In questi anni ci eravamo illusi che i problemi riscontrati in molti reduci di guerra americani e britannici non ci riguardassero. Che i fenomeni di stress riscontrati da alcuni militari durante le operazioni o al rientro dall’Iraq o dall’Afghanistan fossero un’esclusiva dei contingenti di quei paesi che facevano la guerra veramente: gli italiani venivano presentati sempre come soldati dediti alla ricostruzione e all’assistenza ai civili.
Un’illusione tramontata con le conferme del rientro in Italia di due elicotteristi dell’esercito, l’equipaggio di un A-129 Mangusta da attacco, rimpatriati nei giorni scorsi da Herat, nell’Afghanistan Occidentale, per un forte stress psico-fisico giudicato incompatibile con i compiti loro assegnati. Da quanto è emerso due Mangusta decollarono il 9 luglio in seguito all’imboscata a una pattuglia italiana non lontano dall’aeroporto di Herat nella quale i talebani ferirono il tenente Gabriele Rame e l’aviere Francesco Manco. Secondo il quotidiano romano Il Tempo i due elicotteristi si sarebbero rifiutati di sparare ai miliziani per non coinvolgere civili ma non risultano notizie di azioni a fuoco degli A-129 in quell’occasione e fonti sentite da Panorama.it hanno negato decisamente che in quel contesto vi fossero le condizioni per aprire il fuoco.
A smorzare le polemiche è intervenuto il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, sottolineando le condizioni di stress nelle quali operano i militari in Afghanistan e dichiarando che “capita più spesso di quello che sembra che d’ufficio o a loro richiesta si dia una licenza”. Dal comando di Herat assicurano poi che sono stati gli stessi piloti “a presentarsi in infermeria accusando uno stato di forte disagio dovuto all’impegno in numerose missioni operative”. Per questo è stato autorizzato il rimpatrio per motivi sanitari dei due piloti appartenenti al 7° reggimento Vega di Rimini, trasferiti all’ospedale romano del Celio per accertamenti. A conferma che non si sarebbe trattato di disobbedienza agli ordini contro i due elicotteristi non sarebbe stato emesso nessun provvedimento disciplinare né risultano aperte inchieste. I militari sarebbero affetti da disturbo post-traumatico da stress (DPTS) noto anche come “nevrosi da guerra”, riscontrato in moltissimi combattenti dalla Guerra di Secessione Americana in poi. Un problema che negli USA e in Gran Bretagna è al centro di un acceso dibattito circa il livello di assistenza e supporto garantito ai veterani che mostrano questi disturbi e che spesso hanno difficoltà a reinserirsi nella vita civile . In misura certo minore il problema riguarda anche alcuni militari italiani.
Particolarmente esposti al DPTS risultano le forze speciali e i reparti d’élite spesso impegnati in azioni a fuoco e che compiono turni molto frequenti in area operativa. Come gli equipaggi dei Mangusta, elicotteri che imbarcano solo armi e hanno volato oltre 1.300 ore in Afghanistan in missioni che contemplano sempre la possibilità di essere impegnati in combattimento. Alcuni casi di DPTS emersero già durante le operazioni in Somalia nel 1992-94 e poi i Iraq, in seguito alle tre battaglie dei ponti a Nassiryah. Fenomeni che impongono anche alle forze armate italiane di affrontare il DPTS con protocolli specifici quali test e visite specialistiche che consentano di monitorare il livello di stress dei combattenti e di assistere i militari colpiti dalla “nevrosi da guerra”.
- Martedì 29 Luglio 2008
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Commenti
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Il 30 Luglio 2008 alle 14:09 Sparagli Piero, sparagli ora | Il blog di lucacicca ha scritto:
[...] Il governo e i giornali di regime parlano di motivi sanitari, dovuti alla “nevrosi da guerra”. [...]
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