Archivio di Giugno, 2008
Critiche dall’Onu e dall’Unione europea sulle elezioni presindenziali nello Zimbabwe: il timore è che ieri non siano state garantite le condizioni per un voto libero. Il ballottaggio vedeva come unico candidato il capo di Stato uscente, Robert Mugabe, dopo il ritiro del leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai. Ma Condoleezza Rice, segretario di Stato Usa, annuncia che la prossima settimana sarà presentata all’Onu una proposta di risoluzione che mandi “un energico messaggio di deterrenza”. E Il presidente americano George W. Bush ha detto che chiederà una “forte azione” da parte dell’Onu tra cui un embargo delle armi contro lo Zimbabwe. Eppure per il quotidiano The Herald, portavoce ufficiale del regime di Mugabe, l’affluenza di ieri al turno di ballottaggio per le consultazioni elettorali è stata “massiccia”.
Un reportage dallo Zimbabwe dell’Associated Press (in inglese)
Ieri il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha criticato la decisione dello Zimbabwe di proseguire con l’iter delle elezioni presidenziali: una presa di posizione approvata da tutti i 15 membri. Il Sudafrica del presidente Thabo Mbeki, però, continua a difendere il regime di Mugabe: l’ambasciatore di Pretoria al palazzo di Vetro è riuscito a bloccare in serata l’approvazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che puntava a dichiarare “illegittimo” il ballottaggio ’solitario’ di Harare. I Quindici si sono limitati a sancire che “non ci sono verificate le condizioni per (definire il ballottaggio) un voto libero e corretto e il fatto che le elezioni si siano tenute lo stesso in queste circostanze è fonte di profondo rammarico”. La dichiarazione comune non nasconde però divisioni che sono emerse nel Consiglio di sicurezza. Il presidente di turno, l’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite Zalmay Khalilzad, ha osservato che in Zimbabwe ”non ci sono le condizioni per elezioni libere e oneste”.
Morgan Tsvangirai, leader dell’opposizione nello Zimbabwe
La condanna dell’Ue. Anche la Commissione europea critica duramente l’organizzazione del ballottaggio, nonostante i ripetuti appelli delle autorità africane e internazionali per un rinvio. “Riteniamo che l’uso sistematico della violenza politica e delle intimidazioni, sponsorizzate dallo stato che ha spinto al ritiro il candidato dell’Mdc Morgan Tsvangirai, ha totalmente minato la credibilità del processo. I risultati di una tale finta elezione non possono e non saranno riconosciuti come legittimi” ha sottolineato in una nota il commissario Ue allo sviluppo Luis Michel. Ad avviso del commissario “qualsiasi mediazione o negoziato deve essere basato sui risultati del primo turno delle elezioni quando il popolo dello Zimbabwe ha potuto esprimere la propria volontà”. “Continueremo a seguire da vicino la situazione dello Zimbabwe e siamo pronti a supportare gli sforzi volti ad assicurare la democrazia, la stabilità, il rispetto dei diritti umani e la ripresa economica”, ha concluso il commissario europeo.
Da rivali ad alleati si tendono la mano nella città di Unity (unità , in inglese), nel New Hampshire. Durante la campagna elettorale per le primarie democratiche, “abbiamo avuto un dialogo vivace” ed è stato “un testa a testa” fino all’ultimo. Ora ci troviamo “fianco a fianco per condividere i nostri valori, per condividere l’amore per il nostro paese”. L’ex first lady Hillary Clinton introduce così Barack Obama al pubblico della cittadina che diede 107 voti a ciascuno nelle primarie, ed è stata teatro del primo e storico appuntamento elettorale congiunto mai organizzato dai due senatori in vista della Casa Bianca. “Se in passato abbiamo preso cammini separati -aggiunge Hillary ottenendo una marea di applausi- oggi i sentieri coincidono in vista dello stesso obiettivo: eleggere Barack Obama prossimo presidente degli Stati Uniti”.
Prima di passare la parola a colui che ha definito senza avere l’ombra di un dubbio “il prossimo presidente”, Hillary lancia un monito a quelli tra i suoi elettori che non sarebbero pronti a votare per il senatore nero. ”Chiedo loro, e lo faccio con fermezza, di cambiare idea con la massima urgenza”, chiosa l’ex first lady. Dopo avere abbracciato la Clinton, Obama inizia il suo intervento ringraziando l’ex first lady per l’appoggio esplicito, dichiarando che ”non potrei essere più felice di così, più onorato ed emozionato” di oggi a Unity, che nella traduzione italiana significa semplicemente unità.
“Zapatero no vayas”. Zapatero non andare. C’è poco da fare. Nel calcio la superstizione regna sovrana. E così gli spagnoli in coro chiedono al loro premier “Non andare”. Ovvio il sottinteso: “porti sfiga”. Addirittura hanno creato un sito web apposta per raccogliere firme e chiedere al presidente di restarsene alla Moncloa, il palazzo del Governo, il giorno della finale con la Germania.
Non è bastata la vittoria con l’Italia (ai quarti, ai rigori, il 22 giugno, tutte circostanze in precedenza nefaste per la “Roja”), il trionfo in semifinale con la Russia (in maglia gialla, anche questa superstizione sfatata). Non basta una squadra fortissima. La Spagna calcistica non vince niente dal ‘64. La prudenza non è mai troppa. E la paura di una beffa proprio nel giorno decisivo sta contagiando i tifosi iberici. Che hanno già individuato il loro possibile capro espiatorio. Non conta che abbia vinto le elezioni e sia al governo da 5 anni, Zapatero per loro in ambito sportivo è un “gafe”, uno iettatore. C’è anche chi maligna che potrebbe “farlo apposta” perché si è dimostrato sempre morbido coi nazionalisti Baschi e Catalani. D’altronde Zapatero ci ha messo del suo: era presente l’anno scorso alla sconfitta in finale Europea della selezione di basket, una partita che gli spagnoli consideravano una formalità e perdettero all’ultimo canestro. Non solo, il tifoso politico Zapatero ha visto cadere nell’ordine: Kerry, Schroeder, Ségolene Royal e Veltroni. Obama, così come Aragones, può già iniziare a fare gli scongiuri.
I suoi toni saranno più soft, il linguaggio meno diretto. Ma nella sostanza, poco cambierà. Quasi nulla. Il vertice di Khanti-Mansisk con l’ Unione Europea, il debutto internazionale del nuovo presidente russo Dmitri Medvedev, potrebbe rivelarsi un successo per l’uomo che ha preso il posto di Vladimir Putin. Soprattutto d’immagine. Il Giovane Delfino apparirà più aperto e malleabile del suo predecessore. Più disponibile e convinto delle relazioni con i 27. Ma la barra della politica estera del Cremlino non cambierà.
Certo. Ci sarà un impulso al negoziato con l’Europa. La data d’inizio dei colloqui è stata fissata per il 4 luglio prossimo. Russi e europei discuteranno di scambi commerciali (molto), di energia (tanto) e di sicurezza (tra cui l’annosa questione dello scudo spaziale). L’obiettivo sarà quello di firmare una nuova intesa che sostituisca quella decennale, scaduta nel 2007. Medvedev si spenderà per questo accordo. L’ha già fatto capire, nelle prime battute del summit che si tiene oggi nella capitale siberiana del petrolio. “Sicuramente si mostrerà meno rigido rispetto a Putin, ma non uscirà dalla strada segnata dall’ex colonnello del Kgb” dice Anatol Lieven, politologo del prestigioso King’s College di Londra, esperto della New American Foundation. Terzo partner commerciale dell’Unione Europa, la Russia dispone di un’arma fondamentale da mettere sul tavolo del negoziato con Bruxelles: l’energia. Le sue riserve di petrolio e gas sono indispensabili per gli Europei. “I rapporti tra Ue e Russia sono buoni e (anche in futuro) saranno positivi ” afferma Lieven. “Sui punti più importanti, come gli scambi commerciali, le due parti cercheranno un accordo pieno. E probabilmente lo troveranno. Glisseranno sugli ostacoli.Sui temi più scottanti, al massimo firmeranno dei documenti vuoti di contenuto”. Diverso invece il discorso per quanto riguarda i rapporti bilaterali. “Con la Gran Bretagna e alcuni paese ex satelliti sovietici, i rapporti rimarranno molto freddi”. Londra non ha ancora dimenticato il caso di Aleksander Litvinenko, l’ex ufficiale del Kgb, avvelenato nella capitale inglese , secondo il governo britannico, per ordine di Putin.
Già, Vladimir. Lui, ora primo ministro dopo aver mandato al Cremlino il suo delfino, non è presente al summit con l’Unione Europea. C’è solo la sua ingombrante ombra. Da cui Medvedev si farà abbracciare.”I due fanno parte dell’oligarchia che ha conquistato il potere nella nuova Russia. Vanno d’amore e d’accordo. Viaggiano in coppia. Se mai l’attuale presidente dovesse cercare una maggiore autonomia dal suo predecessore, questo processo non inizierà certo adesso, ma, prevedo, tra diverso tempo.”
Per l’esperto di politica internazionale, comunque Putin non è l’Uomo (ombra) Solo al comando. “No, ripeto è una nuova nomenklatura. E lui è il prodotto migliore, la personalità più in vista, di un gruppo di potere proveniente dai settori dei servizi di sicurezza e delle forze armate che, adesso, domina la Russia”.Un gruppo che si è dato una missione. Far rinascere la potenza di Mosca.” Ma non al livello dell’Unione Sovietica. Ciò è impossibile” afferma Lieven. “Il modello è la Russia zarista dell’800, con le sue conquiste caucasiche e l’espansione a ovest”.
Proprio questo rischia di essere il motivo di possibile crisi tra il Cremlino e l’Occidente. Perché Washington vorrebbe invece ingabbiare l’Orso russo. Gli Usa vogliono l’entrata nella Nato di Ucraina e Georgia. Due paesi di frontiera con la Russia, due possibili stati-cuscinetto, due guardiani ai confini. Mosca è assolutamente contraria a questa prospettiva. “Per questo i rapporti con gli Stati Uniti rimarranno freddi. Oppure incandescenti Il futuro, in questo senso, è carico di incognite. Con possibili forti tensioni Molto dipenderà da come andrà a finire il negoziato di adesione all’Alleanza Atlantica di Kiev e Tblisi; da quali saranno le reazioni moscovite. Prevedo nero - incalza Lieven -. E questo a prescindere da chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. Sia Barack Obama, sia John Maccain seguiranno una politica di contenimento della Russia. Con qualche differenza di approccio. Il candidato repubblicano è più “emotivamente” anti russo. Quello democratico è sicuramente più freddo (e quindi calcolatore) nel rapporto con Mosca”.
La Corea del Nord fa sul serio. Solo un giorno dopo aver consegnato le 60 pagine di dichiarazione di rinuncia al suo programma nucleare, oggi in diretta Tv (per l’occasione c’erano anche cinque televisioni straniere ammesse all’evento) è stata distrutta la torre della centrale nucleare di Yongbyon.

La Russia ha perso in semifinale contro gli Spagnoli. Le furie rosse di Aragones (vestite di giallo, in rosso erano i russi), hanno stravinto sotto la pioggia battente di Vienna 3 a zero. Gli spagnoli sono stati i primi e gli ultimi con cui i russi hanno avuto a che fare e li hanno schiacciati tutte e due le volte. La prima partita è finita 4 a 1, poi la Russia ha dovuto fare miracoli per entrare nei quarti. Clamorosa vittoria contro gli olandesi, squadra tra le favorite del campionato. E adesso le lacrime dei tifosi russi si mescolano con la pioggia infinita, “Que viva España” cantano i tifosi spagnoli in delirio all’Ernst Happel di Vienna.
Ma i russi hanno gia festeggiato “il biglietto per la semifinale”, come fosse la vittoria del campionato. Solo a Mosca dopo la partita con gli olandesi sono scese in piazza 800 milz persone. Festeggiamenti per tutta la notte, traffico bloccato, la mattina dopo uffici deserti… E cosi è stato in tutta la Russia. E si credeva di essere invincibili con la nuova stella, Andrey Arshavin. Persino la piu grande astrologa della Russia, Tatiana Globa, ha dichiarato alla TV, che vedeva “stelle buone” per vincere campionato.
E adesso delusione, e nessun incidente dei tifosi delusi. La stampa spagnola scrive che Arshavin non si vedeva. “Il piccolo re di San Pietroburgo, maggior pericolo per la squadra spagnola, non è apparso su campo… un fantasma che giocava con sua ombra”, scrive ABC. El Periodico ammette “ancora ieri tante squadre facevano a gara per aggiudicarsi questo giocatore, incantate dalla sua velocità e fantasia, oggi però le sue quotazioni sono probabilmente calate.” ”La festa è finita” ammette settimane russo Expert.
Ma il calcio russo ha comunque vinto. Colpito dalla vittoria con gli olandesi, il governo russo ha varato subito un decreto che ha stanziato 4,5 mlrd di rubli (200 mln di dollari) per lo sviluppo del calcio in Russia.
E forse sono solo un primo passo. Lo sport in Russia risente delle preferenze dei leader. Boris Yeltsin adorava il tennis, e in quel periodo sono nati campioni come Maria Sharapova e Marat Safin (ancora adesso 5 tenniste russe in classifica TOP10). Vladimir Putin è un noto esperto di judo, e i russi sono primi in classifica mondiale in questa disciplina. Non è chiaro quale sport favorisca Dmitry Medvedev, per dirlo bisognerà aspettare i prossimi successi russi.
Il premir britannico Gordon Brown
La sua scelta è stata confermata dall’ultimo, disastroso sondaggio che lo riguardava. Dopo aver letto quelle cifre, i Conservatori avanti di 20 punti, il suo elettorato dimezzato, Gordon Brown ha deciso che non era proprio il caso di festeggiare i suoi primi dodici mesi al numero 10 di Downing Street.
Niente interviste, niente discorsi, niente dichiarazioni per celebrare l’avvenimento. Per lui non poteva esserci compleanno più amaro. E, per il suo partito, ricorrenza più infelice. L’uomo che avrebbe dovuto risollevare le sorti di un traballante Labour dopo l’uscita di scena di Tony Blair ha fallito la missione. Anzi, è stato proprio lui la causa principale del collasso. Ha trascinato i laburisti ai minimi storici.
Dopo un braccio di ferro durato mesi, l’anno scorso, Brown era riuscito a convincere l’ex Primo Ministro a cedergli il posto. Si era subito proposto come il leader in grado di correggere le “storture” dell’ultima fase del Blairismo, in particolare la guerra in Iraq che aveva contribuito a togliere consenso al fautore della “Terza Via”.
Lui, economista scozzese, puritano, un passato da primo della classe, dalle scuole primarie ai vertici del Labour party, si era presentato come un uomo rigoroso, determinato, attento alla sostanza dei problemi, ben lontano dalla politica “tutto immagine e comunicazione” del suo predecessore: “Ironia della sorte, la sua personalità si è dimostrata debole, non adatta. Un leader senza forza” dice senza giri di parole Ed Vulliamy, giornalista e scrittore inglese, corrispondente per anni in Italia del quotidiano The Guardian. ” Gordon Brown si era proposto come l’alternativa a Tony Blair. Ma in realtà, non ha fatto altro che seguire la politica del suo predecessore. Senza però averne il carisma. Le faccio un esempio. Dopo aver criticato (anche aspramente) Blair per averli tenuti troppo stretti, io personalmente pensavo che avrebbe allentato i lacci del rapporto con Washington. Credevo che Brown avrebbe diretto le sue attenzioni verso l’Europa, cercando di modernizzare il rapporto tra Londra e il resto del Continente. E, invece, cosa fa? Si fa riprendere dalle televisioni di tutto il mondo con il Presidente degli Usa sul campo di golf per dimostrare quanto siano saldi i legami con gli Stati Uniti.”
Per altri critici, il primo ministro britannico è semplicemente un indeciso, ben lontano dal modello di “animale politico” incarnato da Tony Blair, incapace di cogliere l’attimo. Lui, più a suo agio nelle aule universitarie che i nei corridoi di Westminster, asceso al potere, preso il timone del governo in mano, è stato costretto a passare dalla strategia alla tattica. E, tutti i suoi limiti sono emersi. Come nel caso delle elezioni che non ci sono mai state. Tre mesi dopo essere entrato a Downing Street, finita la “luna di miele” con il suo elettorato, Gordon Brown decide di andare ad elezioni anticipate, investendo così la parte di “tesoretto” di consensi rimasta ancora nelle casse del Labour. È convinto di vincere la consultazione e lavorare in pace per i successivi cinque anni. A quel punto, tutti si attendono
l’annuncio ufficiale. Che non arriverà mai. Si, perché nel frattempo, Brown si accorge che è destinato alla sconfitta. E rinuncia alla competizione, in attesa di tempi migliori. Che non sono giunti. E che, Gordon Brown, non vedrà mai.
“I conservatori di David Cameron vinceranno nel 2010 Niente può evitarlo” spiega Ed Vulliamy. Il quale collega il declino laburista anche alla crisi economica che sta vivendo la Gran Bretagna.
Spiega il giornalista inglese che, dopo anni di vacche grasse, grazie alla crisi innescata dai subprime, ora l’economia britannica (basata sull’industria dei servizi) sta vivendo un momento di grande difficoltà. Di cui Brown è solo in parte responsabile, ma di cui pagherà le conseguenze. Nessuno ha fiducia in lui.
Un recente sondaggio della Icm ha chiesto agli intervistati di dare (da uno a dieci) un voto al leader laburista. Solo il 3,94% gli ha concesso il massimo. Ben il 23% dei consultati gli ha rifilato un sonoro uno. Una dolorosa beffa per il primo della classe. L’uomo che aveva studiato per 20 anni per diventare primo ministro, è stato invece bocciato (probabilmente senza appello) alla prima prova.
In Zimbabwe è ormai tutto pronto per il secondo turno delle elezioni presidenziali. Tutto pronto per mettere in scena l’atto clou della più grande tragicommedia africana. Sul palcoscenico ci sarà soltanto lui: Robert Mugabe, protagonista assoluto di una pièce teatrale creata su misura per il dittatore più longevole dell’Africa. In rottura con la tradizione shakespeariana, non ci sarà invece il suo eterno rivale, Morgan Tsvangirai, deciso a ritirarsi per salvare la propria pelle e costringere Mugabe a confrontarsi da solo con la Storia. Non ci sarà da stupirsi se, in un futuro non molto lontano, i manuali scolastici ricorderanno il 27 giugno 2008 come il giorno più infausto della giovane democrazia zimbabweiana. Una democrazia di facciata naturalmente che, sulla carta, prevede ogni cinque anni elezioni libere e trasparenti, ma dove la realtà dei fatti vede l’opposizione regolarmente annientata a colpi di omicidi e ostacoli burocratici.
A questa logica spietata non è sfuggito Tsvangirai, perseguitato assieme ai suoi sostenitori dalla guardia pretoriana di Mugabe dopo la sua vittoria al primo turno delle presidenziali il 29 marzo scorso e costretto a rifugiarsi nell’ambasciata olandese di Harare alla vigilia del ballottaggio previsto oggi. In un’intervista rilasciata ieri al quotidiano britannico The Times, il leader del Movimento per il cambiamento democratico (Mdc) ha esortato Mugabe a rinviare le elezioni e aprire subito dei negoziati per favorire una fase di transizione pacifica. Ma il presidente uscente, al potere dal 1980, non ci sta. Al grido di “sconfitta o vittoria”, l’inossidabile dittatore dello Zimbabwe ha già fatto sapere che “soltanto Dio potrà impedirmi di essere eletto”. Contro la follia di Mugabe si è schierata gran parte della Comunità internazionale, ma non tutta. Nonostante le pressioni delle principali diplomazie occidentali, continua a colpire il silenzio assordante con cui i leader africani stanno affrontando le elezioni dello Zimbabwe. Certo, le voci dissenzienti sono più numerose rispetto al passato : da Nelson Mandela a Kofi Annan, passando per la
Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe
(Sadc), c’è chi ormai non esita a chiedere il rinvio del secondo turno, ma come non rimanere sbigottiti di fronte al mutismo totale del presidente della Commissione dell’Unione africana, Jean Ping, oppure all’assenza di manifestazioni anti-Mugabe che la società civile avrebbe potuto promuovere nelle capitali del continente? Una risposta Calixthe Beyala ce l’ha. Scrittrice affermata del mondo letterario francofono, la romanziera camerunense è convinta che «il caso Mugabe rimane un problema occidentale, non africano». La voce della Beyala va ascoltata con attenzione. E non soltanto per il rispetto che è riuscita a guadagnarsi nei confronti dell’opinione pubblica africana. Il suo ultimo romanzo (La piantagione), pubblicato nel maggio scorso in Italia dalla casa editrice Epoché, ripercorre la storia più recente dello Zimbabwe attraverso le vicissitudini di una giovana africana Bianca appartenente a una famiglia di latifondisti le cui terre furono espropriate nel 2000 da un «presidente eletto democraticamente a vita».
Signora Beyala, lei è quindi convinta che gli africani appoggino Mugabe?
Attenzione, non bisogna confondere l’uomo con quello che rappresenta. Il giudizio degli africani nei confronti di Mugabe è molto più sottile di quanto voi occidentali possiate pensare. Purtroppo siete convinti che il silenzio dell’Africa equivale a un consenso alle persecuzioni di Mugabe contro Tsvangirai. Ma non è così. Questo silenzio va letto con la lente della Storia e sul lungo termine.
Cominciamo dal passato…
Mugabe fa parte di quella schiera di personaggi storici che hanno contribuito alla liberazione del continente africano dall’impero coloniale occidentale. Per voi le battaglie contro il colonialismo possono sembrare acqua passata, ma non per i popoli d’Africa. Anche gli analfabeti sanno quali torti i loro antenati hanno subito negli ultimi secoli e quale sia stato il prezzo che gli africani hanno dovuto pagare per conquistare la loro indipendenza. Che lo vogliate o no, Mugabe rimane un eroe storico nella percezione collettiva africana. Purtroppo, questo aspetto è totalmente sfuggito alla stampa occidentale. In alcuni casi è stato sfiorato, ma sempre con disprezzo o incredulità.
Possiamo capire che le sua generazione o quella dei suoi genitori possa rimanere affascinata dai padri dell’indipendentismo africano, ma oggi sul piano demografico prevalgono nel continente ragazzi e ragazze nati ben al di là degli Anni ‘60. Come la mettiamo con l’ultima generazione?
Non si illuda, molti giovani portano su Mugabe un giudizio ancora più radicale rispetto ai loro genitori. E non solo per il ruolo che il presidente dello Zimbabwe ha avuto nella lotta per l’indipendenza del continente. Questa generazione non è più stupida o intelligente di quelle precedenti: sanno che l’Africa continua ad essere sfruttata dalle potenze straniere. Certo, sanno pure che non è tutta colpa degli altri e che una parte di responsabilità ricade anche sui leader africani. Ma quello che probabilmente affascina i nostri ventenni è vedere un ottantenne alla guida di un povero sfidare senza timore le diplomazie occidentali. Nella cultura africana, i giovani nutrono ancora un rispetto enorme nei confronti di un anziano. Mugabe non sfugge a questa tradizione.
Ma ci sarà pure una presa di coscienza sulle continue violazioni di cui è protagonista…
Ovviamente. Purtroppo, vedo che continuate a non inquadrare bene il problema. Lo Zimbabwe rappresenta un paradigma estremo del dialogo tra sordi che si è instaurato tra l’Africa e l’Occidente. Osservi attentamente le reazioni degli uni e degli altri. Da un lato abbiamo gli europei e gli americani che gridano vendetta contro Mugabe, dall’altro c’è una maggioranza di leader africani che fa scena muta. Secondo lei questo contrasto è soltanto di natura politica?
Non sarà soltanto di natura politica, ma di sicuro sta provocando un bel danno all’immagine dell’Africa…
Non ne sono cosi’ sicura. Mugabe perseguita i suoi oppositori da anni, eppure le sue persecuzioni non hanno impedito l’affermarsi della democrazia in molti paesi africani. A mio giudizio, Mugabe è un epifenomeno, nulla di più. Verrà ricordato come una grande figura dell’indipendentismo panafricano, e probabilmente come un dittatore sanguinario, ma il destino del continente è già segnato. Gli anni dell’autoritarismo sono finiti. Indietro non si torna.
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