La Serbia ha già archiviato il caso Radovan Karadzic. Ora tocca alla giustizia internazionale. Dal punto di vista politico, l’arresto e l’estradizione all’Aja dell’ex leader serbo-bosniaco, non avrà grandi ripercussioni a Belgrado. Parola di Goran Svilanovic, un uomo che la storia (e la cronaca) balcanica le conosce bene. Per quattro anni, fino al 2004, ministro degli esteri della – defunta - Repubblica di Serbia e Montenegro. Svilanovic ha lavorato fianco a fianco con Zoran Djindic, il premier che nel 2001 fece catturare e consegnare al Tribunale Internazionale per i Crimini per la ex Jugoslavia, Slobodan Milosevic, il pesce più grosso caduto nella rete del Tpi. Svilanovic quei giorni se li ricorda bene. Era in prima fila quando l’arresto notturno dell’ex presidente serbo – rovesciato un anno prima - squassò la già turbolenta vita politica belgradese.
Probabilmente è per questo che, confrontando i due momenti storici, quasi si meraviglia della domanda sulle conseguenze interne della cattura di Karadzic. “Cosa vi aspettate? Non ci saranno riflessi importanti. Non ci sarà alcuna instabilità istituzionale o politica. Abbiamo avuto 15.000, la massimo 20.000 persone per le strade, per protestare contro l’arresto; qualche scontro con la polizia, qualche arresto. Ma non accadrà niente di più. Sono pronto a scommetterci”. È questo il messaggio che vuole mandare l’ex numero uno dell’Alleanza Civica per la Serbia, ora influente membro del Patto per la Stabilità dell’Europa Sud-Orientale, un’istituzione internazionale creata per alimentare la democrazia nei Balcani. “Quello che è successo non è così rilevante agli occhi dell’opinione pubblica serba. Probabilmente ha avuto più impatto a livello internazionale. Non mi chieda il perché. Non sono un storico, o uno psicologo di massa, ma un politologo. E per quanto mi riguarda, ripeto, non credo che il nuovo corso politico serbo, iniziato anni fa e indirizzato – con difficoltà, non possiamo nasconderlo - verso un’apertura all’Occidente, non possa essere messo in discussione dal destino di Radovan Karadzic. Da coloro che lo difendono, o hanno nostalgia del passato ultra-nazionalista della Serbia”.
Verso l’Europa. Come molti, anche Goran Svilanovic pensa infatti che la cattura dell’uomo accusato del genocidio bosniaco, possa essere molto utile ad avvicinare Belgrado a Bruxelles. Già all’annuncio del suo fermo l’Unione aveva espresso soddisfazione: “Un passo fondamentale per le aspirazioni europee della Serbia” aveva detto il Commissario all’allargamento, Olli Rehn. La Ue aveva firmato il 29 aprile scorso con Belgrado l’Accordo di associazione e stabilizzazione, che rappresenta l’anticamera della piena adesione. L’intesa però è rimasta congelata in attesa di sapere se la dirigenza serba, guidata dal presidente filo-occidentale Boris Tadic, fosse intenzionata a collaborare veramente con il Tpi. Le manette attorno ai polsi dell’ex leader serbo bosniaco ne sono la prova. E una pronuncia del Tribunale potrebbe sbloccare l’entrata in vigore del trattato. Anche se all’appello manca l’altra grande ricercato, il generale Ratko Mladic, il massacratore di Srebrenica: “Credo che l’Europa dovrebbe fare dei passi decisi verso di noi”, continua Svilanovic. “Riprendere presto i colloqui, sulla base dei cosiddetti Criteri di Copenhagen, cioè quell’insieme di requisiti di stabilità e democrazia in campo politico e economico stabiliti nel 1993 per entrare nell’Unione. Spero che la Commissione si attivi al più presto, perseguendo quella che io chiamo la politica dell’Inclusione e dell’Accordo. Ma non solo nei confronti dei serbi, ma anche degli altri Stati a noi vicini. Dalla Bosnia al Montenegro, dalla Macedonia all’Albania”. E’ il sogno del ritorno all’Europa di un’intera Regione, quella dei Balcani ancora alle prese con le profonde ferite delle guerre degli anni’ 90. La cattura del “medico” Dragan David Dabic, come si faceva chiamare Karadzic, potrebbe essere una efficace medicina per la cura di quelle piaghe.
- Giovedì 31 Luglio 2008

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