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Le domande sul caso Bruce Ivins sono ancora molte. Il mistero si infittisce. Carnefice o vittima? Subito dopo il suo suicidio, settimana scorsa, le rivelazioni del Los Angeles Times avevano trasformato l’eroe della lotta al terrorismo batteriologico in un impostore. Anzi di più. Un assassino per profitto. Lo scienziato - che si è tolto la vita ingerendo massicce dosi di Tylenol mischiato a codeina - secondo il quotidiano californiano sarebbe stato dietro la catena di attentati al carbonchio, che nell’autunno del 2001 fecero cinque vittime negli Usa.
Il suo scopo? Creare panico e convincere il governo a stanziare fondi speciali per la ricerca di un vaccino che lo stesso Ivins stava studiando. Dietro quelle lettere all’antrace c’era una storia di royalties, secondo il Los Angeles Times. L’uomo che cinque anni fa aveva ricevuto una medaglia dal Pentagono per il suo lavoro, si sarebbe ucciso perché gli inquirenti erano vicini ad una incriminazione che avrebbe potuto portarlo alla condanna a morte. Una ricostruzione confermata in parte dai funzionari del Dipartimento della Giustizia, rimasti anonimi. Ma gli amici, i colleghi e gli avvocati di Ivins hanno continuato a smentirla. Non solo. Il New York Times ha svelato il contenuto di alcune e-mail che sarebbero state scritte da Ivins fin dal 2000. Il ritratto che ne è esce è quello di un uomo con gravi problemi psichici, affetto da una sindrome di sdoppiamento della personalità. La fotografia esatta dello scienziato- pazzo, Gli amici, i colleghi e gli avvocati di Ivins fanno fatica a credere che l’uomo accanto al quale sono stati per anni, fosse quello che emerge dall’articolo del quotidiano di New York. In più, queste persone, nei giorni scorsi avevano raccontato particolari che, se confermati, potrebbero gettare ulteriori ombre sulla versione ufficiale.
Secondo Associated Press, un collega – il cui nome rimane anonimo – ha raccontato di avere ricevuto una confidenza da Ivins una settimana prima della sua morte: l’Fbi voleva assolutamente trovare un colpevole per gli attentati che avevano tanto sconvolto l’opinione pubblica americana e aveva deciso di incastrarlo. Per questo, gli agenti federali, per mesi, avrebbero fatto fortissime pressioni su di lui e sulla sua famiglia. Al figlio dello scienziato, sarebbero stati offerti 2,5 milioni di dollari e “una macchina sportiva”, mentre alla figlia, Amanda, ricoverata da tempo in ospedale, sarebbero state mostrate ripetutamente le foto delle vittime del 2001, dicendole: “Guarda cosa ha combinato tuo padre”.
Metodi investigativi non ortodossi. Perché usarli? Perché l’Fbi voleva la prova della colpevolezza dai figli di Bruce Ivins? Non aveva abbastanza elementi in mano? Dubbi, che ora aleggiano. Certo è che adesso, dopo la morte dello ricercatore, l’agenzia vuole dichiarare il caso Antrace risolto. Al più presto. Anche il movente per cui, secondo gli inquirenti, Ivins avrebbe spedito le lettere contenenti le spore assassine non è del tutto chiaro. E’ vero che la società di biotecnologia Vaxgen si aggiudicò nel 2001 un contratto federale da 877,5 milioni di dollari per la fornitura del nuovo vaccino. Ed è anche vero che una parte dei profitti sarebbero così dovuti andare agli inventori, tra cui Bruce Ivins. Ma il guadagno dello scienziato sarebbe stato nell’ordine delle migliaia – e non dei milioni – di dollari. E soprattutto, quel contratto della Vaxgen venne fatto decadere perché la società non rispettò i tempi di consegna del vaccino. La società, quindi a sua volta, non pagò gli inventori. Insomma, se Ivins puntava a un grosso guadagno, aveva sbagliato i suoi conti.
Il caso Hatfill. Prima di lui, per le lettere all’antrace, l’Fbi aveva messo sotto inchiesta un altro scienziato: Steven Jay Hatfill. Il suo è un caso esemplare. Dichiarato “persona di interesse” nell’indagine, il biologo venne sottoposto a una investigazione capillare. E anche in questo caso, gli agenti federali adottarono modalità pressanti. Tanto che lo stesso Hatfill più volte le denunciò alla stampa. Come quando li accusò di averlo seguito così da vicino mentre faceva jogging da aver sfiorato con la ruota delle loro macchina il suo piede. Alla fine, il ricercatore fece causa al Dipartimento della Giustizia. Motivo: gli inquirenti gli avevano rovinato la reputazione parlando con un cronista dell’inchiesta. Il tribunale gli diede ragione e il governo americano fu costretto a pagare 5 milioni di dollari. Dopo questo fallimento, il Federal Bureau of Investigation, dedicò le sue attenzioni a Bruce Ivins. E’ lui il vero colpevole? A questa domanda, l’avvocato di una delle vittime degli attacchi di sette anni fa ha riposto: ”Sono piuttosto dubbioso che fosse lui l’assassino”. Lui, sì. Lo è. L’Fbi, invece, no. Ne è sicuro. A ogni costo.
- Giovedì 7 Agosto 2008

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