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Il Primo Ministro indiano ce l’ha fatta: ha sfidato l’intero governo chiedendo la fiducia sull’accordo nucleare con gli Stati Uniti e con 275 voti a favore e 256 contro (11 gli astenuti) ha mantenuto il controllo del Paese. Domenica, il giorno prima del dibattito in aula, anche il leader del partito socialista aveva inaspettatamente abbandonato Manmohan Singh alla sua battaglia, ma oggi il leader della coalizione di maggioranza, il cui principale partito è il Congress dell’ italiana Sonia Gandhi (la formazione politica in cui militò lo stesso Mahatma), celebra quella che definisce una vittoria “convincente”, e si dichiara pronto, assieme ai colleghi americani, per ratificare definitivamente l’accordo che impegna i due Paesi in un reciproco scambio di conoscenze e tecnologie nucleari. E permette a Nuova Delhi di acquistare materiale fissile da Washington purché quest’ultimo sia utilizzato per scopi civili, in totale violazione delle norme previste dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare in cui l’intera comunità internazionale dovrebbe riconoscersi.
Per gli analisti politici nazionali il risultato di oggi è significativo non solo per le “implicazioni nucleari” del voto, ma anche perché nel 2009 i due principali partiti indiani, quello del Congresso e il Partito del Popolo Indiano (Bharatiya Janata Party -BJP) si confronteranno di nuovo nelle elezioni politiche nazionali, il cui risultato sembra ora fortemente orientato a confermare la leadership attuale, lasciando i nazionalisti indù del BJP all’opposizione.
Quest’ultimo, a sua volta, ha affermato che la vittoria del Congresso segna “un giorno molto triste per il Parlamento indiano”, e ha denunciato brogli e tangenti con cui anche i propri parlamentari sarebbero stati corrotti dai seguaci del Primo Ministro.
Manmohan Singh, il sikh che governa la più grande democrazia del mondo, resta in sella con una posizione ulteriormente rafforzata, finalmente liberato dai ricatti che i partiti comunisti della sua coalizione, di minoranza ma comunque determinanti, gli hanno sempre lanciato. Questi ultimi, infatti, passati all’opposizione i primi di luglio, dopo la partecipazione di Singh al g8 di Hokkaido, nella speranza di spingere il Paese ad elezioni anticipate facendo cadere il governo proprio sulla questione nucleare, oggi possono solo impegnarsi per tentare di convincere l’elettorato che l’accordo con gli Stati Uniti di fatto garantisce a Washington la possibilità di influenzare in maniera determinante la politica estera indiana, per tentare di nuovo, nel 2009, di mettere Singh in minoranza.
- Mercoledì 23 Luglio 2008
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