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Archivio di Agosto, 2008

Afghanistan: diario di guerra dall’ultimo avamposto italiano

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  • Tags: Afghanistan, Ahmid-Karzai, kabul
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Diario di guerra dall'ultimo avamposto italiano

Foto di Maki Galimberti

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di Fausto Biloslavo da Bala Murghab (Afghanistan)

“I proiettili sollevavano sbuffi di sabbia conficcandosi davanti ai mezzi. Ci tiravano razzi Rpg da tutte le parti. Anche la base era sotto attacco. Non dimenticherò mai le fiammate delle esplosioni all’interno del fortino, dove la mia compagnia rispondeva al fuoco”. Il primo caporalmaggiore Pasquale Campopiano, 27 anni, di Caserta, descrive così l’ultima battaglia dei soldati italiani in Afghanistan. Tre giorni d’inferno, il 5, 6 e 7 agosto, quando i talebani volevano spazzare via l’avamposto di Bala Murghab. Una novantina di fucilieri della Brigata Friuli hanno tenuto, con le unghie e con i denti, le quattro mura sbrecciate di un ex cotonificio nella remota provincia di Badghis.
Il 6 agosto una colonna di rifornimento americana finisce in un’imboscata a meno di 1 chilometro dall’avamposto. La squadra di Campopiano esce a bordo dei blindati Lince per portare soccorso, ma i talebani li bersagliano annidati fra le case. I soldati italiani sono costretti a ripiegare nella base, che nel frattempo viene attaccata. Il caporale sbuca dal tetto del mezzo. «Mi sono attaccato alla mitragliatrice Browning e ho sparato 20 colpi. Poi l’arma si è inceppata per colpa della maledetta sabbia di queste parti» racconta il sottufficiale di Caserta. «È stato il mio battesimo del fuoco».
Se c’è un’Italia che per portare la pace deve fare la guerra, è proprio qui. La Terza compagnia Aquile del 66º reggimento aeromobile Trieste è arrivata a Bala Murghab il 4 agosto. Lungo una pista impossibile fra le montagne di sabbia che rendono lunare questa fetta di Afghanistan. L’ultima trincea degli italiani è un rudere di fronte al paese. Un vecchio avamposto in mezzo a una verde radura solcata da un fiume. Negli anni Ottanta ci aveva provato l’Armata rossa a presidiarlo. La leggenda vuole che i mujaheddin tagliarono la gola a tutti i soldati russi del fortino, quando le truppe sovietiche si ritirarono.
A Bala Murghab siamo arrivati con uno sbarco dal cielo scendendo di corsa dal ventre di un Ch47 italiano. Nel polverone sollevato dalle pale dell’elicottero i fucilieri della Friuli scaricano il più in fretta possibile rifornimenti e munizioni. Gli elicotteri d’attacco Mangusta sfrecciano minacciosamente, a bassa quota, per garantire protezione. Il generale Francesco Arena, basco azzurro e baffo grigio, controlla l’elisbarco circondato dalla scorta con il dito sul grilletto. Comandante del fronte occidentale della Nato in Afghanistan, è venuto in prima linea con i suoi ragazzi. I talebani, come hanno già fatto con un elicottero di trasporto per l’avamposto, possono sparare da un momento all’altro. Sembra la scena di un film sul Vietnam, ma è tutto vero.
Il capitano Massimiliano Spucches, 30 anni, di Bari, è l’interprete perfetto di questo film. Occhi limpidi, capelli a spazzola, impolverato, non molla mai la cuffia e l’auricolare della radio che lo tengono in contatto con i suoi uomini. «Sono stati veramente giorni di fuoco» spiega il comandante della compagnia. «Con questa missione i miei ragazzi sono diventati soldati».
Il 5 agosto scattano i primi attacchi. «Abbiamo sentito il fischio e una manciata di secondi dopo una fortissima esplosione. Il razzo aveva sfondato il muro esterno aprendo un buco» racconta Spucches. Fino all’8 agosto i talebani colpiscono ripetutamente, anche tre volte al giorno. Si nascondono nel villaggio a poche centinaia di metri dal fortino. Utilizzano i canali di irrigazione come trincee e camminamenti per cambiare posizione.
La Compagnia Aquile è inchiodata, ma non molla. «Ero di guardia al lato nord quando è esploso il primo razzo Rpg dentro il forte» racconta Giovanni Scaramuzza. «Ho aperto la portiera del blindato per salire e cercare riparo, quando ho sentito il sibilo. Un proiettile di kalashnikov mi ha sfiorato l’orecchio sinistro e si è infranto sul finestrino del mezzo». Da quel giorno il sottufficiale trentenne, di origini calabrese, è stato ribattezzato ‘o Miracolato. Barba incolta, occhiaie, faccia spaccata al sole, è da un mese in prima linea.
Altri non si lavano da giorni e hanno il segno degli occhialoni antipolvere impressi sul volto incrostato dalla sabbia. Le mimetiche da combattimento sono marrone per la sabbia. Non le lavano per scaramanzia. Nel fortino i soldati italiani vivono all’aperto, su brande da campo. Di giorno il sole ti spacca il cervello sotto l’elmetto e di notte l’umidità del fiume penetra nelle ossa. I ragazzi della Compagnia Aquile mangiano razioni da combattimento, ma da buoni italiani sono riusciti a farsi portare un po’ di caffè e di pasta dalle retrovie. Anche fra le bombe un piatto di spaghetti alla buona non manca mai. A tal punto che hanno inaugurato un angolo del fortino come “ristorante Katyusha”. In ricordo degli svariati missili da 107 millimetri che i talebani hanno lanciato sulla base.
Tutti raccontano con orgoglio la missione più dura della loro vita, fra paure, tensioni e piccoli atti di valore. «Avevo appena piazzato i mortai e ordinato il pronti al fuoco, quando è arrivato un katyusha e ci siamo buttati a terra» racconta il tenente Alfredo Perna, 25 anni. Con spiccato accento toscano descrive i momenti drammatici del 6 agosto, quando i talebani tartassano il campo da una casa poco distante, oltre il fiume. I soldati italiani devono fermarli, ma non vogliono colpire l’abitazione perché dentro possono esserci civili. «Via radio ho ricevuto l’ordine di lanciare corto dei colpi di avvertimento» racconta Perna. «Quando ho infilato la prima bomba nel tubo del mortaio mi sono detto: speriamo bene. Dopo la scarica del fuoco di sbarramento i talebani sospendono l’attacco».
I soldati della Nato non avevano mai messo piede da queste parti. I talebani raccontano alla popolazione che stanno tornando i russi. I fondamentalisti in armi hanno nella zona rifugi sicuri e arsenali.
«Erano le 4 e un quarto di pomeriggio, quando l’esplosione ci ha sorpreso buttandoci a terra. Non sentivamo più nulla. Dentro l’ambulanza si era alzato un polverone di sabbia. Ci siamo toccati l’uno con l’altro e Domenico mi chiedeva: sei vivo, sei vivo?». Narciso Fiorillo, 22 anni, viene da Benevento. Occhi azzurri e faccia da sbarbatello, si tiene in tasca la scheggia di un razzo Rpg che avrebbe potuto ucciderlo. Il 6 agosto, assieme a Domenico Vitale, della provincia di Lecce, ha appena finito di allestire un’area della base per assistere i feriti. I due sono inseparabili e fanno i paramedici in prima linea. Per fortuna si trovano a bordo dell’ambulanza blindata quando il razzo si infila nel muro a pochi centimetri dal mezzo. Le schegge riducono a un groviera il portellone posteriore dell’ambulanza, che si solleva come un grissino.
Assieme al tenente medico, Achille Balenzano, 27 anni, salvano la pelle a tre poliziotti e due civili afghani stabilizzando le loro ferite durante la battaglia. «Un agente era agonizzante: un proiettile gli è entrato e uscito dalla testa e un altro gli aveva perforato un polmone» racconta il medico originario di Bari. Gli afghani non si lamentano mai. Al massimo sussurrano «dar», che vuol dire fa male in pashtu. L’operazione Khora, per la conquista di Bala Murghab, è costata 5 morti e decine di feriti. Nei combattimenti sono stati uccisi due consiglieri militari americani dell’esercito di Kabul e tre soldati afghani.
Quando il convoglio di rifornimenti Usa finisce in un’imboscata, a un passo dal fortino, viene saccheggiato. Un caccia F15 filma la scena dei camion in fiamme rimbalzandola al comando della Compagnia Aquile asserragliato nella base. Sul primo momento si pensa di bombardare i mezzi per sottrarli ai talebani. Ma il rischio di provocare vittime tra i civili, che stanno depredando il carico, è troppo alto.
Gli attacchi vanno avanti fino al 12 agosto. Poi gli italiani riescono a incontrare gli anziani del villaggio. La promessa è di costruire un ponte e una strada. «Abbiamo cominciato a comprare meloni e tappeti per far girare un po’ di soldi» spiega il capitano Spucches. «Il nostro personale sanitario ha aperto un ambulatorio volante visitando una cinquantina di persone, soprattutto bambini». Adesso gli attacchi stanno riprendendo contro la compagnia spagnola, che ha dato il cambio ai soldati italiani nella sperduta provincia afghana di Badghis.
Gli angeli custodi del contingente italiano sono gli elicotteri Mangusta, che terrorizzano i talebani grazie alla loro potenza di fuoco. Il capitano Cristiano Comand ha 41 anni e viene da Teor, una cittadina in provincia di Udine. Sembra a suo agio nella tuta di volo color sabbia sull’assolata pista di Qal i Naw, il capoluogo della provincia di Badghis. Quando non pilota i Mangusta in Afghanistan fa il vicesindaco di Teor, per una lista civica di centrodestra.
«Ci hanno sparato un razzo Rpg nel sedere. L’abbiamo scampata per un soffio, ma si può morire anche in autostrada in Italia» sottolinea con un sorriso beffardo Comand. Il suo nome in codice è Fatima e il 9 luglio avrà acceso un cero alla Madonna, dopo il ferimento di due fucilieri dell’aria a 5 chilometri dal quartier generale italiano di Herat. «Avevano attaccato una nostra pattuglia a Shewashan» racconta il pilota del 5º reggimento Rigel. «Sento in cuffia “contatto a ore 6, Rpg” e viro di scatto a destra per 90 gradi. Ci hanno lanciato un razzo in coda e i piloti dell’altro Mangusta se lo sono visto passare davanti agli occhi. Pochi metri e ci avrebbero abbattuto».
Non è finita. I talebani sparano due raffiche con decine di colpi. Il capitano Comand vede i traccianti fendere l’aria attorno ai Mangusta. Cinque proiettili centrano un elicottero spagnolo, che evacua i soldati italiani feriti. Il tenente Gabriele Rame ha un arto spappolato, con la carne che penzola. «Quando gli ho messo una mano sulla spalla ancora in barella mi ha detto: “Generale non vorrei sporcarla con il mio sangue”» racconta Arena, il comandante del contingente italiano.
Nell’Afghanistan occidentale sono schierati 2.800 soldati della missione Isaf, voluta dalla Nato, per stabilizzare il paese. Spagnoli, sloveni, albanesi assieme con 1.421 soldati italiani. Numero esiguo per controllare le quattro province di Herat, Farah, Ghor e Badghis. Un fronte grande come il Nord Italia. A sud del campo di Herat c’è solo l’inferno di Farah, la provincia più pericolosa per gli italiani. Infestata da talebani e signori della droga, confina per 250 chilometri con l’Iran, che soffia sul fuoco dell’instabilità afghana.

Fuoco, fuoco, fuoco! Spari di mortai contro i talebani a Bala Murghab

Operazione Khora: agosto di fuoco per i soldati italiani

La battaglia di Bala Murghab. Difesa di un fortino a Baghdis.

Agosto 2007, Bala Murghab: gli elicotteri italiani portano in salvo alcuni soldati spagnoli caduti in un’imboscata

Nel deserto circondato da montagne di Farah combatte la Task force 45. La punta di lancia del contingente italiano è composta esclusivamente da corpi speciali. Un pugno di incursori del 9º reggimento Col Moschin, marinai del Comsubin, Ranger degli alpini paracadutisti, specialisti dell’aviazione e carabinieri dei Gis. Per la prima volta dei giornalisti italiani seguono una missione di questi soldati, che erano «fantasmi» per il precedente governo. Unica regola: niente cognomi, gradi o fotografie in cui si riconoscano i volti degli incursori.

Diario di guerra dall'ultimo avamposto italiano

«Come si esce dalla base così si rischia. Diciamo che Dio con noi fa gli straordinari» sostiene Enrico, comandante del distaccamento. La base è gestita dalla «regina di Farah», come viene chiamata Shoshana Chatfield, ufficiale della marina Usa. Tanto tosta quanto bella, con i suoi occhi azzurri e capelli biondi. Comanda il Prt, uno dei centri di ricostruzione provinciale dell’Afghanistan occidentale. I corpi speciali italiani vivono in maniera spartana, sotto le tende. Nella sala riunioni della task unit Alfa svetta una bandiera blu con la capra al centro, simbolo dell’Istria. Lo stendardo degli esuli costretti a lasciare la penisola italiana, oggi in Croazia, alla fine della Seconda guerra mondiale.
La Task force 45, durante le sue missioni segrete degli ultimi due anni, ha sostenuto una quindicina di scontri a fuoco. Per cinque volte i corpi speciali sono saltati sulle trappole esplosive dei talebani. Altrettante sono state scoperte all’ultimo secondo. Non a caso gli incursori hanno ribattezzato il blindato Lince «salvavita». Negli ultimi botti ha resistito facendo sopravvivere l’equipaggio. Viaggiare su un Lince con elmetto, giubbotto antiproiettile e cinture allacciate, non è facile. Farlo per 11 ore in mezzo al deserto con i corpi speciali è una prova di sopravvivenza. Il nome in codice della missione è Falco e prevede una pattuglia di ricognizione e combattimento verso il confine iraniano.
I talebani chiamano i blindati stranieri «mostri» e cercano di farli fuori in tutti i modi. A Shindand, lo scorso luglio, un terrorista suicida è saltato dal primo piano di una finestra su una colonna americana in avvicinamento. Si è fatto esplodere a mezz’aria ammazzando sei civili che passavano per caso.
L’ultima tattica dei kamikaze, al volante di una macchina minata, è avvicinarsi alle truppe della Nato con dei manichini nell’automobile. Per far pensare che ci sono altri passeggeri a bordo e non un terrorista suicida. Sui Lince le mappe del paesaggio lunare di Farah sono digitalizzate su computer che segnalano come in un videogioco tutte le forze «blu», ovvero alleate, nell’area. Però le vecchie mappe russe su carta sono le migliori. Purtroppo hanno il difetto di essere scritte in cirillico.
La missione Falco prevede un bivacco nel deserto, con la luna che illumina il dispiegamento a riccio dei blindati. Simile a quello dei pionieri nel Far West, quando dovevano difendersi dagli indiani. Si dorme sotto le stelle tormentati da una tempesta di sabbia, ma la Task force 45 ne ha passate di peggio.
Il Gulistan è la «valle dei fiori» nella parte sud orientale di Farah. Un budello con picchi di 4 mila metri dove i terroristi di Al Qaeda arabi, ceceni e pachistani hanno scavato basi sotterranee. Ogni tanto i talebani mettono a ferro e fuoco il capoluogo del distretto. Poi issano il loro vessillo, la bandiera bianca con la scritta «Allah o akbar» (Dio è grande). «Per tirarla giù chiamano noi» spiega Vincenzo, un incursore che dallo scorso anno ha passato 11 mesi da queste parti.
Vince, come lo chiamano tutti, ci descrive uno degli scontri più duri nel famigerato Gulistan: «Non ho fatto in tempo a dire, ma cosa sono quelle fiammate, che arrivavano i colpi. Michele era davanti a me e l’ho visto cadere. Un proiettile gli ha trapassato il braccio sinistro e poi ha portato via un lembo di carne dal petto. Quando è andato giù ha gridato “Mi hanno beccato, mi hanno beccato”».
Vincenzo e gli altri militari italiani del 9º Col Moschin imbracciano l’arma o saltano sui mezzi per rispondere al fuoco. I talebani sono appostati su una cresta e lanciano anche dei razzi a spalla Rpg. «Il primo è esploso a una trentina di metri, ma il secondo l’ho sentito fischiare al nostro fianco» ricorda Vince.
La sua arma è un lanciagranate sul tetto del blindato. Spara una botta da 40 millimetri dietro l’altra. «Per alcuni minuti i talebani vengono investiti da una pioggia di fuoco» racconta il testimone dello scontro. Michele, l’incursore ferito, si trascina fino al blindato. Vince racconta che «perdeva sangue dal braccio, ma è riuscito a prendere posizione mettendo il colpo in canna alla mitragliatrice pesante. Poi è crollato».

Diario di guerra dall'ultimo avamposto italiano
Foto: il caporalmaggiore Antonio Metruccio, 27 anni, della Terza compagnia Aquile, 66° reggimento aeromobile Trieste.

  • redazione
  • Domenica 31 Agosto 2008

Evacuata New Orleans per l’uragano Gustav. In sordina la convention repubblicana

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  • Tags: gustav, John McCain, new-orleans, presidenziali-usa-2008, uragano, Usa
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Hangzhou, Cina
La convention repubblicana che ufficializzerà la nomina di John McCain a candidato alla presidenza americana si è aperta oggi in sordina, con le usuali celebrazioni ridimensionate a causa dell’uragano Gustav che minaccia milioni di persone.
Temendo che le immagini teletrasmesse della festa repubblicana sarebbero state inappropriate alle circostanze, nel giorno di apertura della convention McCain e il suo partito terranno una sessione ridotta di un paio d’ore.
Sono circa due milioni le persone che hanno lasciato la Louisiana ieri, e più di 11 milioni e mezzo quelle che potrebbero risentire dell’impatto della tempesta.
Ieri McCain (che non vuole rischiare di ripetere gli errori del presidente George W. Bush, che tre anni fa fu pesantemente criticato per non essere riuscito ad arginare i danni dell’uragano Katrina) ha visitato un centro di controllo degli uragani.
“Mi aspetto che non si ripeteranno gli errori commessi con Katrina”, ha detto McCain via satellite da Saint Louis ieri dopo essere stato informato degli sviluppi della tempesta.
Il sindaco di New Orleans, Ray Nagin, ha ordinato l’evacuazione obbligatoria degli abitanti della città devastata tre anni fa dalla furia di Katrina.

I residenti di New Orleans avevano comunque già cominciato a lasciare la città intasando le strade che la collegano con l’entroterra. L’evacuazione, però, è diventa obbligatoria alle 8 di ieri (sette ore più tardi in Italia), lungo la più vulnerabile riva sinistra del Mississippi, poi a mezzogiorno locale per la riva est. Nagin ha detto che Gustav è “la madre di tutte le tempeste”.
Il candidato John McCain, che ieri era con la vice Sarah Palin in Mississippi, ha detto in una intervista alla Fox che i lavori della Convention potrebbero essere abbreviato o sospesi alla luce dell’andamento dell’uragano perché “non è opportuno festeggiare quando una parte del paese vive una tremenda tragedia”.

A New Orleans, il sindaco Nagin ha detto che l’evacuazione ordinata “non è un test”. Le forze dell’ordine non obbligheranno nessuno a partire ma chi non lo fa “corre il pericolo peggiore della sua vita”. Gustav ha già ucciso 80 persone nei Caraibi. Dovrebbe abbattersi sulle coste Usa lunedì pomeriggio tra il Texas Occidentale e il Mississippi occidentale. Non è chiaro se New Orleans sarà colpita direttamente.

Uragano Gustav: a rischio la convention repubblicana

  • redazione
  • Domenica 31 Agosto 2008

Il prossimo obiettivo di Mosca? L’Ucraina

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  • Tags: Dmitry-Medvedev, Georgia, Kiev, Mosca, Russia, ucraina, Vladimir-Putin
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35 putin

La tensione tra Russia e Stati Uniti? E’ destinata a crescere. Le accuse di Vladimir Putin di un coinvolgimento americano nell’attacco georgiano contro l’Ossezia del Sud ? Un messaggio del Cremlino a John Maccain: non ti sognare di seguire la strada del tuo predecessore contro di noi, nel caso in cui fossi eletto alla Casa Bianca. Il prossimo obiettivo (politico, non militare) di Mosca ? L’Ucraina, ovviamente. Robert McMahon, giornalista, è il vicedirettore della rivista web del Council of Foreign Affairs, una delle più importanti istituzioni mondiali nel campo dell’analisi della politica internazionale. Da Washington, ora Mcmahon, dopo anni sul campo nell’Europa Orientale, monitora tutte le mosse di Mosca. E non è sorpreso della piega presa dagli avvenimenti.

 

“Siamo in una fase veramente calda - dice Robert McMahon. L’intervista alla Cnn, durante la quale Vladimir Putin ha accusato l’amministrazione Bush di aver spinto la Georgia contro l’enclave osseta per facilitare la campagna elettorale del candidato repubblicano è una pietra miliare del nuovo corso dei rapporti con la Russia. Con quelle parole siamo tornati indietro di almeno 15 anni. Se poi, le sommiamo ai movimenti delle navi militari di entrambe le potenze nel Mar Nero, be’… il panorama è veramente fosco. Ma c’è la possibilità di tornare ad usare toni amichevoli, anche se io scommetterei sull’aumento della tensione nelle prossime settimane”.

Una parvenza di dialogo comunque rimane. Una comunicazione aspra, in ogni caso. Che è fatta di messaggi distensivi accanto a chiusure nette. Il giornalista del C.F.A. racconta un paio di esempi. Ieri, nel vertice del Gruppo di Shangai - che include oltre la Russia, anche la Cina e e le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, dopo aver incassato l’appoggio dei paesi membri alla sua azione militare in Ossezia, la Russia si è dimostrata disponibile con l’Occidente e ha deciso di non impedire il passaggio sul suo territorio del materiale militare destinato alle truppe Nato in Afghanistan. Una mano tesa a Washington. Ritirata poche ore più tardi quando il ministro degli esteri russo Andrei Nesterenko ha minacciato conseguenze irreversibili nelle relazioni con l’Alleanza Atlantica dopo che il Consiglio della Nato ha condannato il riconoscimento moscovita di Abkhazia e Ossezia del sud. Un altro schiaffo dell’Orso Russo.

Che non si accontenterà di annettersi di fatto le due repubbliche ribelli georgiane. “Nell’agenda di Mosca, ora, al primo posto c’è l’Ucraina. Secondo molti osservatori - e io concordo con loro - se la Georgia è importante per Mosca, Kiev è fondamentale dal punto di vista strategico. Lì, nella penisola della Crimea ci sono le basi militari navali russe. L’Ucraina è la porta verso l’Europa occidentale, da lì passano i gasdotti e gli oleodotti diretti verso il Vecchio Continente. Lì, inoltre, abitano una ventina di milioni di persone originarie della Russia, come ha ricordato qualche giorno fa il Presidente Dmitri Medvedev. Anche Kiev ha chiesto di entrare nella Nato. La Georgia è stato un durissimo segnale di avvertimento nei confronti della dirigenza ucraina. Mosca vuole condizionare la politica di Kiev.”

Dopo questa escalation, la Casa Bianca vorrebbe isolare il più possibile Mosca. Ma, i partner europei sono restii a usare metodi duri con un paese - la Russia - ha il coltello dalla parte del manico, se si pensa alla questione energetica. Oggi, Parigi ha fatto sapere che nel vertice straordinario dei capi di stato e di governo della Ue che si tiene lunedì a Bruxelles non verranno adottate provvedimenti contro Mosca. ‘L’ora delle sanzioni non è arrivata”, hanno affermato le fonti dell’Eliseo. E ‘questa la dimostrazione di una divisione tra Usa e Europa sulla politica da adottare con la Russia ? “Al di là della retorica sull’unità, io penso che gli interessi europei nei rapporti con Mosca siano troppo importanti e delicati per accettare le richieste di Washington - afferma Robert McMahon. “Casa Bianca dice : cacciamo fuori i russi dal G8, ma la Germania risponde: aspetta un attimo, quello che è successo in Georgia è stato molto grave, ma noi non vogliamo arrivare ad una rottura con loro.” Vediamo come si comporterà Nicolas Sarkozy. La Francia è presidente di turno dell’Unione Europea. “Ma George W. Bush, nonostante tutte le dichiarazioni di simpatia da parte sua, non deve aspettarsi molto dalla Ue, per ora. E probabilmente anche in futuro” - chiosa il vice direttore di Council of Foreign Affairs.

  • michele.zurleni
  • Sabato 30 Agosto 2008

Contadini indiani contro la Tata: “Ridateci la nostra terra”

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  • Tags: India, Mamata-Banerjee, Nano, Singur, Tata
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Mamata Banerjee

Mamata Banerjee

“Possono fare qualsiasi pressione su di noi, non ci piegheremo, il nostro partito lotterà per riavere la terra” avvolta nel suo sari bianco Mamata Banerjee, la piccola combattiva leader del Trinamool Congress, forza d’opposizione del Bengala occidentale urla tutto il suo orgoglio dentro il microfono. Ad applaudirla migliaia di persone che da domenica 24 agosto bloccano l’accesso alla fabbrica della Tata motors di Singur a un’ora da Calcutta. Da quello stabilimento il primo ottobre prossimo dovrebbero uscire i primi esemplari della Nano, l’auto low cost (1.700 euro circa) che promette di rivoluzionare il mercato indiano, diventando la “macchina del popolo”. L’intento dei manifestanti è proprio quello di impedire che le automobili vengano prodotte. A protestare sono contadini che rivogliono indietro almeno 400 dei 1000 acri di terra che il governo del Bengala ha deciso di destinare alla Tata e ad altre aziende sussidiarie. Lamentano di essere stati costretti a cedere i terreni ,a volte con minacce, e rifiutano l’indennizzo. Fermi ai cancelli della fabbrica, tra migliaia di agenti pronti a difendere gli operai, i coltivatori cantano “Nessuna industria al posto dei campi”, altri occupano le strade della zona gridando “Senza la restituzione della terra non ci sarà la Nano a Singur” paralizzando il traffico dei camion, vitali per i trasporti indiani.

video delle proteste

Giovedì 28 agosto 3.600 dipendenti della Tata sono stati scortati fuori dalla fabbrica dalla polizia, venerdì 29 l’impianto è stato chiuso per paura che i lavoratori venissero aggrediti. Ratan Tata, presidente della compagnia, che ha firmato anche un’alleanza con la Fiat, ha minacciato di spostare la produzione in un altro stato, nonostante abbia investito 350 milioni di dollari nel polo di Singur.
“Non ci importa” ha ribadito Mamata Banerjee, alla testa della rivolta contro la Tata che dura dal 2006. “Almeno 1000 famiglie sono in difficoltà in seguito agli espropri forzati” prosegue, attaccando il Partito comunista (Cpm), da decenni alla guida del Bengala occidentale “Sembra che il progetto di Singur sia una joint venture tra il Cpm e la Tata. Invece di proteggere la gente, la polizia ha protetto la fabbrica”. Per ironia della storia è proprio un governo marxista e in particolare il primo ministro Buddhadeb Bhattacharjee, a essere diventato l’emblema dello scontro tra le due anime dell’India, quella rurale, fatta di milioni di contadini che lottano costantemente per la sopravvivenza e quella moderna, affamata di industrie che accelerino lo sviluppo del paese. Bhattacharjee ha liberalizzato in modo significativo l’economia dello stato, decidendo di scommettere sulle cosiddette zone economiche speciali, aree dove le società ottengono dai governi locali terreni a prezzi stracciati dove costruire industrie e avviare la produzione godendo di grosse agevolazioni fiscali. Oltre il polo automobilistico di Singur, nel Bengala doveva sorgere un polo chimico a Nandigram, 70 chilometri a sud di Calcutta. Le proteste dei contadini che avrebbero dovuto cedere la terra sono state sedate con un intervento durissimo della polizia; gli agenti hanno sparato alla folla uccidendo 14 persone e ferendone altre 70, costringendo le autorità a rivedere i piani.

Ma se molti sono disposti a qualunque cosa per difendere la terra che considerano “sacra” come Samtosh Porel, 63 anni, che sopravvive coltivando un piccolissimo appezzamento a pochi metri dalla fabbrica Tata di Singur, altri come Ashok Dhara, 42 anni, ha deciso di cedere il suo acro per 1 milione e 200 mila rupie (circa 18.000 euro) “ come potevo rifiutare così tanti soldi” dice, soldi con i quali si è comprato un campo più piccolo, mettendo il resto in banca con un interesse che gli permette di guadagnare più di quanto riusciva a ricavare in un anno dalla vendita del riso e delle patate che coltivava. “E poi Tata mi ha promesso un lavoro per 5000 rupie al mese”. Il suo sogno? Comprare una Nano.

  • froiatti
  • Sabato 30 Agosto 2008

Emergenza Aids a New York

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  • Tags: Aids, emergenza, hiv, new-york
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Immagini da New York per il calendario Caffè River

Sono centomila i newyorkesi infettati dal virus dell’HIV secondo  gli ultimi dati forniti dai funzionari del dipartimento della Sanità della città. Solo nel 2006  i nuovi malati nella metropoli sono stati circa cinquemila. Le statistiche rese note il 28 agosto rivelano che l’epicentro statunitense della diffusione dell’HIV è la Grande Mela. Il dipartimento della Sanità newyorkese giustifica questo “boom” con la forte presenza  dei cosiddetti “gruppi a rischio”, soprattutto quelli composti da uomini omosessuali e di colore.

A scattare la fotografia reale di questa vera e propria emergenza è stata una nuova metodologia, in vigore dal 2006 e sviluppata dai Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie negli Stati Uniti, in grado di stabilire l’anno esatto in cui l’infezione è avvenuta. Si è scoperto, così, che in quello stesso anno la metà dei sieropositivi era di sesso maschile e aveva contratto l’Aids attraverso rapporti di tipo omosessuale.

A completare l’identikit delle persone colpite dal virus sempre grazie a questa tecnologia, è venuto fuori che i neri infettati dal virus dell’HIV di entrambi i sessi, invece, sono stati in media tre volte più numerosi dei bianchi. Per la dottoressa Monica Sweeney, specializzata nel controllo e la prevenzione dell’Aids, la precisione delle ultime statistiche aiuterà la città di New York anche per il futuro, soprattutto nell’ottimizzare le risorse per vincere la sua guerra contro il virus.

  • paolo.manzo
  • Venerdì 29 Agosto 2008

McCain gioca la carta rosa: Sarah Palin

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  • Tags: John McCain, palin, presidenziali-usa-2008, sarah-palin
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ritratto di Sarah Palin, audio

Ascolta il commento AUDIO di Silvia Grilli, vicedirettore di Panorama

Era stato il britannico Times a segnalare per primo, quasi un mese fa, che John McCain aveva in mente di nominare un donna come vice: o il Governatore dell’Alaska Sarah Palin o Carly Fiorina, chief executive della Hewlett-Packard. Non si sbagliava: stamane un aereo privato proveniente da Anchorage è atterrato a Dayton, in Ohio, dove il candidato repubblicano presenterà il suo vicepresidente. Tutto lascia pensare, secondo la stampa americana, che a bordo ci fosse proprio la Palin, risposta alla scelta obamiana di Joe Biden giunta dopo aver scartato l’ipotesi femminile di Hillary. Quella repubblicana potrebbe essere una carta vincente soprattutto perché Palin è da sempre considerata una paladina di alcuni temi cari ai conservatori: è contro l’aborto (ha un figlio down) e i matrimoni gay ma a favore della pena di morte e il diritto a portare armi. Ma soprattutto potrebbe portare dalla sua parte le molte donne deluse dal fallimento della mancata candidatura della Clinton.

Se così fosse, Mitt Romney, l’ex governatore del Massachusetts, e Tim Pawlenty, il governatore del Minnesota non farebbero più parte del team di McCain, che sceglie quindi una donna, giovane e madre, per stuzzicare l’appetito di chi in queste elezioni americane voleva una figura femminile. Lei, Sarah Palin, ha un curriculum di tutto rispetto: dal 2006 è la prima donna governatore dell’Alaska. Madre di cinque figli, 44 anni nata nell’Idaho, membro tesserato della National Rifle Association, maratoneta e appassionata della vita all’aria aperta (mangia hamburger di alce), quella che potrebbe essere il numero due di McCain è la presidente della Alaska Oil and Gas Conservation Commission. Suo marito Todd è un eschimese ed è anche per questo che Palin, dopo aver posato per Vogue nel 2007, è soprannominata “la governatrice più calda dello stato più freddo”.

  • antonietta.demurtas
  • Venerdì 29 Agosto 2008

Sud Sudan sull’orlo di un’altra guerra

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  • Tags: Abyei, Cina, darfur, south-Sudan, sudan
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Sud Sudan

Mentre il mondo guarda impotente al conflitto che infiamma il Darfur, in Sudan rischia di riaprirsi un’altra ferita che pareva rimarginata: la guerra civile che per 22 anni ha insanguinato il sud del paese. La pace siglata nel 2005 sta collassando a causa della crescente tensione tra i soldati arabi musulmani di Khartoum e le truppe degli ex ribelli cristiano-animisti dell’Spla (Sudan people’s liberation army), che hanno formato un governo a Juba, nel sud. Ma entrambi i fronti stanno anche riarmando i civili, e molte questioni scottanti, dalla demarcazione dei confini alle elezioni fissate per l’anno prossimo, sono ancora irrisolte. Small arms survey, un centro di ricerca svizzero sulle armi leggere, scatta una fotografia nerissima della situazione nella zona delle montagne Nuba, regione centrale del paese, epicentro di violenze efferate durante gli anni della guerra civile.

“Gli scontri tra i pastori di etnia araba e i contadini Nuba sono preoccupanti” afferma il rapporto (leggi il pdf), “nuovi gruppi armati stanno spuntando in tutta la regione, pronti a schierarsi a fianco dell’esercito sudanese (Saf), o dell’Spla”. Nei mesi scorsi donne Nuba sono state aggredite da milizie arabe che hanno compiuto diversi raid contro i contadini, applicando metodi che ricordano da vicino le razzie dei Janjaweed, i predoni appoggiati da Khartoum che imperversano nei villaggi del Darfur. A maggio ci sono anche stati pesanti combattimenti tra il Saf e l’Spla nell’area ricca di petrolio di Abyei. La città è bruciata e 50 mila persone sono rimaste senza un posto dove vivere.

Gli scontri di maggio ad Abyei (Al Jazeera)


“Molti analisti ritengono che ci sia una precisa strategia del governo sudanese per alimentare l’insicurezza e avere così una scusa per rimandare il voto previsto nel 2009″ chiarisce a a Panorama.it Claire McEvoy, manager del programma sul Sudan di Small arms survey. “Altri esperti sono certi che se si svolgessero elezioni libere, il National congress party (il partito del presidente al potere dal colpo di stato del 1989 ndr) rischierebbe di perdere”. Improbabile sembra anche il traguardo del 2011 quando, secondo i termini del trattato di pace, dovrebbe tenersi il referendum per l’indipendenza del Sud Sudan. Molti ritengono che il presidente Omar al Bashir difficilmente accetterebbe la nascita di un nuovo stato nel cui territorio c’è la maggior parte delle riserve petrolifere del paese africano.

Ribelli sud-sudanesi
Ribelli sud-sudanesi: un uomo pulisce il suo kalashnikov

Il gioco di Pechino. Una questione che Pechino ha ben chiara in mente, tanto che mercoledì 27 agosto ha aperto un consolato a Juba: “Molte compagnie cinesi vorrebbero venire qui in cerca di nuove opportunità” ha spiegato ai giornalisti il console Zhang Qingyang. “Abbiamo il compito di tutelare i loro interessi”. Il Dragone importa circa il 7 per cento del suo fabbisogno petrolifero dal Sudan ma è un tradizionale alleato di Bashir, che ha sempre protetto, soprattutto all’Onu, riuscendo ad annacquare molte risoluzioni sul Darfur e impedendo di fatto una serio intervento della comunità internazionale. Da tempo Small arms survey e altri gruppi che si occupano di difesa dei diritti umani come Human rights first lamentano le pesanti ingerenze cinesi nel paese: “Una larga parte delle armi leggere di cui dispone l’esercito di Khartoum arrivano dalla Cina” conferma McEvoy. “Ma il Sudan è circondato da paesi instabili e i suoi confini sono porosi: è facilissimo mettere le mani su un kalashnikov. Inoltre i pastori sono abituati a portare un’arma per difesa, in luoghi dove la polizia non esiste. Questo rende la situazione difficile da controllare. Qualunque incidente può scatenare un conflitto”.
La missione dell’Onu incaricata di vigilare sull’attuazione dell’accordo di pace del 2005 è criticata nel rapporto di Small arms survey sulle montagne Nuba per la sua inazione: “Gli osservatori nelle aree rurali dicono di non avere il mandato e le risorse prevenire la violenza” si legge nel rapporto. “Tutto ciò che fanno è accertare i fatti e riportarli, ma molti sostengono che essi interpretino il loro compito in maniera restrittiva. Questa percepita impotenza aggravata dal silenzio degli stati che un tempo hanno alzato la voce a favore del sud Sudan, hanno convinto molti Nuba che la pace non sia sostenibile e che sia necessario prepararsi alla guerra”.

  • froiatti
  • Venerdì 29 Agosto 2008

Non si placa la furia anticristiana in Orissa

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  • Tags: cristiani, India, orissa
  • 4 commenti

India

Il bilancio delle vittime nello Stato indiano dell’Orissa continua a salire. Sono arrivati a dieci i cristiani uccisi brutalmente dagli estremisti indù ma, secondo fonti cattoliche americane, potrebbero essere anche 30 le vittime. Contrariamente a quanto dichiarato dalla polizia, la situazione nel distretto di Kandhamal non è affatto sotto controllo nonostante l’imposizione del coprifuoco e l’autorizzazione data alle forze dell’ordine di sparare a vista a chi lo infrange.

Il distretto di Kandhamal è suddiviso in 12 blocchi (in India è molto comune la ripartizione delle città in blocchi ordinati secondo le lettere dell’alfabeto, ndr), e solo in sei o sette l’ondata di violenza sarebbe stata in qualche modo arginata. La polizia indiana è restia a dare informazioni sugli incidenti, ma i corrispondenti dell’antenna episcopale Asianews sono i più energici nel cercare di rompere l’assedio del silenzio. “Vikram Nayak (un cattolico, ndr) è stato ucciso e tagliato a pezzi. Altri due cristiani feriti gravemente sono morti, e le donne vengono molestate e brutalizzate”, testimoniano due suore a loro volta colpite dalla furia dei militanti indù.

A nulla è servito neppure l’appello del Papa per porre fine a questa caccia all’uomo che sta sconvolgendo la vita dei cattolici di tutto lo stato dell’Orissa. Sembrano sempre più realistiche le voci che minacciano l’arrivo imminente di gruppi di militanti da altri stati dell’India pronti a dare man forte agli estremisti locali, che sostengono di voler vendicare l’assassinio del leader radicale indù Swami Laxmanananda Saraswati commesso, secondo loro, dai cristiani.

Allarmati per l’escalation delle violenze, i leaders cristiani locali chiedono al governo dell’Orissa di istruire un processo per fare chiarezza sull’assassinio di Saraswati e condannarne i colpevoli in modo da porre definitivamente fine alle violenze.
Indignati dal modo in cui il governo sta gestendo la crisi, alcuni ministri nazionalisti del Partito popolare indiano (BJP) hanno proposto la scissione del proprio gruppo dalla maggioranza, ma gli alti dirigenti del BJP hanno escluso questa ipotesi per paura di destabilizzare un esecutivo già fragile in un momento estremamente delicato. Dal 2007, infatti, l’Orissa è guidato da un Presidente appartenente al Partito del Congresso e da un Primo Ministro del BJP.

Come atto di protesta contro i soprusi che hanno subito i cristiani dell’Orissa, quantificati in “30 martiri, 400 feriti, 10.000 persone costrette a ripararsi nelle foreste circostanti, e circa un centinaio di chiese bruciate o rase al suolo in meno di 72 ore, tutte le scuole cattoliche dell’India oggi rimarranno chiuse, mentre la Federazione delle Organizzazioni Cristiane del Nord America (Fiacona) ha organizzato una veglia di preghiera di tre ore in tutti gli Stati Uniti.

Una simile ondata di violenza aveva colpito la comunità cattolica dell’Orissa durante le festività natalizie del 2007. In quell’occasione, però, gli estremisti si erano “limitati” a bruciare villaggi, distruggere negozi e sparare a vista sui cristiani, fortunatamente senza provocare vittime. L’ordine era stato ripristinato grazie all’intervento della Central Reserve Police Force, un gruppo paramilitare nazionale creato apposta per intervenire nelle situazioni di emergenza, che alcuni sperano sia già in viaggio verso Kandhamal.

  • claudia astarita
  • Venerdì 29 Agosto 2008
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