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Di Giovanni Porzio
Negli affollati caffè di via Arbat, dove i moscoviti amano trascorrere le lunghe e tiepide serate estive, il vino georgiano è sparito da tempo. E le prime pagine dei quotidiani che girano fra i tavoli, grondanti di bellicosa retorica, sembrano stampate ai tempi della Guerra fredda. Con una differenza. I titoli, dicono i sondaggi, collimano oggi con i sentimenti dell’80 per cento dei lettori: il conflitto in Caucaso ha cancellato anni di umiliazioni e sancito il ritorno della Russia a una politica di grande potenza.
Secondo Fyodor Lukyanov, direttore di Russia in Global Affairs, il Cremlino meditava da tempo una mossa che gli consentisse di riaffermare le proprie aspirazioni egemoniche sull’ex sfera d’influenza sovietica: l’incauto presidente georgiano Mikhail Saakashvili è caduto nella trappola preparata da Vladimir Putin. «Ma gli Usa» sottolinea Lukyanov «non sono esenti da gravi responsabilità: il loro sostegno incondizionato alla Georgia e ai partiti filoatlantici nell’Europa dell’Est è stato vissuto, anche dalla gente comune, come una continua provocazione».
L’elenco delle «ingerenze occidentali» è lungo: il sostegno alle sconsiderate privatizzazioni russe degli anni 90, che spianarono l’ascesa agli invisi oligarchi; gli sforzi per spingere gli ex satelliti dell’Urss ad aderire a Nato e Ue; l’appoggio di Washington alle rivoluzioni rosa e arancione in Georgia e Ucraina; l’invio di consiglieri militari a Tbilisi; il dispiegamento di un sistema missilistico in Polonia (l’accordo, definito «atto di ostilità» dal presidente russo Dmitri Medvedev, è stato siglato il 14 agosto) e nella Repubblica Ceca; e il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, precedente che i secessionisti delle due enclave georgiane non mancheranno di far valere.
Putin ha agito con estrema decisione. A poche ore dall’inizio della crisi, mentre a Pechino George Bush si faceva fotografare con le atlete della squadra americana di beach volleyball, era già a Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del Nord, a dirigere le operazioni. Dimostrando, se ce n’era bisogno, di essere ancora il vero capo del Cremlino. E di avere un disegno preciso. Dopo avere normalizzato la Cecenia con il tacito assenso di Europa e Usa, ha colto al volo l’occasione offertagli da Tbilisi per rompere l’accerchiamento da cui si sentiva minacciato e ribadire, non solo con lo strapotere economico, l’influenza russa nel Caucaso. Ha affondato, forse per sempre, le rivendicazioni territoriali della Georgia e ne ha compromesso l’adesione all’Alleanza atlantica, voluta da Bush e per fortuna bloccata dagli europei al vertice di Bucarest dello scorso aprile. E ha notificato un pesante avvertimento all’Ucraina, che aspira a divincolarsi dall’abbraccio dell’orso russo.
Ma Putin è anche riuscito a dividere l’Europa: se i paesi della nuova Ue, Polonia e stati baltici in testa, hanno apertamente solidarizzato con Tbilisi, Germania, Francia e Italia si sono mostrate molto più aperte alle ragioni di Mosca, che controlla una quota sempre maggiore delle riserve energetiche e delle forniture di gas del Vecchio continente. Dalla Georgia passano le pipeline che trasportano gli idrocarburi del bacino del Caspio alle coste del Mediterraneo: rotte alternative alla rete distributiva russa, come l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (1 milione di barili al giorno) e il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum (6 miliardi di metri cubi all’anno), ora considerati a rischio. Al pari degli investimenti per il megaprogetto Nabucco, gasdotto da 30 miliardi di metri cubi all’anno dal Turkmenistan all’Europa, il cui destino appare oggi segnato.
La vittoriosa sortita di Putin è stata in larga misura resa possibile dall’obiettiva debolezza di Washington. Da troppo tempo l’infinita campagna elettorale americana ha trasformato George W. Bush in un’«anatra zoppa», mentre il prestigio internazionale degli Stati Uniti, tra crisi finanziarie e contestate avventure militari, è sceso ai minimi storici. Insieme all’indice di gradimento del presidente. Alle prese con la difficile situazione in Iraq e Afghanistan, costretta a chiedere l’aiuto di Putin per frenare le ambizioni nucleari iraniane, la Casa Bianca si è trovata spiazzata di fronte al rigurgito neoimperiale del Cremlino. «Di fatto» afferma George Friedman, direttore dell’istituto di analisi geopolitica Stratfor, «siamo in una posizione di assoluta impotenza».
L’esatto contrario della Russia. Imbaldanzita dalla crescita economica e dalle straripanti risorse valutarie, forte del ricatto energetico sull’Europa, animata da un nazionalismo autoritario ma condiviso dalla stragrande maggioranza della popolazione, si è mossa con cinico tempismo calcolando esitazioni e incertezze occidentali. L’atteggiamento ambivalente dell’amministrazione Usa in Georgia ha convinto Mosca che la reazione di Washington si sarebbe limitata a una condanna verbale dell’intervento: a luglio, durante una cena privata, il segretario di Stato Condoleezza Rice aveva esortato Mikhail Saakashvili a non provocare una guerra che non avrebbe potuto vincere. Mentre in pubblico ripeteva le parole pronunciate da Bush nel 2005 in piazza della Libertà a Tbilisi: «L’America sarà sempre al vostro fianco».
Ma le opzioni di Washington non sono molte: congelare la collaborazione russo-americana nel settore nucleare a scopi civili, bloccare l’accesso di Mosca al Wto e la sua partecipazione al G8, procrastinare gli accordi di cooperazione con l’Ue. Misure di ripiego, quasi certamente inutili e in ogni caso non suscettibili di alterare l’equazione strategica che vede la bellicosa Russia di Putin riaffacciarsi da protagonista sulla scena mondiale. E non solo in Caucaso, Europa o Medio Oriente.
Negli ultimi anni Mosca ha allacciato relazioni commerciali con India, Cina e i paesi africani ricchi di materie prime. Ha rinsaldato i rapporti con Cuba. E con Hugo Chávez, bestia nera degli Usa, ha firmato contratti per la vendita al Venezuela di armi, tank, caccia e sommergibili per un valore di 30 miliardi di dollari.
- Lunedì 25 Agosto 2008
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