L’ex presidente del Sudafrica col numero che indossava quando era in prigione (AP)
Il giorno del suo novantesimo compleanno, Nelson Mandela se ne sta a Qunu, paese rurale del Transkei, nel sudest del Sudafrica, con la numerosa famiglia di cui è patriarca. Ma a fargli gli auguri sarà tutta la sua patria, dopo che il mondo intero ha avuto modo di celebrarlo col megaconcerto londinese del 28 giugno. Novant’anni di cui ventisei trascorsi nelle carceri di Cape Town. Ventisei anni in cui sarebbe stato il prigioniero 46664, condannato all’ergastolo per sabotaggio e cospirazione. Ma anche gli anni in cui sarebbe diventato il simbolo più forte della lotta dei neri sudafricani contro l’apartheid, il duro regime di segregazione razziale imposto dai coloni boeri e inglesi nel paese. Un filo rosso lega la vita di Nelson Mandela a quella di un altro grande leader del Novecento, il Mahatma Ghandi: è proprio in Sudafrica che l’allora avvocato Ghandi iniziò la sua attività politica ed è all’insegnamento del “Grande spirito” che si ispirò un giovane Nelson Mandela, anch’egli avvocato. Nel 1948, a 30 anni, fondò lo studio legale Mandela & Tambo che offriva assistenza gratuita ai neri indigenti.
Lotta armata. Il suo passaggio alla lotta armata avvenne nel 1960, dopo la strage di Sharpeville in cui la polizia sudafricana sparò sulla folla di una manifestazione, uccidendo 29 persone. L’Anc (African National Congress) e altri gruppi anti-apartheid furono messi fuori legge. Il partito divenne una formazione paramilitare e Mandela fu nominato comandante. Organizzò campagne di sabotaggio contro l’esercito. Un “terrorista”. Niente da ridere, se si pensa che fino all’anno scorso un’ottuagenario Mandela era ancora classificato - come tutti i membri dell’Anc - nella lista del Dipartimento di Stato Usa (mai aggiornata) dei “pericolosi terroristi”. Ma le vere bombe in grado di minare alle fondamenta l’apartheid Mandela le lanciò con il suo esempio, da dietro le sbarre. Diventò un’icona. Nel 1990, quando ormai il regime sudafricano era più anacronistico e impopolare della Duma sovietica, il premier De Klerk gli concesse la libertà e legalizzò l’African National Congress.
Premio Nobel e democrazia. Tre anni dopo il gesto valse al presidente e a Mandela il premio nobel per la Pace. Alle prime elezioni libere del 1994 l’African National Congress stravinse e il suo leader venne eletto presidente. Nel corso del suo mandato Mandela avrebbe smantellato le leggi dell’apartheid riuscendo a gestire la transazione verso la democrazia in maniera pacifica. Anche se non mancarono scontri e tensioni. Lo stesso presidente fu molto criticato per aver sottovalutato il problema dell’ Aids. Ma resta l’uomo che ha reso possibile la libertà nel paese. Uno dei momenti chiave fu il suo incontro con François Pienaar, il tipico afrikaaner bianco dei quartieri alti di Johannesburg e capitano degli Springboks, la fortissima nazionale di rugby, fino al 1994 territorio esclusivo dei bianchi. Quando Pienaar, un biondone di un metro e novanta, uscì dal palazzo presidenziale disse che il presidente “era un uomo che gli dava sicurezza”. I primi giocatori neri entrarono a far parte della squadra, Mandela indossò la maglia verde con la gazzella e il Sudafrica, unito, vinse i mondiali nel 1995. Adesso il paese si appresta a un altro traguardo: ospitare i mondiali di calcio nel 2010, primo stato africano. In un messaggio diffuso dalla radio nazionale (Safm) Mandela ha espresso la sua gioia nel ricevere messaggi di auguri da tutto il mondo.
”Sono onorato che abbiate voluto rendere omaggio ad un vecchietto che si è ormai ritirato a vita privata e che non ha più né potere né nessuna influenza sul paese”, ha dichiarato Mandela. Ma non è solo il potere a fare grande un uomo.
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- Venerdì 18 Luglio 2008

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