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Il presidente iraniano con la madre (al centro) e la moglie (a sinistra)
A quasi trent’anni dalla crisi degli ostaggi del 4 novembre 1979, quando un gruppo di studenti filokhomeinisti prese in ostaggio tutto il personale diplomatico americano a Teheran e l’Amministrazione Carter rispose lanciando la sciagurata operazione Eagle Claw, gli Stati Uniti potrebbero decidere di riaprire una sede diplomatica nella capitale iraniana: dal punto di vista simbolico sarebbe un segnale di grande portata storica. Non si tratterebbe però, secondo la clamorosa indiscrezione odierna di The Guardian confermata indirettamente stamane dal ministro degli Esteri iraniano Mottaqi (”E’ un’ipotesi allo studio”), di una vera e propria ambasciata, bensì - in linea con la politica dei “piccoli passi” - di una “sezione interessi”, una sorta di super-sede consolare volta, da un lato, a rendere più stabili i rapporti tra il “Grande Satana” americano e il Paese sciita e dall’altro a garantire i servizi consolari ai cittadini americani in Iran. Dal 1980, infatti, i cittadini Usa presenti in Iran si devono recare all’Ambasciata svizzera - che funge da “consolato” anche per Cuba - per ottenere visti, documenti e tutti quei servizi altrimenti forniti dalle Ambasciate. E sempre da allora, cioé dal 1980, è la sede diplomatica americana a Dubai a garantire i visti a quei cittadini iraniani che abbiano intenzione di recarsi negli Stati Uniti. La stessa Condoleezza Rice, il segretario di Stato, ha dichiarato recentemente che scopo di un eventuale rafforzamento della presenza diplomatica americana in Iran sarebbe quello di garantire documenti e visti ai cittadini iraniani in procinto di viaggiare negli Stati Uniti.
L’annuncio, sempre secondo il Guardian, sarà fatto il prossimo mese e servirà a sottolineare il cambiamento della politica di George Bush. Un cambiamento preannunciato anche dalla presenza sabato a Ginevra, di William Burns, il numero tre del Dipartimento di Stato, in occasione di un incontro-chiave sulla questione nucleare tra il capo negoziatore della Repubblica Islamica, Saeed Jalili, e Javier Solana, alto rappresentante per la politica estera e di difesa comune dell’Unione Europea. Una presenza da “semplice auditore”, ma assai significativa dal punto di vista simbolico in vista di un’eventuale ammorbidimento della linea anti-iraniana fin qui seguita da Bush. Non è però nemmeno escluso che l’apertura di una sede diplomatica in Iran sia un segnale di distensione, nel torbido linguaggio spionistico, che prelude a un prossimo blitz militare contro i siti nucleari iraniani. L’ipotesi di un attacco contro l’Iran, condotto da Israele o dagli stessi Stati Uniti, è ancora nel novero delle possibilità. Ed è probabile che, se dovesse avvenire, avvenga prima della scadenza del mandato Bush. Un modo per togliere dagli impicci il suo successore, Obama o McCain che sia.
- Giovedì 17 Luglio 2008
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