Archivio di Luglio, 2008
Il dopo Olmert? Elezioni anticipate. Già forse entro il 2008, quasi certo nei primi mesi del prossimo anno. Il futuro del suo partito, Kadima? Sicuramente sconfitto alle urne, probabilmente destinato a disintegrarsi. Chi sarà il nuovo Primo Ministro? “Be’, non c’è dubbio. Sarà il leader del Likud, Benjamin Netanyahu“.
Yoan Peled, politologo dell’Università di Tel Aviv, guarda nella sfera di cristallo della politica israeliana e, dal suo punto di vista, non scopre sorprese, ma solo qualche ragionevole conferma. Dopo l’annuncio fatto ieri da Ehud Olmert, secondo il docente universitario, si va dritti dritti verso lo scioglimento della Knesset e le elezioni anticipate. “Non so chi vincerà le primarie di Kadima in settembre. I candidati più accreditati sono l’attuale ministro degli esteri Tzipi Livni e il ministro dei trasporti Shaul Mofaz, ma nel partito ci sono anche altri nomi papabili. Alla fine, comunque, non è così importante chi prenderà il posto di Olmert perché comunque il nuovo leader di Kadima non sarà in grado di formare una coalizione di governo”.
Il prossimo numero uno della formazione politica che venne fondata da Ariel Sharon rischia però di esserne il curatore fallimentare. Secondo Peled, nelle elezioni, la sconfitta sarà così grave che la creatura dell’ex generale ha buone possibilità di implodere, scomparire dalla scena. “Kadima non è un vero partito. Non resisterà alla tempesta. Prevedo che dopo di essa, molti dei suoi leader torneranno nel Likud”. Per Ehud Olmert, il destino sarà ancora più fosco. Secondo il politologo di Tel Aviv, l’attuale premier verrà incriminato per le accuse di corruzione per le quali è sotto inchiesta. Probabilmente non andrà in prigione, ma la sua carriera politica è chiusa. Definitivamente. E il giudizio di Peled è impietoso. “Spiace dirlo, ma si è dimostrato solo un politicante, attento solo ai suoi personali interessi. Non è certo uno statista. Anzi. Chi conosce la sua storia, ricorda che nelle ultime elezioni venne eletto al trentottesimo posto - o giù di lì - nelle liste del Likud. Sharon poi, quando fondò Kadima, lo indicò come vice primo ministro, ma solo per motivi di opportunità. Se avesse mai immaginato che Olmert avrebbe preso il suo posto, non avrebbe commesso quello che lui, sono sicuro, avrebbe considerato un errore.”
Ma non è solo la formazione guidata ora dall’ex sindaco di Gerusalemme (Olmert amministrò la Città santa per dieci anni) a rischiare grosso alle prossime elezioni. Anche l’altro grande partito dell’attuale della coalizione di governo, i Laburisti di Ehud Barack sono destinati, secondo Peled, a una sonora batosta. “Sarà un miracolo se riusciranno a prendere più di dieci seggi in Parlamento”. Quindi? Quindi, la strada sembra esser spianata per un ritorno al potere di Benjamin Netanyahu. Il quale, secondo il nostro interlocutore, non farà una politica molto diversa da quella dell’attuale esecutivo. “Non ci sono grandi differenze di agenda tra i grandi partiti in questa fase della storia di Israele”. E questo dipende anche dalla caratura delle attuali leadership. Yoan Peled registra la mancanza di personaggi di spessore nel panorama politico israeliano. Non ci sono sono profili di spicco come quelli di Ariel Sharon o Yitzhak Rabin, protagonisti della precedenze stagione, simboli di una generazione che ha portato a grandi cambiamenti. Quali sono le ragioni di questa mancanza? Il docente della Università di Tel Aviv offre una sua chiave di lettura. “Una volta, era la politica il motore della società israeliana. Poi è diventata l’economia. Secondo me, le menti migliori ora sono finite lì, mentre nella politica sono rimaste le seconde fila”. Parole cariche di pessimismo. Riusciranno gli attuali leader politici israeliani a smentirle nei prossimi mesi?

Karen Wesolowski e Martha Padgett coi loro figli Sophia, Alex, Andrew e Sienna, da un’immagine del Mail Online
Ha dell’incredibile la vicenda di Karen Wesolowski e Martha Padgett. Compagne di vita, desideravano così tanto avere dei figli “insieme” che… ora si ritrovano ad avere in un giorno solo quattro bambini. Una coppia di gemelli! Andrew e Sienna sono nati da Karen Wesolowski, e Sophia e Alex da Martha Padgett: un maschio e una femmina per ciascuna. Tutti e quattro nati nello stesso giorno e tutti e quattro fratelli. Sì, perché i bebè sono stati concepiti dagli ovuli di Martha e dallo sperma di un donatore, con fecondazione in vitreo. Due embrioni erano stati impianti in Karen, due in Martha.
La storia di scienza e amore arriva da Riverside, California. Le due donne si erano incontrate e innamorate in un centro di assistenza infermieristica di Hemet nove anni fa. Hanno desiderato un figlio da subito, nonostante Martha avesse già Julia, di dieci anni, nata dalla relazione col suo ex marito. “Volevamo solo un bambino” racconta la donna, infermiera di 38 anni. “Ma quando il medico ci disse, con il sorriso in viso, che eravamo rimaste incinta entrambe, abbiamo contenuto a stento la gioia”. “Sapevamo che c’era la possibilità di un parto multiplo, ma all’epoca ne ridemmo”.
Era da tre anni che la coppia lesbica provava ad aver figli, inutilmente. E per Karen, fisioterapista di 42 anni, l’orologio biologico stava facendosi martellante. “Avevamo provato per tre anni ed eravamo esauste” dice. “Abbiamo tentato con i miei ovuli e con lo sperma di un donatore e abbiamo cercato di impiantare in me gli ovuli di Martha”. “Abbiamo provato letteralmente di tutto e speso tanti soldi. Quindi quando Martha mi ha detto che avremmo dovuto impiantare entrambe i suoi ovuli, ho pensato ‘perché no?’.”
La prima a partorire è stata Martha. A distanza di ventidue ore Karen, che così descrive l’ennesima coincidenza: “Ero tornata a casa da poco, lasciando Marta, Sophia e Alex in ospedale. Poche ore più tardi siamo di nuovo diventate mamme”.
“Adesso abbiamo quattro bambini che sono tutti fratelli e sorelle” afferma Karen. “La nostra famiglia è completa”.
E ha ben ragione di dirlo. Tra l’altro anche Julia, la primogenita di Martha, vive con le due donne. E per le feste canoniche come Natale e compleanni si unisce anche David, l’ex marito della Padgett, da sempre favorevole alla nuova vita della ex compagna.
La Serbia ha già archiviato il caso Radovan Karadzic. Ora tocca alla giustizia internazionale. Dal punto di vista politico, l’arresto e l’estradizione all’Aja dell’ex leader serbo-bosniaco, non avrà grandi ripercussioni a Belgrado. Parola di Goran Svilanovic, un uomo che la storia (e la cronaca) balcanica le conosce bene. Per quattro anni, fino al 2004, ministro degli esteri della – defunta - Repubblica di Serbia e Montenegro. Svilanovic ha lavorato fianco a fianco con Zoran Djindic, il premier che nel 2001 fece catturare e consegnare al Tribunale Internazionale per i Crimini per la ex Jugoslavia, Slobodan Milosevic, il pesce più grosso caduto nella rete del Tpi. Svilanovic quei giorni se li ricorda bene. Era in prima fila quando l’arresto notturno dell’ex presidente serbo – rovesciato un anno prima - squassò la già turbolenta vita politica belgradese.
Probabilmente è per questo che, confrontando i due momenti storici, quasi si meraviglia della domanda sulle conseguenze interne della cattura di Karadzic. “Cosa vi aspettate? Non ci saranno riflessi importanti. Non ci sarà alcuna instabilità istituzionale o politica. Abbiamo avuto 15.000, la massimo 20.000 persone per le strade, per protestare contro l’arresto; qualche scontro con la polizia, qualche arresto. Ma non accadrà niente di più. Sono pronto a scommetterci”. È questo il messaggio che vuole mandare l’ex numero uno dell’Alleanza Civica per la Serbia, ora influente membro del Patto per la Stabilità dell’Europa Sud-Orientale, un’istituzione internazionale creata per alimentare la democrazia nei Balcani. “Quello che è successo non è così rilevante agli occhi dell’opinione pubblica serba. Probabilmente ha avuto più impatto a livello internazionale. Non mi chieda il perché. Non sono un storico, o uno psicologo di massa, ma un politologo. E per quanto mi riguarda, ripeto, non credo che il nuovo corso politico serbo, iniziato anni fa e indirizzato – con difficoltà, non possiamo nasconderlo - verso un’apertura all’Occidente, non possa essere messo in discussione dal destino di Radovan Karadzic. Da coloro che lo difendono, o hanno nostalgia del passato ultra-nazionalista della Serbia”.
Verso l’Europa. Come molti, anche Goran Svilanovic pensa infatti che la cattura dell’uomo accusato del genocidio bosniaco, possa essere molto utile ad avvicinare Belgrado a Bruxelles. Già all’annuncio del suo fermo l’Unione aveva espresso soddisfazione: “Un passo fondamentale per le aspirazioni europee della Serbia” aveva detto il Commissario all’allargamento, Olli Rehn. La Ue aveva firmato il 29 aprile scorso con Belgrado l’Accordo di associazione e stabilizzazione, che rappresenta l’anticamera della piena adesione. L’intesa però è rimasta congelata in attesa di sapere se la dirigenza serba, guidata dal presidente filo-occidentale Boris Tadic, fosse intenzionata a collaborare veramente con il Tpi. Le manette attorno ai polsi dell’ex leader serbo bosniaco ne sono la prova. E una pronuncia del Tribunale potrebbe sbloccare l’entrata in vigore del trattato. Anche se all’appello manca l’altra grande ricercato, il generale Ratko Mladic, il massacratore di Srebrenica: “Credo che l’Europa dovrebbe fare dei passi decisi verso di noi”, continua Svilanovic. “Riprendere presto i colloqui, sulla base dei cosiddetti Criteri di Copenhagen, cioè quell’insieme di requisiti di stabilità e democrazia in campo politico e economico stabiliti nel 1993 per entrare nell’Unione. Spero che la Commissione si attivi al più presto, perseguendo quella che io chiamo la politica dell’Inclusione e dell’Accordo. Ma non solo nei confronti dei serbi, ma anche degli altri Stati a noi vicini. Dalla Bosnia al Montenegro, dalla Macedonia all’Albania”. E’ il sogno del ritorno all’Europa di un’intera Regione, quella dei Balcani ancora alle prese con le profonde ferite delle guerre degli anni’ 90. La cattura del “medico” Dragan David Dabic, come si faceva chiamare Karadzic, potrebbe essere una efficace medicina per la cura di quelle piaghe.
Il primo ministro israeliano Ehud Olmert
Abbandonerà la scena politica il premier israeliano Ehud Olmert: con un drammatico discorso ha annunciato che non si ricandiderà alla guida del partito Kadima per le primarie di settembre. E si dimetterà dopo l’elezione del nuovo leader. L’annuncio di Olmert ha colto di sorpresa stampa e mondo politico, ma è nota da mesi l’inchiesta che lo vede coinvolto come sospettato di corruzione. “Voglio che sia chiaro” ha detto il premier israeliano “che sono fiero di essere cittadino di uno stato in cui un primo ministro può essere investigato come un semplice cittadino”. Nel suo discorso il capo del governo ha elencato i successi del suo esecutivo, pur riconoscendo di aver anche “commesso errori di cui mi pento”.
Dopo l’annuncio di Olmert la luce dei riflettori si sposta ora, inevitabilmente, sui due principali candidati alla successione: il ministro degli esteri, signora Tzipi Livni, e il ministro dei trasporti Shaul Mofaz, ex capo di stato maggiore e ex ministro della difesa. I sondaggi indicano un lieve prevalere della Livni tra gli elettori di Kadima e una maggioranza ancora piu’ chiara nelle preferenze degli israeliani per un governo da lei diretto.

Da Istanbul
Dopo tre giorni di Camera di Consiglio, la Corte Costituzionale ha respinto nel pomeriggio la richiesta, avanzata lo scorso 14 marzo dal procuratore generale Abdurrahman Yalcinkaya, di mettere al bando il partito di ispirazione islamica Giustizia Sviluppo (Akp) del premier Recep Tayyp Erdogan, accusato di aver attentato alla laicità dello Stato turco con una serie di leggi e iniziative (come il tentativo di introdurre il velo nelle università) interpretate dai suoi nemici come un passo verso l’islamizzazione della Repubblica fondata nel 1923 dal padre della patria Ataturk.
Salvi per il rotto della cuffia. A comunicare la notizia alla stampa è stato il presidente della Corte, Hasim Kilic, che ha anche spiegato come Erdogan e compagni si siano in realtà salvati per il rotto della cuffia. Sei giudici su undici avevano votato a favore della chiusura del partito del premier, sfiorando dunque la maggioranza qualificata di sette voti prevista dalla Costituzione per poter disporre la chiusura di un partito.
La decisione della Corte significa che nessun esponente dell’Akp verrà messo al bando dalla vita politica; la procura generale aveva chiesto l’esclusione per cinque anni dai pubblici uffici di 71 esponenti del partito, fra cui il primo ministro e il presidente Abdullah Gul. Uno solo giudice ha respinto del tutto le accuse del procuratore Yalcinkaya. Il presidente della Corte ha precisato che i giudici, nel prendere la loro decisione, hanno tenuto conto delle eventuali conseguenze politiche e sociali sul Paese. La loro conclusione, che salva il partito di governo, non ha però evitato loro di lanciare quello che Kilic stesso ha definito “un serio ammonimento” all’Akp: un taglio di metà dei fondi pubblici che dovevano essere destinati al partito.
Il presidente della Corte ha infine chiesto a tutti i partiti politici turchi di prendere i provvedimenti normativi necessari per evitare che altri casi come questo giungano davanti alla Corte.
La decisione presa è maturata in un clima di estrema tensione, a distanza di tre giorni dall’attentato terroristico di Istanbul costato la vita a 17 persone e il ferimento di altre 150. In giornata, mentre continuano i raid aerei delle Forze Armate contro le postazioni dei separatisti curdi del Pkk al confine sud-orientale, la polizia ha arrestato nove persone sospettate di essere in qualche modo implicate nell’attentato.
Il verdetto di Ankara viene salutato positivamente anche da alcuni degli ambienti più laici del Paese, come la Tusiad, la Confindustria turca, preoccupata soprattutto delle ripercussioni che avrebbe potuto provocare la chiusura del partito di Erdogan, con un sicuro crollo anche degli investimenti stranieri. Soddisfazione è stata espressa anche dall’Unione Europea, che ha sempre visto nell’azione della magistratura una grave intromissione nella vita democratica del Paese.
Il VIDEO servizio:
In rete è una vera star, ma la popolarità non lo aiuterà. Essere noto come “l’hacker più pericoloso del mondo” o “colui che è entrato nei file del sistema militare del Pentagono” non ha certo deposto a suo favore. Il 42enne scozzese Gary Mc Kinnon rischia l’ergastolo, dopo che la Camera dei Lord ha deciso di non opporsi alla sua estradizione. Sarà processato negli Stati Uniti. “Vogliono colpire lui con una sentenza esemplare”, si lamentano i suoi avvocati, “sarà considerato come un combattente nemico e non è escluso che finisca in prigioni tipo Guantanamo”, “rischia 70 anni di carcere”. Prima di diventare il superhacker, Gary era un “nerd” come tanti. Un ex amministratore di reti di computer ossessionato dalle storie di Ufo e convinto come l’agente Mulder di X Files che il governo degli Stati Uniti nasconda la verità sulla famosa “Area 51″. Per questo era entrato nei file del Pentagono. Cercava tracce di vita extraterrestre, sostiene lui. Gli ufficiali americani invece lo accusano di aver curiosato negli archivi di ben 73mila computer del governo e aver attaccato 97 sistemi appartenenti a Marina, Esercito, Aviazione e persino la Nasa. “Il più grosso attacco hacker di tutti i tempi”. Tutto questo dalla sua camera da letto, a Londra, nei mesi successivi all’11 settembre 2001 (pessima scelta di tempo, Gary). “Nel 1983 avevo 17 anni e andai a vedere War Games, un film in cui uno sfigato maniaco dei videogiochi entrava nei computer del Pentagono e quasi fa scoppiare la terza guerra mondiale” ha raccontato lui in un’intervista al Guardian di tre anni fa, “non pensavo fosse possibile davvero”. La base del suo “sistema”, così come la racconta lui, ha dell’ incredibile: “Scandagliavo il network degli alti gradi delle forze militari americane, cercando quelli che non si fossero preoccupati di darsi una password diversa da “password”. Non si considera un hacker particolarmente abile, solo tenace. Dice di aver trovato una lista di “Ufficiali non terrestri”. Di aver visto “cose che voi umani non potete nemmeno immaginare” citando Blade Runner. Ma nel novembre 2002 è stato beccato. lui la spiega così: “Sono diventato megalomane, parlavo con loro con l’instant messenger”. Un giorno si è trovato un agente federale del High Tech Crime Unit ai piedi del letto. Computer sequestrato, inibizione a toccare internet. Sei anni dopo l’estradizione sembra sempre più una realtà. Dice di essere “terrorizzato dall’idea di passare settant’anni in una prigione americana. Non sono un terrorista, sono un “nerd”, uno sfigato gracilino!” I suoi fan hanno creato un sito per opporsi all’estradizione. “L’unico crimine di Gary”, dicono, “è la curiosità”. La sua ultima speranza è la corte europea dei diritti umani. O un’invasione aliena.
Un soccorritore con un bambino a Dujiangyan, Sichuan, dopo il terremoto
Un anno di “Rieducazione attraverso il lavoro”. Ovvero una condanna ai lavori forzati (e al lavaggio del cervello). Il “sovversivo” condannato a questa pena è Liu Shakoun, un insegnante di Deyang, nel Sichuan, colpevole di aver fotografato alcune scuole elementari distrutte dal terremoto dello scorso 12 maggio. Accade anche questo, nella Cina che si prepara al grande evento olimpico. La denuncia viene dall’associazione Human rights in China. “Invece di investigare sui responsabili delle costruzioni di scuole fatiscenti si condanna ai lavori forzati e al silenzio chi cerca di far luce su una tragedia” dice il direttore di Hric Sharon Hom. Il forte sisma in Sichuan ha causato quasi 80mila morti e un numero altissimo di sfollati. Molte vittime anche tra i bambini che erano a scuola al momento del terremoto. Liu, un professore di scuola media, aveva scattato foto alle scuole collassate, le aveva messe online e in un’intervista si era detto “arrabbiato per lo stato degli edifici, che sembravano fatti di ‘tofu’ ( formaggio di soia, ndr)”. Tanto era bastato perché fosse arrestato il 25 giugno scorso, per “aver seminato dicerie e minato l’ordine sociale”. Le autorità avevano dichiarato alla famiglia del professore che era incriminato per “incitamento alla sovversione”. Un mese dopo il suo arresto, alla moglie è arrivata una lettera. C’erano le impronte digitali e la firma del marito. E la sua destinazione: “Rieducazione attraverso il lavoro”.
L’Australia ha offerto un programma di addestramento all’antiguerriglia alle truppe pachistane nell’ambito dell’impegno di Canberra con le forze della Nato in Afghanistan. Il ministro della difesa australiano, Joel Fitzgibbon, di ritorno da una visita ufficiale a Washington, ha riferito che nei suoi incontri con il segretario alla difesa Robert Gates e con il vice segretario di stato John Negroponte, sottolineando la determinazione ad “alzare la posta in gioco” sul fronte diplomatico con il Pakistan, paese con il quale le tensioni sono sempre più forti a causa delle basi talebane e di al-Qaeda situate al di là del confine afghano, nella Tribal Area al confine con l’Afghanistan.
Gli istruttori militari australiani, ha precisato Fitzgibbon, non sarebbero mandati in queste regioni di frontiera dove la sicurezza sarebbe precaria quanto quella dei 1025 soldati australiani dell’Operazione Slipper schierati soprattutto nella provincia meridionale afgana di Oruzgan, ma potrebbero addestrare le forze di Islamabad in altre aree del Pakistan. L’incapacità delle truppe pachistane di controllare le regioni tribali e le intese politiche tra il governo del premier Yusouf Raza Gilani e i movimenti talebani pachistani hanno consentito ai jihadisti di aumentare la pressione militare sulle province orientali afgane dove da aprile le incursioni sono aumentate del 40 per cento. Gli intensi attacchi talebani hanno costretto gli americani ad abbandonare pochi giorni or sono l’avamposto di Wanat, vicino al confine, mentre dal 15 luglio sempre più spesso le forze alleate rispondono con artiglieria e raids aerei agli attacchi e ai bombardamenti provenienti dal territorio pachistano. L’escalation delle operazioni militari in Afghanistan, concentrata soprattutto nelle province orientali e meridionali, ha provocato già la morte di 139 militari alleati dall’inizio dell’anno contro i 221 caduti (la metà americani) registrati in tutto il 2007.
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