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In genere, quando si parla della situazione del Darfur, si fa riferimento alla guerra che affligge i sudanesi dal 2003, al ruolo giocato dal governo sudanese nel trasformare il conflitto in genocidio, al disinteresse della maggior parte dei Paesi occidentali e al continuo approvvigionamento di armi ai ribelli garantito da Cina, Russia e Iran. Difficilmente si racconta quello che succede nel Paese o si descrive la vita nei campi dei rifugiati. Panorama.it ne ha parlato con Silvia Colona, coordinatrice di uno dei sei progetti portati avanti da Medici Senza Frontiere in Sudan. Colona, nello staff di MSF da tre anni e in Darfur già da dieci mesi, è responsabile per MSF del campo rifugiati Kalma, dove vivono più di 100.000 sudanesi. Oltre alla clinica di Kalma, ne coordina anche un’altra mobile temporanea in un’area (Sakeli) dove circa 10,000 sfollati si sono recentemente raggruppati per sfuggire al conflitto che sta distruggendo i loro villaggi d’origine. In realtà, ci spiega Colona, “chiamare questo luogo un campo per IDPs (Internally Displaced People) è un eufemismo: si tratta piuttosto di un’ininterrotta distesa di sabbia senza acqua, latrine, case o strade. Qua e là sorgono delle “tende” improvvisate con quattro canne di bambù e qualche straccio che i rifugiati usano per ripararsi sia nelle notti di vento gelido sia nelle giornate di sole cocente”.
A Sakeli “non c’è nulla né da mangiare né da bere, non è possibile lavarsi e tantomeno curarsi. In queste condizioni, le epidemie di colera rappresentano una minaccia quotidiana. In media, nella clinica attrezzata da MSF a Sakeli vengono visitati circa 120 pazienti al giorno, mentre nel campo IDPs di Kalma si sfioriano a volte i 200″. Nella clinica di Kalma, MSF ha allestito un reparto maternità, dove vedono la luce almeno una decina di neonati al giorno, uno medicina d’urgenza, e altri specializzati “nei casi di bambini disidratati, nei problemi di salute mentale, nelle vaccinazioni e un ultimo reparto dedicato all’educazione alla salute in cui si parla anche di violenze sessuali”, continua. Troppo spesso ci si dimentica che nei campi profughi anche le violenze sessuali sono all’ordine del giorno. “Ad esempio”, continua Silvia, “le donne rischiano di essere violentate ogni volta che si allontanano dal campo per andare a cercare la legna per accendere il fuoco. E a chi si chiede per quale ragione questa incombenza non venga affidata agli uomini, posso rispondere citando quelle che viene definita la “logica del Darfur”: meglio essere violentati, ma vivi, piuttosto che essere uccisi”.
I team delle organizzazioni non governative lavorano duro per offrire servizi di base ai rifugiati, ma gli ostacoli, burocratici e non, che si trovano a dover superare ogni giorno di certo non li aiuta. Tuttavia, puntualizza Silvia, “è lo staff nazionale a dare il maggiore contributo. Senza il supporto dei 170 tra dottori, infermieri, guardiani, cuochi, donne delle pulizie, ostetriche e vaccinatori locali impiegati nella clinica di Kalma, nessuno dei nostri progetti potrebbe avere successo”.
- Martedì 12 Agosto 2008
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Il 12 Agosto 2008 alle 14:10 Darfur, il dramma senza fine dei profughi sudanesi (Panorama.it) ha scritto:
[...] Continua [...]
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