Da un lato Mosca annuncia l’inizio del ritiro delle truppe corazzate russe dalla Georgia e da Gori come promesso ieri dal presidente Medvedev al francese Sarkozy. Dall’altro terrebbe sotto tiro, secondo il New York Times, la capitale georgiana Tbilisi, avendo dispiegato già due giorni fa numerose rampe di lancio di missili SS-21 in Ossezia del sud. Un’informazione che Mosca ha smentito, ma l’impressione è che dal Caucaso emergano notizie contrastanti in una guerra dei comunicati che è anche e soprattutto una guerra di propaganda.
I georgiani sostengono di non vedere segnali effettivi del ridispiegamento delle truppe russe e il presidente Medvedev, fresco di firma del piano di pace europeo, dichiara che la Federazione russa è pronta a dare “una risposta devastante” a “chiunque proverà ad aggredirci e a uccidere i nostri cittadini”: un messaggio tutt’altro che distensivo rivolto anche a tutti quei Paesi – dall’Ucraina alla Bielorussia – dove si è aperta una discussione su un’eventuale entrata nell’Alleanza atlantica. Un modo per dire: non seguite l’esempio georgiano, siamo pronti a intervenire in qualsiasi momento, il Caucaso è il nostro cortile di casa. A questo quadro si aggiunga che le navi della flotta russa sul Mar Nero continuano a controllare le acque vicino al confine georgiano e che, secondo Mosca, staranno lì, pronte a intervenire, ” finché la situazione lo renderà necessario”.
Intanto in Ossezia del sud è stato proclamato dal presidente filorusso Eduard Kokoity lo stato di emergenza e dichiarato lo scioglimento del governo. Una misura eccezionale cui si aggiunge la richiesta osseta alla Russia di installare una base militare permanente per evitare ulteriori “aggressioni da parte di Tbilisi”. Bush ha lasciato Mosca a lasciare la Georgia “senza rinvii”, ma anche qui gli americani, usciti indeboliti dalla guerra, sembrano essere stati superati sul piano diplomatico dall’attivismo franco-europeo. E la loro richiesta che i russi ritirino tutte le truppe dalla Georgia e anche dalle Repubbliche ribelli dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud (lasciando solo i peacekeepers russi già presenti in loco prima della guerra) sembrano cadere nel vuoto. I peacekeepers russi hanno occupato stamane, rinfocolando le polemiche sul loro ruolo troppo poco imparziale, la centrale idroelettrica di Inguri, nella zona al confine tra la Georgia e la regione separatista dell’Abkhazia, per ”prevenire possibili attacchi terroristici”, in realtà - secondo molti - per controllare la principale fonte di energia per i georgiani, da usare come strumento di ricatto.
Costretto sulle difensive dopo la sconfitta, Mikhail Shakaasvili, il presidente georgiano che (malconsigliato) ha scatenato tutta la guerra bombardando l’Ossezia del sud, ha ora aprire il dialogo forse perché sente già il fiato sul collo dell’Orso russo: ”Chiediamo il ritiro delle forze di occupazione russe senza ritardi. Una volta fatto questo allora si potrà iniziare a pensare seriamente a come evitare che i nostri due Paesi si allontanino per sempre”. Intanto l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) chiede che Mosca accetti una nuova missione europea: 100 nuovi osservatori, tra cui anche dieci carabinieri italiani, per vigilare sull’effettivo rispetto del cessate il fuoco. Difficile che Mosca glielo neghi.
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- Lunedì 18 Agosto 2008

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