Archivio di Luglio, 2008
L’operazione estradizione per Radovan Karadzic è scattata nella notte, dopo la firma sull’atto del ministro della Giustizia Snezana Malovic. Il trasferimento all’Aja era rimasto sospeso per alcuni giorni, dopo l’arresto, a causa dell’annunciato ricorso presentato dalla difesa a scopo dilatorio. Ricorso che tuttavia non è poi arrivato alla Corte distrettuale di Belgrado, inducendo i giudici a sbloccare la pratica e a passarla al ministero della Giustizia per il via libera finale.
L’ex leader serbo-bosniaco è arrivato nel carcere di Scheveningen, a 25 chilometri dall’Aja, lo stesso centro di detenzione dove è stato incarcerato per anni l’ex presidente della ex Jugoslavia Slobodan Milovevic e gli altri imputati di crimini di guerra già giudicati dalla giustizia internazionale.
L’ex capo dei serbi in Bosnia, teorico della guerra etnica, è imputato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. L’episodio più efferato di cui Radovan Karadzic dovrà rispondere è il massacro di Sebrenica, nell’est della Bosnia, dove nel luglio del 1995 furono passati alle armi circa 8.000 musulmani della piccola enclave.
L’arrivo dell’ex leader politico dei serbi di Bosnia al carcere del Tribunale Penale Internazionale dell’Aia, tra le ore 7.15 e le 7.45, chiude definitivamente il capitolo dell’impunità di Karadzic, latitante per 13 anni, grazie a una rete di protezione, con complicità in apparati statali, che gli ha permesso negli ultimi tempi di rifarsi una vita nel popoloso quartiere belgradese di Nuova Belgrado, sotto la falsa identità del “dottor Dragan David Dabic” - medico alternativo e guaritore - corredata da una lunga chioma e una barba bianca da guru.
Chiuso il capitolo della latitanza, un altro sta per aprirsi: quello del processo. Che si annuncia tutt’altro che facile, sia per il Tribunale penale sia per la Serbia, anche solo a giudicare dalle manifestazioni nazionaliste di ieri a Belgrado in difesa dell’ex leader, finite con il ricovero in ospedale di 46 persone, 25 agenti di polizia e 21 manifestanti.
Nel corso della prima udienza davanti al Tribunale penale internazionale gli sarà chiesto di dichiararsi colpevole o innocente: nel caso, del tutto improbabile, in cui si dichiarasse colpevole, i giudici si limiterebbero a stabilire la pena, che per i suoi crimini è quasi certamente l’ergastolo. Altrimenti, sempre che sia giudicato idoneo sotto il profilo medico, inizierà la fase preparatoria del processo, che potrebbe protrarsi per mesi, durante la quale la difesa sarà informata di tutti gli elementi di prova a carico dell’imputato.
L’ex leader serbobosniaco ha portato due giacche, una chiara e una scura, per le udienze, dove intende difendersi da solo, come fece l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic. L’ex presidente serbo era stato trasferito all’Aia il 29 giugno 2001, il processo era cominciato il 12 febbraio 2002, e non è mai stato portato a termine: l’accusato è morto l’11 marzo 2006, prima della fine del procedimento.
La cattura dello psichiatra Karadzic - e la consegna imminente alla giustizia internazionale - lasciano ora nel mirino del Tpi e del nuovo governo filo-europeo serbo solo due altri “super ricercati”: l’ex comandante militare serbo-bosniaco (e già sodale di Karadzic) Ratko Mladic (qui la scheda dell’Interpol) e l’ex leader politico dei serbi di Croazia Goran Hadzic.
Il VIDEO servizio:
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Dopo anni di rincorsa c’è il sorpasso: la popolazione cinese online è arrivata a 253 milioni, superando quella degli Stati Uniti, ferma a 223 milioni. Un record già annunciato in precedenza, ma per la prima volta confermato da statistiche ufficiali. Su internet, insomma, Pechino ha già vinto una gara con gli Usa diventando la nazione con il maggior numero di navigatori. Di recente il presidente della Repubblica Hu Jintao ha partecipato a una chat dalla sede del quotidiano China Daily: un riconoscimento simbolico dell’attenzione della classe politica per il web, uno spazio dove i cittadini esprimono, seppure con molte cautele, i malumori verso il governo. In vista delle Olimpiadi, però, la facilità di diffusione delle informazioni in rete preoccupa le autorità e sono stati ingaggiati 240mila commentatori per intervenire in favore del governo nei commenti dei blog e nei forum. Per i video che circolano in rete negli YouTube locali, invece, sono state decise misure più drastiche: ne sono stati chiusi 25. Negli ultimi giorni, però, ha riaperto il sito di videosharing 53.com, dopo alcune settimane di “pausa per manutenzione”.
L’ingresso dei cinesi nella rete è appena iniziato: ha accesso a internet il 20% della popolazione. Invece negli Stati Uniti la penetrazione del web ha raggiunto il 70%. Secondo gli analisti la prossima frontiera sarà quella delle comunicazioni mobili: 500 milioni di persone possiedono un cellulare. E lo sviluppo delle reti di terza generazione potrebbe facilitarne la navigazione online.
Decine di persone in piazza a Parigi davanti alla sede dell’operatore satellitare Eutelsat. Motivo della protesta che va avanti ormai ininterrottamente è lo stop improvviso della diffusione in Asia di NTD Tv, canale cinese nato con lo scopo di raccontare, anche in modo molto critico, l’altra faccia del paese del dragone, quella non ufficiale. Eutelsat, dal canto suo, risponde che la sospensione è dovuta ad un danno tecnico giudicato irreversibile. Ma a neanche due settimane dalle Olimpiadi sono in molti a pensare che il governo cinese stia in realtà solo apportando gli ultimi ritocchi alla sua strategia di immagine in vista dei Giochi. Una strategia durissima, secondo quanto denuncia un’inchiesta del New York Times, in cui non solo le voci fuori dal coro non sono gradite ma in cui il pugno di ferro è stato stretto a tal punto da trasformarsi in una morsa fatale. Lo sanno bene i familiari delle 70 mila vittime del terremoto di Sichuan del 12 maggio scorso, di cui diecimila erano bambini. Nelle scorse settimane il loro silenzio è stato pagato dal governo l’equivalente di 9000 dollari a famiglia con tanto di contratto ufficiale. Le autorità cinesi temono un’emorragia di informazioni e ulteriori critiche alla pessima gestione dei soccorsi. Ma le misure pro Olimpiadi riservano altre sorprese. Si potranno organizzare manifestazioni pubbliche durante i giochi ma solo in tre parchi autorizzati e ben lontani dal centro di Pechino.Quanto alle pubblicità, dall’8 al 24 agosto è vietata la diffusione di qualsiasi messaggio che risulti lesivo dell’immagine della Cina. Verranno inoltre bandite anche tutte quelle pubblicità che reclamizzano prodotti legati alle performance sessuali e alle sigarette. Sì invece a quei messaggi pubblicitari che incoraggiano al rispetto dell’ambiente, ai valori olimpici e alla diversità culturale.
In questi anni ci eravamo illusi che i problemi riscontrati in molti reduci di guerra americani e britannici non ci riguardassero. Che i fenomeni di stress riscontrati da alcuni militari durante le operazioni o al rientro dall’Iraq o dall’Afghanistan fossero un’esclusiva dei contingenti di quei paesi che facevano la guerra veramente: gli italiani venivano presentati sempre come soldati dediti alla ricostruzione e all’assistenza ai civili.
Un’illusione tramontata con le conferme del rientro in Italia di due elicotteristi dell’esercito, l’equipaggio di un A-129 Mangusta da attacco, rimpatriati nei giorni scorsi da Herat, nell’Afghanistan Occidentale, per un forte stress psico-fisico giudicato incompatibile con i compiti loro assegnati. Da quanto è emerso due Mangusta decollarono il 9 luglio in seguito all’imboscata a una pattuglia italiana non lontano dall’aeroporto di Herat nella quale i talebani ferirono il tenente Gabriele Rame e l’aviere Francesco Manco. Secondo il quotidiano romano Il Tempo i due elicotteristi si sarebbero rifiutati di sparare ai miliziani per non coinvolgere civili ma non risultano notizie di azioni a fuoco degli A-129 in quell’occasione e fonti sentite da Panorama.it hanno negato decisamente che in quel contesto vi fossero le condizioni per aprire il fuoco.
A smorzare le polemiche è intervenuto il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, sottolineando le condizioni di stress nelle quali operano i militari in Afghanistan e dichiarando che “capita più spesso di quello che sembra che d’ufficio o a loro richiesta si dia una licenza”. Dal comando di Herat assicurano poi che sono stati gli stessi piloti “a presentarsi in infermeria accusando uno stato di forte disagio dovuto all’impegno in numerose missioni operative”. Per questo è stato autorizzato il rimpatrio per motivi sanitari dei due piloti appartenenti al 7° reggimento Vega di Rimini, trasferiti all’ospedale romano del Celio per accertamenti. A conferma che non si sarebbe trattato di disobbedienza agli ordini contro i due elicotteristi non sarebbe stato emesso nessun provvedimento disciplinare né risultano aperte inchieste. I militari sarebbero affetti da disturbo post-traumatico da stress (DPTS) noto anche come “nevrosi da guerra”, riscontrato in moltissimi combattenti dalla Guerra di Secessione Americana in poi. Un problema che negli USA e in Gran Bretagna è al centro di un acceso dibattito circa il livello di assistenza e supporto garantito ai veterani che mostrano questi disturbi e che spesso hanno difficoltà a reinserirsi nella vita civile . In misura certo minore il problema riguarda anche alcuni militari italiani.
Particolarmente esposti al DPTS risultano le forze speciali e i reparti d’élite spesso impegnati in azioni a fuoco e che compiono turni molto frequenti in area operativa. Come gli equipaggi dei Mangusta, elicotteri che imbarcano solo armi e hanno volato oltre 1.300 ore in Afghanistan in missioni che contemplano sempre la possibilità di essere impegnati in combattimento. Alcuni casi di DPTS emersero già durante le operazioni in Somalia nel 1992-94 e poi i Iraq, in seguito alle tre battaglie dei ponti a Nassiryah. Fenomeni che impongono anche alle forze armate italiane di affrontare il DPTS con protocolli specifici quali test e visite specialistiche che consentano di monitorare il livello di stress dei combattenti e di assistere i militari colpiti dalla “nevrosi da guerra”.
Obama in preghiera al muro del pianto
“Spero che Obama mi perdoni, se si è offeso. Certo che si è offeso. Non è stata una cosa bella da fare. Sono stato maleducato. Spero che ci perdoni, e che diventi presidente”. A parlare così, con la voce imbarazzata e il volto oscurato, sul canale 2 della Tv israeliana, è uno studente di una Yeshiva, una scuola religiosa di Gerusalemme. Il “sacrilegio” di Aleph, così si chiama il ragazzo, è questo: ha rubato la preghiera di Obama. Quella che il candidato democratico ha infilato, come da tradizione, nel Muro del Pianto a Gerusalemme, poco prima di lasciare la città santa. Aleph era lì ad assistere, ha aspettato che la folla di curiosi e giornalisti se ne andasse e poi è andato a trovare la fessura in cui Obama ha inserito il suo biglietto. Con la “reliquia” in mano, è stata solo questione di tempo, prima che la vendesse alla stampa. Puntuale, il giorno dopo il testo è stato pubblicato su Ma’ariv, il secondo quotidiano (in lingua ebraica) del paese. Sul pezzo di carta, col logo dell’ Hotel King David, dove ha alloggiato il senatore dell’Illinois, c’era questo testo: “Signore, proteggi me e la mia famiglia. Perdona i miei peccati e aiutami a rimanere al riparo dall’orgoglio e dalla disperazione. Dammi la saggezza per fare ciò che è giusto. E rendimi uno strumento della tua volontà”. .
Ma il furto della preghiera non è rimasto impunito: gli altri quotidiani israeliani hanno criticato i colleghi di Ma’ariv, in particolare il direttore dello Yedioth Ahronoth (il principale rivale) ha sostenuto che il biglietto sarebbe stato offerto anche a loro ma si sarebbero rifiutati di pubblicarlo. Ma’ariv si è difeso sostenendo che lo staff del candidato presidenziale americano era stato avvertito. Dalla squadra di Obama non è arrivata nè una smentita nè una conferma. Ma in Israele il fatto è diventato un “caso”: il rabbino del Muro ha parlato di sacrilegio “le preghiere consegnate al Kotel (il muro) sono un fatto privato tra chi le scrive e il creatore”. Ma c’è anche chi insinua che il tutto sia una mossa elettorale di Obama. Intanto l’autore della bravata è apparso in Tv per scusarsi e chiedere perdono a Obama. E magari anche al destinatario del messaggio.
Guarda il VIDEO AP con le foto del biglietto rubato:
Differenze di “visione” profonde sulla guerriglia marxista-leninista delle Farc hanno creato negli ultimi giorni una forte tensione tra due paesi latinoamericani, la Colombia di Álvaro Uribe Vélez e il Nicaragua di Daniel Ortega. Dopo una settimana di accuse incrociate, infatti, la Colombia ha chiesto all’Organizzazione degli Stati Americani che controlli molto da vicino il governo del Nicaragua per la presunta vicinanza del presidente Ortega con alcuni membri delle Farc. “Il governo di Managua deve aiutarci a sotterrare le Farc, non a sotterrare se stesso assieme alle Farc”, ha detto il rappresentante colombiano all’Oas, che ha accusato il paese centroamericano di “proteggere terroristi”. Immediata e dura la replica nicaraguense: “La Colombia è uno stato narcoterrorista” e il suo presidente Uribe applica “il terrorismo di stato”. Gli scontri tra Colombia e Nicaragua, tuttavia, non sono i primi e, sottolineano gli analisti politici, non saranno neanche gli ultimi. Già lo scorso marzo infatti, dopo l’uccisione in territorio ecuadoregno del numero due delle Farc, Raúl Reyes per mano dell’esercito colombiano, Ortega era intervenuto nella questione in modo del tutto simile al presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías, suo grande alleato e sponsor, e alla fine decise di interrompere tutte le relazioni diplomatiche con Bogotá.
Inoltre da anni i due paesi sono al centro di una disputa territoriale che vede come oggetto del contendere l’arcipelago caraibico di San Andrés, ufficialmente parte integrante della Colombia ma rivendicato dal Nicaragua che lo scorso anno ha presentato di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja l’annullamento del trattato Esguerra Bárcenas, del 1930, che sanciva la sovranità colombiana sul territorio. L’11 novembre di quest’anno Bogotá presenterà una sua contro-memoria sul tema e dal 2009 in poi si attende il giudizio del tribunale olandese, specializzato in dirimere pacificamente le dispute territoriali.
Le accuse incrociate sulle Farc dei giorni scorsi, quindi, sono probabilmente da inserirsi in un quadro più ampio di tensione tra i due paesi. Una tensione aumentata anche dall’ultimo dettaglio sulla liberazione della franco-colombiana Ingrid Betancourt emerso pochi giorni fa, ovvero che tra il gruppo dei liberatori c’era anche un finto cameraman della tv Telesur finanziata da Chávez per controbilanciare il “potere mediatico dell’Impero statunitense”, molto vicina ad Ortega e assai critica verso Uribe.
Due ragazze sedute su un muretto si riparano dal sole con un ombrellino rosa: il cielo di Pechino è oscurato dallo smog, ma il calore dei raggi solari riesce comunque a irritare la pelle. Sono studentesse nel distretto di Haidian, il “quartiere universitario” della capitale. Alla Zhongcai l’edifico centrale è circondato dalle attrezzature sportive (un campo da calcio, sei da tennis, sei da basket) e dalle abitazioni degli allievi: decine di paia di scarpe sono allineate lungo i marciapiedi. Gli abiti appena lavati, invece, sono appesi alle finestre con le grucce. “Negli ultimi vent’anni lo sviluppo del nostro Paese è stato straordinario” dice un ragazzo indaffarato con un libro, Simon (cosi si fa chiamare dagli amici stranieri), seduto su una panchina. E la democrazia? “Abbiamo bisogno di stabilità: se tutti facessero quello che vogliono sarebbe il caos, l’anarchia”. Nelle strade del campus gli studenti indossano jeans, polo e scarpe da ginnastica firmate. Alcune ragazze mostrano orgogliose la borsetta griffata “Pucca”, un nome che ricorda i marchi italiani.
Alla fine di Xuejuan Nanlu, la strada che attraversa la parte meridionale del “quartiere universitario” pechinese, appare la Bfsu (Beijing foreign studies university), affiancata da un campus costellato da piccoli giardini dove lo smog dà un attimo di tregua. “Studio inglese con la specializzazione in business” dice una ragazza “dopo la laurea i primi anni penso di restare in Cina, poi voglio andarea vivere all’estero”. L’amica sorride: “Si, vogliamo partire per gli Stati Uniti”. Dal collo pende un sottile medaglione di giada con l’immagine di Buddha. L’area è affollata anche da stranieri. Sarah Laursen è una ricercatrice di Filadelfia e insegna arte alla Beida, la più prestigiosa università della capitale insieme alla vicina Tsinghua. Si sta specializzando nella storia dell’antica Via della seta, la strada che univa Occidente e Oriente per lo scambio di merci, dalle spezie ai tessuti. “Vengo a Pechino da cinque anni, ma negli ultimi due la città è completamente cambiata: soprattutto al centro alcune zone sono irriconoscibili”. Altri laowai (stranieri) arrivano alla Beida unicamente per imparare il cinese, per studi o per affari: un semestre costa 1.560 dollari, un mese circa 500. E, d’altra parte, almeno 25mila giovani dell’elite cinese scelgono di abbandonare Pechino per studiare nelle più prestigiose università straniere del mondo.

(Credits: AP/Lapresse)
Il sangue torna a bagnare le strade di Istanbul in un momento delicatissimo della storia della Repubblica Turca. L’attentato che ha provocato la morte di 17 persone (tra cui anziani, donne e bambini) e il ferimento di altre 150 è avvenuto alla vigilia di un appuntamento cruciale. Questa mattina ad Ankara si è riunita la corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla chiusura dell’Akp, l’attuale partito di governo, accusato dal numero uno della Cassazione di attività antilaiche, contrarie ai principi fondanti della repubblica. La Consulta potrebbe ora decidere di bandire dall’attività politica il presidente del consiglio Recep Tayyip Erdogan e addirittura il presidente della Repubblica Abdullah Gul, accusati di voler lentamente introdurre un regime islamico nel Paese della mezzaluna. Solo un anno fa, l’Akp ottenne un clamoroso 47 per cento alle elezioni politiche.
Contro la chiusura del Partito di governo si è anche duramente espressa l’Unione Europea, che vede nell’azione della magistratura una grave interferenza nel regime democratico del Paese.
In passato anche ambienti laici come la Tusiad, la Confindustria turca, avevano fortemente criticato il provvedimento della Corte Costituzionale che rischia di far sprofondare la Turchia in una crisi economica di notevoli proporzioni.
L’attentato di ieri non ha fatto che aggravare un clima di già forte tensione. In mancanza di una rivendicazione, i sospetti si restano concentrati sul terrorismo curdo del Pkk, impegnato a fronteggiare i raid pressocchè quotidiani condotti dalle forze armate turche al confine sud orientale.
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