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Di Marco De Martino
Los sicarios non dormono mai. Talvolta arrivano di notte e prendono in ostaggio un’intera cittadina, come è successo a Villa Ahumada, 9 mila abitanti, la cui disgrazia è trovarsi lungo una delle più trafficate rotte della droga verso gli Stati Uniti. Prima di abbandonare il Paese sui loro nove furgoni, i circa 50 assassini legati ai clan della droga hanno ammazzato cinque persone, tra cui il capo della polizia, e ne hanno sequestrate altre dieci. Facendone per ora ritrovare una sola, piena di proiettili e avvolta in un tappeto persiano.
A Culiacan, capitale dello Stato di Sinaloa, la settimana scorsa i killer hanno usato bombe a mano e mitra, di solito in dotazione alle forze speciali, per ammazzare sette agenti di polizia. E sempre più spesso i sicari si divertono a mutilare o decapitare le loro vittime. Accanto alle tre teste lasciate sul bordo di un’autostrada vicino a Durango c’era una scritta che diceva: “Ecco cosa succede agli stupidi che tradiscono”.
Il Messico è in guerra. Non lo afferma solo il Congresso di Washington, che mentre stanzia un finanziamento da 400 milioni di dollari per aiutare il governo di Città del Messico lancia l’allarme attraverso David Johnson, a capo delle operazioni Usa contro i narcotrafficanti al dipartimento di Stato: “La guerra contro i cartelli della droga, se non affrontata, può mettere in pericolo lo sviluppo delle istituzioni democratiche messicane”.
Lo scontro con i narcos. A parlare di guerra sono soprattutto le cifre della carneficina: oltre 2mila persone ammazzate solo quest’anno dai sicari dei clan della droga, circa 5mila nei 19 mesi passati da quando il presidente Felipe Calderón ha lanciato la sua offensiva contro il narcotraffico mandando 40mila soldati a pattugliare 18 dei 31 Stati messicani. Da allora ci sono stati 5.800 arresti e sono state sequestrate 2.900 tonnellate di marijuana e 29 di cocaina per un valore di 20 miliardi: circa 70 narcotrafficanti sono stati estradati per essere processati negli Stati Uniti. Che questi risultati contino fino a un certo punto, però, lo affermano gli stessi messicani, costretti ormai a vivere in un clima da incubo: nell’ultimo sondaggio sulla sicurezza del quotidiano Reforma, il 53% degli intervistati ritiene che le gang criminali stiano vincendo la loro guerra contro lo Stato. “La situazione si sta deteriorando, quella dei narcotrafficanti è ormai guerriglia terroristica” valuta Victor Clark, un attivista di Tijuana, la città messicana a pochi chilometri da San Diego che una volta era la meta preferita dai californiani in cerca di trasgressioni. Dopo che più di 200 persone sono state ammazzate, dall’inizio dell’anno hanno chiuso molti dei negozi e dei bar di avenida Revolución, la strada principale, pattugliata adesso da oltre 1.300 soldati su mezzi corazzati.
Lo stesso avviene nella altre città di frontiera con gli Stati Uniti che rappresentano la trincea avanzata della guerra tra i narcos e il governo. A Nuevo Laredo, al confine col Texas, solo l’intervento di migliaia di soldati ha portato una tregua nelle sparatorie ingaggiate dai militanti di Las Zetas, i gruppi paramilitari al servizio dei leader del cartello del Golfo. A Ciudad Juarez ogni giorno in media muoiono tre persone; un mese fa i narcos hanno ucciso il vicecapo del dipartimento di polizia e, dopo essersi sentito minacciato sulla radio usata dai suoi agenti, anche il capo si è dimesso. Secondo le stime pessimistiche, metà delle forze di polizia messicana sarebbe stipendiata dai boss della droga, che hanno al proprio servizio anche una fetta degli impiegati della Procuradoria general da cui dipendono i giudici che dovrebbero indagare sui narcos. “La soluzione militare da sola non può funzionare: il governo per vincere deve affrontare il problema della corruzione, cosa che non ha ancora fatto” avverte Samuel Gonzalez, che ha guidato l’unità contro il crimine organizzato della polizia messicana negli anni Novanta.
Secondo gli ultimi dati, dal Messico arriva la quasi totalità della marijuana consumata negli Stati Uniti. I narcos hanno esteso le coltivazioni all’interno dei parchi nazionali americani. Ma il Messico controlla pure l’esportazione del 90% della cocaina e delle metanfetamine che arrivano nelle città degli Stati Uniti. Il potere delle organizzazioni criminali messicane è aumentato dopo lo smantellamento dei cartelli di Calí e Medellín in Colombia negli anni Novanta. Le guerre fra clan stanno ora trasformando le aree d’influenza dei sette gruppi che da 30 anni operano in Messico. Il cartello di Sinaloa è dilaniato dalla faida tra il capo Joaquín Guzman e il suo ex vice Arturo Beltran Leyva, e si è da tempo consorziato nella cosiddetta Federación con rappresentanti dei cartelli di Juarez e Valencia, alleati contro i nemici storici del cartello del Golfo. Dopo la morte del leader Ramon Arellano Felix nel 2002 e l’arresto, più tardi, dei suoi fratelli Benjamin e Francisco Javier, si sta frammentando anche il cartello di Tijuana: lo scorso 26 aprile una sparatoria tra le fazioni in lotta ha lasciato nelle strade della città 13 cadaveri tra 1.500 bossoli esplosi.
Convinto di non potere fare affidamento sulle forze dell’ordine colluse con i baroni della droga, il presidente Calderón ha preso decisioni drastiche, come sostituire di punto in bianco 284 comandanti di polizia. Ma così facendo si è privato anche della rete di informatori che fornivano soffiate e si è creato nuovi nemici. È stato uno dei comandanti sostituiti ad assoldare il killer che lo scorso 8 maggio ha ucciso con otto colpi di rivoltella il capo della polizia federale Edgar Millan Gomez a Città del Messico. A ogni offensiva i narcos ribattono con uno stratagemma: da quando sono aumentati i controlli bancari sui trasferimenti di denaro sospetto, i proventi della vendita di droga vengono riportati in Messico in contanti, spesso sugli stessi camion che trasportano la droga. Ma, soprattutto, i narcotrafficanti si stanno facendo sempre più spavaldi.
Nelle strade dei paesi di Sinaloa di recente sono comparsi manifesti che prendono in giro le truppe messicane, composte secondo i criminali da “soldati di latta”. Striscioni appesi ai bordi delle strade di Nuevo Laredo e Reynosa invitano i poliziotti a disertare e ad arruolarsi nelle file dei narcos. Di recente su YouTube è apparso un video del cartello di Juarez che invita i commercianti a pagare un pizzo per la protezione dei loro negozi: da allora molti di loro hanno deciso di chiudere per trasferirsi nella vicina città di El Paso, in Texas.
- Domenica 13 Luglio 2008
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