
Oggi il presidente francese Nicolas Sarkozy si appresta a ricevere a Parigi una Commissione europea al gran completo. Nonostante un’accoglienza in pompa magna – ieri la Tour Eiffel è stata illuminata per una notte intera all’insegna dei colori dell’Ue, in blu e stelle gialle – Sarkò è conscio che l’inaugurazione della presidenza di turno francese dell’Unione europea segna l’avvio di un periodo cruciale non soltanto per il destino di Bruxelles, ma anche per la sua stessa affermazione politica (sia interna che internazionale). Purtroppo mai come in queste ore, i sei mesi che la Francia si appresta a presiedere rischiano di trasformarsi in un autentico naufragio. Dopo il no irlandese al Trattato di Lisbona, il Titanic europeo non sta certo navigando in buone acque. Le correnti sono diventate così pericolose che tra il boom delle tariffe petrolifere, la crisi alimentare, quella dei subprimes e un carovita alle stelle, buona parte dell’opinione pubblica europea non vede l’ora di abbandonare una nave considerata alla deriva. E come se non bastasse, proprio in serata il presidente polacco Lech Kaczynski conferma che non ratificherà il Trattato di Lisbona, la “Costituzione leggera” dell’Ue (”La questione del Trattato è senza scopo dopo la bocciatura irlandese”).
Per scongiurare le conseguenze tragiche di una sciagura annunciata, Sarkozy è ben deciso a riportare l’imbarcazione in terraferma con lo scopo di rimetterla in sesto entro il 1 gennaio 2009. La ricostruzione è prevista in cinque cantieri. Questi.
Trattato di Lisbona. Da Parigi a Londra, da Roma a Berlino, i leader dei 27 Stati membri sanno che la sconfitta incassata il 12 giugno scorso con il no irlandese rimanda alle calende greche l’adozione di una Carta europea. Per Nicolas Sarkozy, protagonista assieme alla cancelliera tedesca Angela Merkel del rilancio di un “mini-Trattato” che potesse superare il no francese nel referendum del 2005 e le reticenze dei cittadini dell’Unione, il colpo è durissimo. Fu proprio Sarkò, in un discorso pronunciato a Bruxelles nel settembre 2006, a preconizzare un Trattato che riprendesse le tre riforme istituzionali in grado di suscitare consenso tra gli Stati membri: una presidenza del Consiglio europeo per due anni e mezzo con poteri rafforzati rispetto alla Commissione; la nomina di un super ministro degli Esteri e, soprattutto, un ampliamento delle decisioni da sottoporre alla maggioranza qualificata (e non all’unanimità come previsto dall’attuale Trattato di Nizza). Nel tentativo di metterlo in cassaforte, la coppia Sarkozy-Merkel optò per un’adozione parlamentare del Trattato, sicuri che i deputati e i senatori dei Paesi membri non avrebbero ostacolato il processo riformistico dell’Ue. Ma era senza contare con l’Irlanda, unico paese ad essersi arrogato il diritto di dare il proprio consenso attraverso le urne. Ora che il no ha prevalso in modo perentorio (con 53,4% di voti contrari al Trattato di Lisbona), quali sono le opzioni rimaste a disposizione? La prima, definita la “passerella giuridica”, propone a Dublino una forma di associazione con gli altri 26 Stati membri. La seconda, sostenuta dalla Francia, offre la possibilità agli irlandesi di votare una seconda volta. Sarkò è tanto più conscio dei rischi che l’Europa incorre con un altro referendum irlandese, che si è deciso ad affrontare il male alla sua radice: il crollo del potere d’acquisto dei cittadini europei. Nella sua lunga apparizione televisiva sugli schermi di France 3, ieri sera il presidente francese ha ribadito la sua volontà di “avvicinare i francesi e gli europei all’Unione” affrontando “i problemi concreti della gente”. Tra le idee escogitate all’Eliseo, si parla della possibilità di fissare un tetto all’Iva sui prodotti petroliferi per controbilanciare la crescita del prezzo del barile. Altro suggerimento: frenare la Banca centrale europea, accusata da Sarkozy di prestare troppa attenzione all’inflazione tralasciando le strategie per rilanciare la crescita.
Ambiente (e clima). Il boom del barile chiama in causa il dossier più spinoso della presidenza francese: il compromesso sul pacchetto ‘clima/energia’ attualmente sotto esame presso la Commissione europea. Per Sarkozy, si tratta di una sfida fondamentale. Nel marzo 2007, la Commissione europea ha adottato tre misure vincolanti: ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 20% da qui al 2020; consumare 20% in energia rinnovabile e risparmiare il 20% dell’attuale consumo energetico. L’Ue spera di trovare un accordo comune in dicembre 2008 per un’adozione in prima lettura presso il Parlamento europeo entro giugno 2009, ma la partita non si annuncia per niente facile. Sotto tiro sono i paesi dell’Est, i cui consumi sono quasi totalmente vincolati alla produzione di carbone. “La Pologna” ha ricordato Sarkozy, “dipende al 95% dal carbone, la Francia all’85% dall’energia nucleare, una risorsa contro la quale si dichiarano contrari il 95% degli austriaci”. Di fronte a tali divergenze, la strada per adottare il pacchetto “clima/energia” presentato dalla Commissione nel gennaio scorso per accelerare l’armonizzazione del sistema delle quote di emissioni di gas carbonico in ambito industriale (attraverso un sistema unico di mise aux enchères delle quote di CO2) si scontra di continuo con le reticenze delle imprese est-europee. Da Varsavia a Bucarest, i governi sono ancora convinti che l’applicazione di un sistema ecologico troppo vincolante mette a rischio la rincorsa economica dei paesi dell’Est sui loro vicini occidentali. Ma la Commissione europea non vede l’ora di poter incassare le decine di miliardi di euro generati dal sistema di mise aux enchères per sostenere la lotta contro il riscaldamento climatico. Per Le Monde, le capitali dell’Europa orientale non hanno molte alternative: “il boom del prezzo del barile di petrolio, attorno ai 140 dollari, rende indispensabile la formulazione di una strategia comune, in particolar modo per produrre energie rinnovabili o creare degli stock strategici”.
Agricoltura. Prima della tegola irlandese, Bruxelles era già confrontata a un’altra sfida improvvisa: la crisi alimentare mondiale. Per molti esperti, il boom dei prezzi dei beni di prima necessità ha messo nuovamente in discussione la Politica agricola comune (Pac) difesa dalla Francia. Chiamata ad accelerare le riforme avviate nel 2003 e che dovrebbero chiudersi con una ‘grande Riforma’ nel 2013, l’Unione europea è divisa tra i paesi come Francia, Italia e Spagna, decisi a difendere le politiche di sovvenzioni concesse ai loro agricoltori, e il Regno Unito, i cui vincoli economici e sociali al mondo agricolo sono ormai ridotti a poca cosa. Non a caso, Londra non ha esitato a puntare il dito contro la Pac sottolineando gli effetti nefasti sul boom delle tariffe alimentari e sull’agricoltura dei paesi sotto-sviluppati, spesso vittime delle sovvenzioni europee e delle barriere doganali che l’Ue impone ai prodotti provenienti dal Sud del mondo. A ruota ci si è messo pure Pascal Lamy, Direttore dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto), convinto che le concessioni dell’Europa sulla sua politica agricola potrebbero chiudere il Ciclo di Doha entro luglio 2008 e favorire così la liberalizzazione degli scambi commerciali mondiali.
Immigrazione. Se la circolazione delle merci è fonte di preoccupazione per Sarkozy, quella delle persone è ormai un’ossessione. Nella prossima riunione dei 27 ministri incaricati di seguire le questioni migratorie (il 7 e l’8 luglio a Cannes), la Francia presenterà ufficialmente il suo ‘Patto sull’immigrazione’ che intende far adottare dal Consiglio europeo durante l’autunno 2008. Preparato dal ministro dell’immigrazione, Brice Hortefeux, il progetto francese si articola attorno a cinque “impegni”: favorire il principio di “un’immigrazione scelta” in base alle esigenze del mercato del lavoro degli Stati membri e rinunciare alle sanatorie; rafforzare e accelerare le procedure di rimpatrio degli immigrati illegali invitando gli Stati membri a negoziare con i paesi di origine dei migranti la loro riammissione in madrepatria; rendere “più efficaci i controlli alle frontiere”, in particolar modo rilasciando solamente visti biometrici; adottare da qui al 2013 “dei criteri comuni di richieste di asilo e di riconoscimento dello statuto di rifugiato”; infine, sostenere politiche di “sviluppo solidale” in grado di “costruire un partenariato con i paesi di origine e di transito” con lo scopo di mettere i migranti nelle condizioni di investire nelle regioni che hanno lasciato.
Nonostante le rassicurazioni di Hortefeux sulla buona accoglienza del patto francese tra gli Stati membri, il premier spagnolo José Luis Zapatero ha già opposto un primo rifiuto sul “contratto di integrazione” voluto dalla Francia e che impone i migranti appena sbarcati in Europa di impegnarsi a imparare la lingua del paese di accoglienza e adottare i suoi usi e costumi. Secondo Le Figaro, “la Spagna temeva che un tale contratto potesse dissuadere i lavoratori regolari di cui necessita l’economia spagnola. Negli ultimi dieci anni” ricorda il quotidiano francese, “la crescita della Spagna si è nutrita dell’apporto di oltre 7 milioni di immigrati regolari”.
Difesa. La Politica europea di sicurezza e di difesa (Pesd), che Parigi intendeva vincolare al suo ritorno nella Nato, doveva essere la ciliegina sulla torta dei successi della presidenza di turno francese. Ma anche in questo caso, le ambizioni di Sarkozy rischiano di rimanere lettera morta. Dalla volontà di voler adottare l’Unione di un budget comune per le operazioni militari all’affermarsi di un “meccanismo di cooperazioni permanenti” che potesse sovrapporsi ai meccanismi di collaborazione tra i paesi europei membri della Nato, passando per la nascita di un quartier generale in grado di rafforzare la pianificazione degli interventi dei soldati Ue e l’aumento dei finanziamenti riservati all’Agenzia europea di difesa, le proposte ventilate dall’Eliseo non sono riuscite a raccogliere consensi. Tra i più strenui oppositori, Londra continua a mandare segnali negativi in difesa della Nato.
A ben vedere, la strada di Sarkozy per raggiungere le vette dell’Europa è più che mai in salita.
- Martedì 1 Luglio 2008
IL MONDO CHE SARÀ
LE NEWS, I CANDIDATI, IL CALENDARIO...
LE OPINIONI DI SERGIO ROMANO
I PERSONAGGI DELLA SETTIMANA
TUTTE LE TIMELINE DI PANORAMA.IT
IL MONDO IN CLASSIFICA
STORIE DAL MONDO
OGGI AVVENNE
GLI EVENTI POLITICO-ECONOMICI DELLA SETTIMANA
SCOMMESSE SUL MONDO
STATI UNITI, FRANCIA, EGITTO, RUSSIA
RIVOLUZIONE IN CORSO PER LA UE
GUARDA IL VIDEO
VAI ALLO SPECIALE
I FATTI PIÙ IMPORTANTI DEL 2011
LA PRIMAVERA ARABA
INDIGNADOS DI TUTTO IL MONDO
GHEDDAFI, FINE DI UN DITTATORE













FOTOBLOG: IL MONDO IN DIRETTA
LE FOTO PIÙ BELLE DELLA SETTIMANA
I VOLTI DELLA SETTIMANA
Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.