Sono liberi tutti i passeggeri del Boeing 737 della compagnia privata sudanese Sun Air, che si trovavano a bordo del volo dirottato ieri nel primo pomeriggio sulla Libia. Dopo una notte di paura ed una trattativa serrata nell’aeroporto dell’oasi libica di Kufrah, i pirati dell’aria hanno accettato di rilasciare gli ostaggi.
Sui dirottatori, che avrebbero voluto portare l’aereo fino a Parigi dopo una sosta per fare rifornimento in Libia, non si hanno ancora notizie certe. Dopo aver accertato che anziché dieci erano solo due, era stato dichiarato il loro arresto da parte delle autorità libiche. Ma la notizia, data dal direttore della compagnia aerea sudanese Sun Air, Murtada Hassan, è stata subito smentita da un responsabile libico. La fonte, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa libica Jana, ha fatto sapere che le trattative sono ancora in corso e quindi due sequestratori sarebbero a bordo.
Ancora non è chiaro chi siano i dirottatori. Secondo il pilota, citato dall’agenzia libica Jana, appartengono a un’ala minoritaria del Movimento di liberazione del Sudan (Slm) guidata da Abdel Wahid Mohammed al Nur, il quale però da Parigi ha negato qualsiasi coinvolgimento.
Nel novembre 2005, il Movimento di liberazione del Sudan (Slm), il principale gruppo ribelle del Darfur, si divise in due fazioni: una, maggioritaria, guidata da Minni (o Minna) Minnawi e che ha firmato nel maggio 2006 ad Abuja un accordo di pace con Khartoum; l’altra, minoritaria, guidata da Abdel Wahid Mohammed al Nur, che non ha firmato l’accordo di pace. A bordo dell’aereo dirottato tra i passeggeri ci sono anche tre membri del Movimento di liberazione sudanese, appartenenti alla fazione maggioritaria di Mina Minnawi che si è accordata con Omar Hassam al Bashir, il presidente sudanese per il quale il procuratore generale della Corte penale internazionale dell’Aja ha chiesto il 14 luglio scorso l’incriminazione per genocidio e crimini contro l’umanità.
L’Sml è entrato nel governo di Khartoum, ma Minawi ha lasciato la capitale parecchi mesi fa, prendendo sempre più le distanze da al Bashir.
L’agenzia France Presse riporta il parere di un capo di una formazione ribelle, l’Armata di liberazione del Sudan, secondo cui il sequestro sarebbe una conseguenza della politica di Khartoum nei confronti delle migliaia di profughi del Darfur. In particolare, il dirottamento potrebbe essere una risposta all’intervento delle forze di sicurezza sudanesi in un campo profughi a Kalma, vicino all’aeroporto di Nyala, avvenuto lunedì 25 agosto. Nyala è il capoluogo del Sud Darfur, straziato dalla guerra civile, da dove è decollato l’aereo dirottato. Secondo fonti Onu negli scontri sono morte 33 persone. Il governo si è giustificato dicendo che il raid mirava a cercare ribelli. Le forze di pace presenti nella regione hanno definito l’azione “sproporzionata e eccessiva”.
La maggior parte dei leader dei gruppi ribelli del Darfur sono in questo momento negli Stati Uniti ad una conferenza promossa dalla componente maggioritaria del Movimento di liberazione del Sudan. In Darfur, secondo le Nazioni Unite, sono morte circa 300mila persone in un conflitto che vede scontrarsi ogni giorno le milizie arabe dei Janjaweed e le forze governative coalizzate contro le tribù non arabe della regione. Il bilancio ufficiale di Khartoum è invece di 10mila vittime. Gli ultimi dirottamenti risalgono al marzo del 2007 quando un sudanese espulso dalla Libia aveva tentato di dirottare verso il Sudafrica un aereo della compagnia nazionale Sudan Airways. A gennaio dello stesso anno un Boeing 737 della compagnia sudanese Air West era stato dirottato su N’Djamena da un sudanese armato che si era rapidamente arreso alle forze ciadiane dopo aver liberato gli ostaggi.
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- Mercoledì 27 Agosto 2008

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Il 28 Agosto 2008 alle 8:59 Dirottamento aereo in Libia: parla il capo dei ribelli del Darfur » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] “È un’accusa totalmente falsa, inventata dal governo sudanese per distogliere l’attenzione dai massacri dell’esercito in Darfur”. Contattato da Panorama.it, Esam Eldin Elhag, portavoce dei ribelli darfuriani del Movimento di Liberazione del Sudan (Slm), respinge al mittente le accuse per il dirottamento del Boeing 737 della Sun Air, avvenuto ieri pomeriggio poco dopo il decollo dalla città sudanese di Nyala e conclusosi oggi in Libia con la resa di due presunti membri di una fazione dell’Slm. Ma Elhag coglie l’occasione anche per fare il punto su una guerra che dura ormai da cinque anni e mezzo, e che ha provocato almeno 300.000 morti e due milioni tra profughi e sfollati. Signor Elhag, i due dirottatori sostengono di essere membri dell’Slm, in particolare della fazione facente capo a Abdel Wahid Mohammed al-Nur. A lei risulta che sia la verità? Niente di più falso. Posso affermare sia a nome del nostro gruppo che di quello di al-Nur che l’Slm non ha mai compiuto azioni contro civili, né in Darfur né altrove. Questa messinscena è opera del governo sudanese. Sono anni che a Khartoum premono perché l’Slm e il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (Jem, l’altro gruppo ribelle darfurino, ndr), siano inclusi nella lista delle organizzazioni terroristiche. Sperano di screditare la nostra azione e di distogliere l’attenzione internazionale dai massacri dell’esercito. Si spieghi meglio. Lunedì 25 agosto, l’esercito è entrato nel campo profughi di Kalma, in Darfur, e ha aperto il fuoco contro i civili. Il bilancio sudanese parla di 12 vittime, ma secondo le nostre fonti i morti sono 97 e i feriti 104. Mentre noi, quando attacchiamo l’esercito, lo facciamo lontano dalle aree civili. Ci sono novità sul fronte dei colloqui di pace? L’Slm è pronto a sedersi al tavolo delle trattative, ma non nelle condizioni attuali. Non abbiamo partecipato agli incontri di Sirte lo scorso ottobre, perché chiediamo come precondizione che le trattative vengano condotte da uno Stato non africano e neutrale, Svizzera o Paesi Bassi. Non possiamo accettare la mediazione della Libia, che ha troppi legami con il governo sudanese. Dal vostro punto di vista, la possibile incriminazione del presidente sudanese, Omar Hassan al-Bashir, davanti alla Corte Penale Internazionale, cambia qualcosa? Noi sosteniamo il lavoro della Corte, anche perché in Darfur non ci può essere pace senza giustizia. E questo significa che, fin quando Bashir rimarrà al potere, raggiungere un accordo sarà impossibile. Anche per colpa della comunità internazionale. Ritiene che l’Onu sia responsabile della situazione in Darfur? Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato 18 risoluzioni che condannano il governo sudanese per i crimini in Darfur, ma in concreto non è stato fatto nulla. L’esempio più lampante è quello dell’Unamid (la missione di pace congiunta di Onu e Unione Africana attualmente in Darfur, ndr). Ci sono voluti anni per costringere il governo di Khartoum ad accettarla, e ora che è operativa l’Onu non dà ai peacekeepers neanche i mezzi per muoversi. I caschi blu dovrebbero proteggere i civili, ma spesso vengono nel nostro territorio per sfuggire agli attacchi dell’esercito. Al momento sia l’Slm che il Jem sono divisi in diverse fazioni: è vero che sono in corso colloqui per riunificare i due movimenti? L’anno scorso dieci fazioni dell’Slm si sono riunite in un solo gruppo, sotto la guida di Ahmed Abdel-Shafi. Restano fuori ancora l’Slm-Unità e la fazione facente capo a Abdel Wahid Mohammed al-Nur. Al momento non è in programma una riunificazione. Non crede che questo frazionarsi in mille gruppi possa danneggiare la credibilità del movimento ribelle? Alcuni cominciano a percepirvi come delle bande di criminali che combattono solo per calcolo personale. Dietro questo processo ci sono le mani lunghe dell’Unione Africana e del governo sudanese. La prima, dopo i colloqui di pace di Abuja del 2006 (firmati solo da una fazione dell’Slm, ndr), ha fatto pressione su vari comandanti militari perché accettassero gli accordi. Il governo ha fatto la stessa cosa, conquistando comandanti e divisioni ribelli con la promessa di soldi o di incarichi per indebolirci. In parte ci sono riusciti, ma il movimento è ancora vivo. [...]
Il 28 Agosto 2008 alle 16:40 Dirottamento areo in Libia:parla il capo dei ribelli del Darfur | Circolo Luce Del Sud ha scritto:
[...] “È un’accusa totalmente falsa, inventata dal governo sudanese per distogliere l’attenzione dai massacri dell’esercito in Darfur”. Contattato da Panorama.it, Esam Eldin Elhag, portavoce dei ribelli darfuriani del Movimento di Liberazione del Sudan (Slm), respinge al mittente le accuse per il dirottamento del Boeing 737 della Sun Air, avvenuto ieri pomeriggio poco dopo il decollo dalla città sudanese di Nyala e conclusosi oggi in Libia con la resa di due presunti membri di una fazione dell’Slm. Ma Elhag coglie l’occasione anche per fare il punto su una guerra che dura ormai da cinque anni e mezzo, e che ha provocato almeno 300.000 morti e due milioni tra profughi e sfollati. Signor Elhag, i due dirottatori sostengono di essere membri dell’Slm, in particolare della fazione facente capo a Abdel Wahid Mohammed al-Nur. A lei risulta che sia la verità? Niente di più falso. Posso affermare sia a nome del nostro gruppo che di quello di al-Nur che l’Slm non ha mai compiuto azioni contro civili, né in Darfur né altrove. Questa messinscena è opera del governo sudanese. Sono anni che a Khartoum premono perché l’Slm e il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (Jem, l’altro gruppo ribelle darfurino, ndr), siano inclusi nella lista delle organizzazioni terroristiche. Sperano di screditare la nostra azione e di distogliere l’attenzione internazionale dai massacri dell’esercito. Si spieghi meglio. Lunedì 25 agosto, l’esercito è entrato nel campo profughi di Kalma, in Darfur, e ha aperto il fuoco contro i civili. Il bilancio sudanese parla di 12 vittime, ma secondo le nostre fonti i morti sono 97 e i feriti 104. Mentre noi, quando attacchiamo l’esercito, lo facciamo lontano dalle aree civili. Ci sono novità sul fronte dei colloqui di pace? L’Slm è pronto a sedersi al tavolo delle trattative, ma non nelle condizioni attuali. Non abbiamo partecipato agli incontri di Sirte lo scorso ottobre, perché chiediamo come precondizione che le trattative vengano condotte da uno Stato non africano e neutrale, Svizzera o Paesi Bassi. Non possiamo accettare la mediazione della Libia, che ha troppi legami con il governo sudanese. Dal vostro punto di vista, la possibile incriminazione del presidente sudanese, Omar Hassan al-Bashir, davanti alla Corte Penale Internazionale, cambia qualcosa? Noi sosteniamo il lavoro della Corte, anche perché in Darfur non ci può essere pace senza giustizia. E questo significa che, fin quando Bashir rimarrà al potere, raggiungere un accordo sarà impossibile. Anche per colpa della comunità internazionale. Ritiene che l’Onu sia responsabile della situazione in Darfur? Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato 18 risoluzioni che condannano il governo sudanese per i crimini in Darfur, ma in concreto non è stato fatto nulla. L’esempio più lampante è quello dell’Unamid (la missione di pace congiunta di Onu e Unione Africana attualmente in Darfur, ndr). Ci sono voluti anni per costringere il governo di Khartoum ad accettarla, e ora che è operativa l’Onu non dà ai peacekeepers neanche i mezzi per muoversi. I caschi blu dovrebbero proteggere i civili, ma spesso vengono nel nostro territorio per sfuggire agli attacchi dell’esercito. Al momento sia l’Slm che il Jem sono divisi in diverse fazioni: è vero che sono in corso colloqui per riunificare i due movimenti? L’anno scorso dieci fazioni dell’Slm si sono riunite in un solo gruppo, sotto la guida di Ahmed Abdel-Shafi. Restano fuori ancora l’Slm-Unità e la fazione facente capo a Abdel Wahid Mohammed al-Nur. Al momento non è in programma una riunificazione. Non crede che questo frazionarsi in mille gruppi possa danneggiare la credibilità del movimento ribelle? Alcuni cominciano a percepirvi come delle bande di criminali che combattono solo per calcolo personale. Dietro questo processo ci sono le mani lunghe dell’Unione Africana e del governo sudanese. La prima, dopo i colloqui di pace di Abuja del 2006 (firmati solo da una fazione dell’Slm, ndr), ha fatto pressione su vari comandanti militari perché accettassero gli accordi. Il governo ha fatto la stessa cosa, conquistando comandanti e divisioni ribelli con la promessa di soldi o di incarichi per indebolirci. In parte ci sono riusciti, ma il movimento è ancora vivo. [...]
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