
Nata nell’Acre amazzonico, in una famiglia povera di estrattori di caucciù, Marina Silva è stata fino a qualche mese fa il volto più conosciuto dell’ambientalismo del governo brasiliano. Quando si è dimessa, molti hanno interpretato il suo gesto come una protesta contro la scelta del presidente Lula di affidare al ministro Mangabeira Unger il coordinamento del Piano Amazzonia Sostenibile (PAS). Non è così. E se le si chiede perché se n’è andata spiega a Panorama.it che lo ha fatto solo “per aiutare le misure coercitive contro il disboscamento illegale dell’Amazzonia adottate dal governo quest’anno”.
Quali sono le principali differenze tra la Marina Silva ministro e quella attuale?
Dentro il governo ho creato 24 milioni di ettari di aree ultraprotette, ho elaborato un piano per portare 700 persone in carcere per crimini ambientali, ho fatto chiudere 1.500 imprese illegali e sequestrare un milione di metri cubi di legname tagliato abusivamente. Questi sono dati oggettivi. Adesso, fuori dal governo, posso conversare con altri attori economici e sociali per occuparmi di un’agenda più strategica, quella dello sviluppo sostenibile. Sono due lavori diversi ma che si completano.
Crede che con le sue dimissioni le politiche ambientali del governo Lula cambieranno?
Da quando il ministro Carlos Minc è entrato in carica, Lula ha detto più volte che non ci sarebbero stati cambiamenti. Tant’è che le misure che sono state prese da me dopo l’aumento del disboscamento all’inizio di quest’anno sono state tutte mantenute. È chiaro che faccio il tifo perché Minc ce la faccia a realizzare il nostro programma verde.
Di che si tratta?
Del PAS, del Piano per la lotta al disboscamento, di quello per le comunità tradizionali … Sono molte le cose dentro questo serbatoio ambientale.
Che strumenti ha a disposizione il Brasile per salvare l’Amazzonia?
La lotta contro le attività illegali, la creazione di un catasto fondiario e l’appoggio alle attività produttive sostenibili. Ma la “governance” ambientale si raggiunge solo con la relazione diretta tra una società che rispetta le leggi e uno Stato che crea i meccanismi per farle rispettare. Inoltre è necessario un cambiamento culturale del modello economico, senza il quale non arriveremo dove vogliamo, ovvero allo sviluppo insieme alla protezione ambientale e a proteggere l’ambiente con lo sviluppo. È questa la grande sfida.
Perché lei non parla mai di sviluppo compatibile?
Perché così sembra che si stia parlando di due opposti mentre per me è impossibile immaginare che si possa parlare di sviluppo quando viene compromessa la maggiore foresta tropicale del paese, responsabile per il 26% di tutta l’acqua dolce al mondo. Il Brasile deve rendere giustizia alla potenza ambientale che è.
Se il Brasile dovesse fallire il rischio è che si rafforzi la proposta, molto forte soprattutto nei paesi industrializzati, di internazionalizzazione dell’Amazzonia. Qual è la sua opinione in proposito?
Sono discussioni, quelle sull’internazionalizzazione dell’Amazzonia, in cui le persone dicono solo una parte della verità. Il fare rispettare le leggi è una questione, su questo noi stiamo lavorando duramente, ma le buone leggi si implementano anche creando delle alternative. Le convenzioni internazionali, ad esempio, prevedono il trasferimento di tecnologia e di risorse addizionali affinché i paesi “megadiversi” – 17 in tutto tra cui Brasile, Messico, India e gran parte degli stati latinoamericani - possano cambiare il loro modello di sviluppo e proteggere le loro biodiversità. Sfortunatamente in molti nei cosiddetti paesi ricchi non vogliono valorizzare le risorse che noi possediamo e i servizi ambientali che offriamo.
In concreto?
In concreto nell’ambito della Convenzione sulla biodiversità, dal 1992 sino ad oggi non è stato creato un insieme di regole per gestire la presenza degli stranieri. Perché? Perché questa Convenzione prevedeva una giusta parte di benefici per l’uso dei conoscimenti tradizionali e dei componenti della biodiversità. I paesi sviluppati vogliono avere accesso alle risorse e alle conoscenze delle comunità ma non vogliono pagare. Se, invece, decidessero di farlo aiuterebbero a proteggere l’Amazzonia e tutti gli altri ecosistemi brasiliani.
Un altro esempio?
La proposta brasiliana nell’ambito della Convenzione sui cambiamenti climatici per incentivare positivamente la diminuzione delle emissioni di CO2 in funzione della riduzione del disboscamento. Mentre negli ultimi tre anni il Brasile ha ridotto di mezzo miliardo di tonnellate le sue emissioni di CO2, il che rappresenta il 14% di tutto ciò che dovrebbe essere diminuito dai paesi ricchi entro il 2012 nell’ambito del Protocollo di Kyoto, sfortunatamente neanche su questo i paesi sviluppati concordano.
- Martedì 19 Agosto 2008

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