I riflettori per ora sono spenti su Lhasa. Si riaccenderanno sicuramente ai primi giorni di agosto, quando la fiaccola olimpica passerà dal Tibet, ultima tappa del suo contestato percorso prima di sbarcare a Pechino, per i Giochi. Il suo passaggio è stato confermato dal Comitato Olimpico ma posticipato di un mese rispetto alla data prevista. Il motivo ufficiale? Il terremoto nello Sichuan. In realtà, le autorità cinesi vogliono evitare che la questione tibetana ritorni alla ribalta internazionale dopo la rivolta del mese di marzo e dopo le conseguenti clamorose proteste che hanno accompagnato il viaggio della torcia olimpica a Londra, Parigi e San Francisco.
Il black out informativo è quasi totale dopo che Pechino ha chiuso l’accesso alla provincia ribelle a ogni osservatore indipendente il 14 marzo scorso. Un modo per permettere alla macchina repressiva di funzionare nella piena efficienza e senza alcun disturbo. Tanto che anche a Dharamsala, la città nel nord dell’India, sede del governo tibetano in esilio, fanno a fatica a ricevere notizie sulla situazione a Lhasa. Ce lo racconta Karma Chopel, Presidente del Parlamento tibetano, uno dei personaggi più vicini a Sua Santità, il Dalai Lama. Raggiunto nel suo ufficio situato sotto le montagne del Dhauladhar, Chopel - eletto all’importante carica nel 2001 - racconta che dietro il silenzio mediatico si cela una realtà fatta di arresti, rastrellamenti, torture.
“Il Tibet è stato trasformato in una prigione a cielo aperto. Le strade sono sotto il controllo completo della polizia e dell’esercito. Sono stati introdotte delle restrizioni ferree ai movimenti delle persone addirittura anche all’interno degli stessi centri abitati”. Nel mirino dei funzionari cinesi ci sono soprattutto i monaci, protagonisti della lotta della scorsa primavera: i monasteri sono blindati, nessuno può entrare e uscire. I religiosi sono guardati a vista, schedati, fermati con ogni scusa per controlli estenuanti. Ma, nonostante il pugno di ferro, i tibetani hanno il coraggio di sfidare i manganelli cinesi. Lo speaker del Parlamento in esilio conferma che anche negli ultimi giorni ci sono state manifestazioni di protesta. Come a Ganzi, una zona a popolazione a maggioranza tibetana nello Sichuan, dove sono state arrestate una decina di monache, scese in strada contro i corsi di rieducazione imposti dai cinesi, durante i quali viene chiesto ai partecipanti di firmare dei documenti di denuncia contro il “secessionista” Dalai Lama.”Il movimento di massa contro Pechino è ancora vivo e vegeto” afferma Karma Chopel “E vi prendono parte tutti: giovani, vecchi, monaci, studenti, insegnanti, ricchi, poveri: tutti partecipano”.
La resistenza passiva – la scelta della non violenza - è stata rivendicata, dalla massima autorità temporale tibetana. Il quale ha deciso di sposare la linea del dialogo con Pechino. Accettando di giocare a scacchi con la Città Celeste. Il 4 maggio scorso, nella città di Shenzen, si sono incontrati per un summit informale gli inviati del Dalai Lama e gli uomini del primo ministro Wen Jiabao. I colloqui sono stati aggiornati a data da destinarsi, ma “alla fine di giugno – spiega Chopel – potrebbe essere fissato un vertice formale. E’ un processo di dialogo, iniziato nel 2002, che non si è ancora fermato, nonostante la repressione degli ultimi mesi”, continua.
A cosa potrebbero portare i contatti ? Su questo, il Presidente del Parlamento Tibetano in esilio non si fa molte illusioni. Anche se non esclude svolte clamorose. Come la possibilità (molto remota) che il Dalai Lama si rechi a Pechino per i Giochi Olimpici. “Se i colloqui dovessero andare bene, Sua Santità potrebbe prendere in esame l’ipotesi”. Chopel si dice soddisfatto dell’appoggio internazionale alla causa del suo popolo. E questo anche se nessun paese ha promosso un vero boicottaggio nei confronti della Cina anche dopo la violenta repressione delle rivolte di marzo.
Però, vuole chiudere la nostra conversazione ricordando quali sono le richieste tibetane:“Noi chiediamo che un gruppo di osservatori internazionali sia autorizzato a visitare il Tibet; vogliamo la liberazione di tutti i prigionieri politici, la garanzia che siano curati adeguatamente tutti coloro rimasti feriti negli scontri di piazza, visto che abbiamo notizie che ciò non avvenga. Infine, chiediamo al governo cinese che vengano rimosse tutte le restrizioni di movimento nelle nostre città”. Con queste parole, Chopel lancia una sorta di appello al mondo, prima che sia troppo tardi, prima che – dopo il passaggio della fiaccola – sulla questione tibetana si spengano, ancora una volta, i riflettori.
Londra: assalto alla fiaccola
- Mercoledì 11 Giugno 2008

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