Per il Libano, il 13 agosto sarà una (ordinaria) giornata da ricordare. Perché c’è stato un passo avanti verso la stabilità delle difficili relazioni diplomatiche tra Beirut e Damasco. E perché c’è stata una strage, ieri a Tripoli, organizzata da chi quella “stabilità” e quella distensione voleva far saltare. Il viaggio di due giorni in Siria del neo presidente libanese Michel Suleiman ha portato alla ripresa in grande stile delle relazioni con Damasco, sospese tre anni fa dopo l’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri di cui fu accusato il regime siriano. Come mai era avvenuto nei ultimi 60 anni dopo l’Indipendenza, vengono aperte ora le rispettive ambasciate a Beirut e Damasco: un segno della nuova atmosfera politica che regna nel paese dei cedri.
Gli anni in cui Damasco considerava il Libano un suo protettorato sembrano essere lontani. La distensione delle relazioni con la Siria resta una delle priorità del nuovo governo di unità nazionale libanese (anche con Hezbollah). “Dopo mesi di tensioni e violenze, l’esecutivo di Fuad Siniora è un motivo di speranza per il Libano”, spiiega Bilal Y. Saab, esperto di Medio Oriente del Brookings Institution di Washington, uno storico e prestigioso think tank di Washington. “Certo, ci sono molto cose ancora da sistemare, ma adesso c’è la speranza di un governo libero e indipendente da Damasco. Certo, c’è la questione dell’alleanza con i guerriglieri di Hezbollah, ma la via del dialogo sembra funzionare bene. Ci sono i problemi economici provocati dalle distruzioni della guerra di due anni fa con Israele. Ma anche qui i segnali sembrano essere positivi. Insomma, per la prima volta dopo decenni abbiamo un esecutivo sovrano e aperto al dialogo”.
Il governo filo-occidentale di Siniora ha avuto come merito anche quello di trovare un’intesa a Doha tra le litigiose fazioni libanesi, dopo molti mesi di stallo, per indicare il nome del presidente della repubblica: l’ex generale dell’esercito Michel Suleiman. Proprio il capo dello Stato di Beirut, secondo Bilal Y.Saab, è il destinatario del messaggio lanciato con la strage di Tripoli, la città del nord del Libano dove ieri un potente ordigno esploso al passaggio di un autobus ha fatto 17 morti e centinaia di feriti. “Dietro il massacro c’è la mano di Fatah al-Islam, il gruppo integralista vicino ad Al Qaeda”, dichiara senza esitazioni l’esperto del Brookings Institution. “Hanno voluto mandare un segnale al loro grande nemico, il presidente libanese Michel Suleiman. L’uomo che quando era a capo dell’esercito condusse un anno e mezzo fa la sanguinosa battaglia contro i miliziani islamisti del campo profughi palestinese di Nahr al-Bared che fece centinaia di morti tra cui 170 soldati “, spiega.
Da allora, secondo Saab, il gruppo armato, ha giurato vendetta all’esercito e l’attentato di Tripoli potrebbe essere il primo di una lunga serie. “Il gruppo terrorista Fatah al-Islam è molto forte nel nord del paese ed è composto da miliziani che arrivano dall’Iraq, attraverso la Siria. Non ci sono prove di un collegamento con Damasco ma, in passato, è certo che i servizi segreti siriani abbiano avuto più di un contatto con la formazione terroristica. Il loro obiettivo “ideologico” è quello di instaurare un califfato nella parte settentrionale del Libano, la più povera”. Un altro elemento di instabilità e violenza nel già martoriato paese dei cedri. Che tenta ora di uscire, ancora una volta, dal tunnel della crisi.
- Giovedì 14 Agosto 2008

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