(Foto Ansa)Ahmet Yildiz è stata la vittima del primo delitto d’onore che in Turchia ha avuto come vittima un gay? E’ questa la terribile domanda che si è posto un giornalista inglese dell’Independent. Spetta alla polizia turca accertare le responsabilità di questo assudo assassinio, ma sulla morte di Ahmet gravano già pesanti sospetti. Cosa può aver spinto qualcuno ad ammazzare a sangue freddo un ragazzo di 26 anni, studente di fisica all’Università, con un presente e un passato senza macchie, che non nascondeva la sua omossessualità al punto da rappresentare il proprio Paese al meeting intenazionale di San Francisco? Tra tante domande ancora senza risposta, agli atti dell’inchiesta ci sono le testimonianze oculari di chi, la settimana scorsa, ha visto Ahmet uscire dal locale dove gli è stato teso un agguato e cercare di sottrarsi ai colpi di pistola a bordo della sua auto. Ma, sanguinante, il ragazzo ha perso il controllo del mezzo e si è andato a schiantare a lato della strada, morendo poco dopo in ospedale. I suoi amici non hanno dubbi sul perché della sua morte: Ahmet è la vittima di un società che da una parte vive con più spensieratezza le relazioni interpersonali e dall’altra spinge per un ritorno a costumi più sobri e conservatori. E che ha giornali come il Vakit che non esita a definire gay e lesbiche dei “pervertiti”.
“Mi sento senza via di uscita”, ha dichiarato Sedef Cakmak, membro dell’associazione gay Lambda che la magistratura di Istanbul ha, oltretutto, recentemente deciso di chiudere.
“Stiamo cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti degli omosessuali, ma più diventiamo visibili, e più corriamo il rischio di diventare oggetto di attacchi come questo”.
E se il perché sembra chiaro, anche su chi possa essere l’autore di questo assassinio gli amici di Ahmet non hanno molti dubbi. Per loro, la sua condanna a morte è stata scritta il giorno stesso che ha reso nota la propria omosessualità alla famiglia. Tra i vicini di casa della vittima, c’è chi ora ricorda come non avesse mai avuto con i suoi genitori una relazione serena. “Discutevano sempre, soprattutto su chi era lui, chi frequentava, cosa faceva”, spiega una vicina. I genitori volevano che si “curasse”, “guarisse” e si sposasse. Cinque mesi fa Yildiz si era anche rivolto a un magistrato perché aveva ricevuto minacce di morte, ma il suo appello era rimasto inascoltato. In un Paese che per entrare nell’Unione Europea ha moltiplicato i suoi sforzi per raggiungere un livello di tutela dei diritti civili e delle minoranze accettabile, il caso di Ahmed Yildiz appare molto simile a quello di molte donne vittime dei cosiddetti “delitti d’onore”.
Le cifre di un’usanza non sconosciuta anche all’Italia fino a un passato piuttosto recente, sono impressionanti.
Il mese scorso, infatti, la Direzione generale per la Tutela dei diritti umani della Presidenza del Consiglio dei ministri ha reso noto che le vittime sono state un migliaio negli ultimi 5 anni, con un costante incremento: le donne ammazzate da familiari per “salvare l’onore” sarebbero passate dalle 150 del 2002 alle 220 dell’anno passato.
A guidare questa triste classifica è Istanbul, dove sono state uccise 167 persone, seguita da Ankara con 144, Izmir con 121 e Diyarbakir con 69. Nella maggior parte dei casi gli omicidi sono stati commessi da persone provenienti dalle province orientali del Paese, notoriamente più conservatrici e con una scolarizzazione nettamente più bassa che nel resto della Turchia. E certo sbaglia chi pensa che questa sia una peculiarità turca. Le Nazioni Unite stimano in 5 mila i delitti d’onore che avvengono nel mondo ogni anno.
- Venerdì 25 Luglio 2008

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