È al primo posto nella classifica mondiale per inquinamento. Ma dopo il terremoto, e prima delle Olimpiadi, il colosso asiatico intende cambiare rotta. E ha chiesto aiuto ai paesi industrializzati, in prima fila l’Italia. Indossavano mascherine bianche in segno di protesta per la costruzione di una nuova fabbrica chimica e di una raffineria di petrolio a Chengdou, la capitale della provincia sudoccidentale del Sichuan. Hanno marciato pacificamente tutta la domenica pomeriggio rassicurando le autorità locali: «Non siamo dissidenti. Chiediamo solo l’acqua pulita e le montagne verdi dei nostri avi. Bloccate i nuovi progetti. Ci sono già due impianti chimici ad alto rischio, che andrebbero chiusi subito». Succedeva il 4 maggio scorso. Solo 8 giorni dopo il terremoto del Sichuan ha polverizzato le due fabbriche chimiche messe all’indice dagli ambientalisti uccidendo centinaia di operai. Ma ha anche avvelenato l’aria di Chengdou e dintorni con 80 tonnellate di ammoniaca che si sono sprigionate immediatamente, trasformando la catastrofe naturale in un disastro ambientale. Si dice che in Cina questa sia un’equazione assai comune. Ma chi fa più vittime? Le scosse della terra hanno seppellito a maggio almeno 70 mila cinesi. L’inquinamento dell’aria e la contaminazione dell’acqua ne uccidono prematuramente ogni anno 760 mila, secondo una stima della Banca mondiale. Non è un problema solo del paese più popoloso del pianeta. I gas velenosi e le polveri inquinanti provocano piogge acide in Corea e Giappone, fanno danni fino alla costa occidentale degli Stati Uniti e contribuiscono al cambiamento del clima in tutto il mondo. Un recente rapporto dell’Università della California ha stabilito che la Cina è al primo posto nella classifica mondiale per le emissioni di ossido di carbonio (il principale gas che causa l’effetto serra) avendo superato gli Stati Uniti nel 2007. La crescita economica, l’industrializzazione e l’urbanizzazione hanno provocato un inquinamento ambientale di proporzioni epiche. Ma, proprio perché respirare al mattino l’aria a Lanzhou, uno dei cosiddetti villaggi del cancro sull’inquinatissimo Fiume Giallo, equivale a fumare un intero pacchetto di sigarette, il governo si è deciso a cambiare rotta. E chiede a gran voce ai paesi industrializzati, Italia in testa, di aiutarlo nell’impresa. «Non possiamo risolvere tutto da soli. La cooperazione italo-cinese sulle questioni ambientali è l’esempio da imitare» indica Yao Weike, il vicedirettore generale del ministero della Scienza e della tecnologia, che agli inizi di maggio ha firmato un importante accordo per il cosiddetto carbone verde con l’Enel. Dire che la Cina rossa diventerà presto verde è un azzardo. «Ma è anche certo che risparmio energetico e inquinamento sono le nostre nuove priorità per garantire uno sviluppo armonioso» dice a Panorama Li Longxing, il funzionario più alto in grado sulle questioni energetiche nella nomenclatura cinese. Ecco la formula magica. L’ha inventata il presidente Hu Jintao e tutti si adeguano. Sviluppo armonioso significa non solo una nuova distribuzione della ricchezza dalle più fortunate province orientali a quelle più depresse dell’ovest. Si traduce anche nel sostenere i livelli di crescita attorno al 10 per cento annuo utilizzando in modo più efficiente e rigoroso le risorse certamente non illimitate. La Repubblica popolare ha stanziato 200 miliardi di dollari per pulire l’aria e l’acqua nei prossimi 5 anni. Il piano del Consiglio di stato, massimo organo di governo, prevede di ridurre del 10 per cento entro il 2013 le emissioni di ossido sulfureo e di risparmiare il 20 per cento dell’energia cambiando l’attuale mix di fonti: più rinnovabili (sole ed eolico) e meno carbone (ora il 67 per cento) e comunque con «tecnologie di carbone pulito». Meno petrolio e gas e più nucleare, che oggi fornisce il 2 per cento dell’energia. Quanto al settore idroelettrico, dovrebbe attestarsi fra il 10 e il 12 per cento. La svolta non è dettata da una repentina conversione verde dei mandarini di Pechino. Il degrado ambientale, secondo i calcoli dell’agenzia per la protezione dell’ambiente (promossa a marzo al rango di ministero per segnalare il nuovo corso), costa all’economia cinese ogni anno il 10 per cento del pil. Non solo, minaccia la stessa stabilità politica. Le cifre si riferiscono al 2005, ma già al tempo si erano registrate 50 mila proteste ambientali, molte delle quali con 40-50 mila partecipanti. L’anno scorso dovrebbero essere state oltre 110 mila. Il Consiglio di stato ha concesso maggiori poteri di controllo e punizione agli ispettori del ministero dell’Ambiente. Ha rimosso e continua a licenziare i dirigenti locali che restano sordi alle nuove disposizioni. E tollera 3 mila gruppi ambientalisti, che stanno contribuendo in modo determinante alla nascita della società civile. Gli eredi di Mao Zedong vinceranno o no l’ennesima sfida? Molto dipende dai Giochi olimpici, che inizieranno l’8 agosto. Dovranno essere, come promesso 12 anni fa, «Olimpiadi verdi». È una bella scommessa soprattutto per Wang Dawei, direttore della divisione per il controllo della qualità dell’aria della municipalità di Pechino. «Siamo fiduciosi perché stiamo affrontando le principali cause dell’inquinamento che sono il carbone, le auto e la produzione industriale. Il gas naturale ha già soppiantato le caldaie a carbone. Siamo riusciti a spostare per sempre una quarantina fra acciaierie, raffinerie e altre industrie in lontane aree non abitate. Sperimenteremo le targhe alterne. Fermeremo tutte le imprese edili a partire dal 20 luglio» elenca a Panorama. Sono misure draconiane e anche all’avanguardia, come il blocco della vendita dei sacchetti di plastica a partire dal 1º giugno (per risparmiare 37 milioni di barili di petrolio) e il divieto di fumo nei taxi e attorno agli impianti olimpici. «Il controllo dell’inquinamento sta diventando più vitale di quello delle nascite» conclude Wang Dawei, con l’aria di chi sa di rischiare la carriera se fallirà. E forse anche la libertà.
- Lunedì 23 Giugno 2008
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Commenti
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Il 24 Giugno 2008 alle 10:50 eeeeeeeh? | www.italianomedio.it ha scritto:
[...] eeeeeeeh? Posted by staff on June 24, 2008 at 10:50 am leggo da panorama: “Ambiente: come la Cina ripulisce la sua immagine È al primo posto nella classifica mondiale per inquinamento. Ma dopo il terremoto, e prima delle Olimpiadi, il colosso asiatico intende cambiare rotta. E ha chiesto aiuto ai paesi industrializzati, in prima fila l’Italia.” [...]
Il 7 Agosto 2008 alle 23:53 ArchA International ha scritto:
Il Progetto Caofeidian - Sviluppo e realizzazione completa della eco-city di Tangshan Caofeidian…
La scheda del progetto “Ecocity Caofeidian”, la prima città del terzo millennio, che sarà realizzato in Cina dallo studio italiano ArchA di Torino, diretto dall’architetto Pier Paolo Maggiora, lo stesso che sta realizzando Laguna Ve…
Il 22 Settembre 2008 alle 22:47 L’urbanizzazione della Cina « Le cittá sono la ricchezza delle nazioni ha scritto:
[...] Le citta’ Cinesi hanno l’enorme compito di assorbire nei prossimi 15 anni circa 300 milioni di immigrati. Le citta’ Cinesi stanno istituendo programmi di addestramento e formazione presso le loro amministraioni in collaborazione anche con altre citta’ ed imprese internazionali per investire in educazione, migliorare le condizioni di lavoro. [...]
Il 4 Novembre 2008 alle 13:41 Città del terzo millennio ha scritto:
Il progetto Caofeidian alla biennale di Architettura a Pechino…
Il progetto Ecocity Caofeidian di Pier Paolo Maggiora tra i protagonisti alla terza biennale di Architettura di Pechino, Cina, che si svolge dal 25 Ottobre al 6 Novembre.
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