Mahbooda che corre in scarpe e tuta da ginnastica sulle colline che circondano Kabul. Mahbooda che si riscalda nel grande stadio della capitale afghana davanti alla gigantografia del presidente Hamid Karzai. Le immagini di questa 19enne hanno nei mesi scorsi fatto il giro del mondo, perché sulle spalle di Mahbooba Ahadyar grava un responsabilità più unica che rara: essere l’unica donna afghana a rappresentare il suo Paese alle prossime Olimpiadi di Pechino, nelle gare d’atletica degli 800 e dei 1500 metri. Lo scorso 4 luglio, però, l’atleta ha fatto armi e bagagli mentre si trovava in ritiro in Italia, a Formia, e si è data alla fuga all’insaputa del proprio allenatore, Shahpoor Amiri. Dal giorno della sparizione, ha spiegato uno sconsolato Amiri a Radio Afghanistan Libera, le ha parlato una volta sola al telefono, supplicandola inutilmente di tornare. La ragazza non ha voluto dire dove si trovava e ha motivato la sua fuga con la ferma intenzione di non tornare più in Afghanistan.
Con quella solidarietà femminile che vagamente ricorda il meraviglioso libro di Khaled Hosseini “Mille splendidi soli”, sarebbero state altre due atlete, una pachistana e una del Bangladesh, ad aiutare Ahadyar nella fuga, facendole riavere il suo passaporto da un dipendente della Federazione internazionale d’Atletica. L’uomo era incaricato di custodire tutti i documenti degli atleti presenti nel centro sportivo di Formia.
Il vicepresidente del Comitato olimpico nazionale afghano Sayed Mahmood Zia Dashti, in un disperato tentativo di coprire l’accaduto, ha dichiarato che l’atleta si è fatta male a una gamba e che per questo motivo sta ricevendo le dovute cure in Italia.
Ma la verità è un’altra e ben più grave. Secondo quanto la stessa Ahadya aveva dichiarato a media nazionali, prima di partire alla volta dell’Italia, aveva ripetutamente ricevuto minacce di morte da parte di fondamentalisti che si oppongono all’idea, per loro blasfema, che le donne possano competere negli sport.
“Ho paura di quello che mi potrebbe succedere una volta tornata a casa da Pechino”, aveva dichiarato disperata. “Quando ero a Kabul, ha aggiunto, ho ricevuto molte telefonate anonime. Persino i miei vicini di casa mi hanno minacciato”.
A distanza di quasi 7 anni dalla caduta del regime talebano, la vita delle donne afghane resta estremamente difficile, oppressa da una coltre di ignoranza sconfortante. I lunghi pantaloni con i quali sarebbe dovuta correre la ragazza non sono stati considerati una misura sufficiente per tranquillizzare i più intransigenti: per loro, Dio ha ancora riservato solo due posti alla donna: “La casa e la tomba”. Alle Olimpiadi di Atene del 2004, altre due atlete afghane, Fereba Rezaie e Robina Muqimyar, avevano preso parte ai giochi, indossando lunghi pantaloni, ma senza avere i capo coperto dal velo. Quando Rezaie tornò a Kabul, ricevette diverse minacce di morte e fu persino picchiata da un gruppo di uomini che rimasero non identificati. Alla fine dovette emigrare con tutto il resto della sua famiglia. Per sfuggire allo stesso destino, ora Ahhadyar potrebbe chiedere asilo in un paese scandinavo, per non far forse più ritorno a Kabul, dove ancora si trovano i suoi genitori, i suoi 3 fratelli e le sue 5 sorelle.
- Lunedì 21 Luglio 2008
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Commenti
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Il 21 Luglio 2008 alle 23:32 gianberta ha scritto:
PECCATO UNA COSA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
I taleban, che NON hanno mai letto il Koran in quanto analfabeti (!!!!!!!!!), NON hanno mai capito che le loro tradizioni sono “PRECORANICHE” e quindi NON sono valide……………….
Purtroppo per i mussulmani vale più il libro “al bukari” (minuscolo NON a caso) scritto dagli uomini che non il Koran scritto da DIO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Il 24 Agosto 2008 alle 11:00 Alle Olimpiadi col velo islamico » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Al contrario di alcune atlete come l’afghana Mahbooba Ahadyar, che ha dovuto piegare la testa davanti alle ripetute minacce di morte e ha deciso di darsi alla fuga mentre si trovava in ritiro in Italia, queste ragazze hanno preso parte ai giochi e hanno anche, in qualche caso, ben figurato. E’ il caso ad esempio di Ruqaya al Ghasara, 25enne sprinter del Barhain, che dopo aver superato le resistenze dei più conservatori, è stata la prima atleta a prendere parte alle Olimpiadi indossando l’hijab ad Atene 2004. A distanza di 4 anni, è stata scelta come portabandiera, e ha corso i 100 metri e i 200 con il suo velo bianco (firmato Nike) sulla testa. [...]
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