
Vicino al villaggio passa un braccio secondario del fiume Senegal, ci sono quindi terreni facilmente irrigabili. Quattro anni fa Doudou e Ousmane hanno incominciato a seminare in via sperimentale del riso, era una scommessa difficile, in un paese che importa 500.000 tonnellate di riso all’anno. Dopo alcune prove e aggiustamenti, quest’anno le colture sono arrivate a 34 ettari, con una resa di 6 tonnellate per ettaro, superiore alla resa nazionale e hanno coinvolto un centinaio di produttori, Ousmane ci racconta con orgoglio “quest’anno non ho dovuto comprare riso per ben otto mesi e l’anno prossimo, se tutto va bene, il raccolto potrebbe bastarmi per tutto l’anno”.
La sostenibilità è contagiosa, e sono sempre più numerosi i contadini e gli allevatori che si rivolgono a Guelakh per avere consigli su come replicare la loro esperienza nei villaggi della zona.
I programmi per il futuro prevedono di aumentare la zona a risicoltura a 100 ettari e di costituire una centrale di acquisto e vendita dei cereali che consenta di lottare contro la speculazione che porta a enormi fluttuazioni dei prezzi agricoli, dannose sia per gli agricoltori che per i consumatori. Dalla visita a queste due realtà si esce rinfrancati, la lotta per la sovranità alimentare non è una battaglia persa, purché i piccoli produttori agricoli, in Senegal e non solo, siano liberi di scegliere cosa e come coltivare.
- Martedì 10 Giugno 2008

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