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Le Olimpiadi sono finite, ma i giardinieri di Pechino restano indaffarati. Non per realizzare sculture di vasi di fiori, ma per smantellarle. A mezzogiorno intorno allo stadio nazionale vagano con i loro parasole intere famiglie di cinesi con l’obiettivo di farsi immortalare sotto la struttura d’acciaio del Nido. Purtroppo per loro, la zona resta off limits, in vista dei prossimi giochi paralimpici. Certo, qualche differenza rispetto a due giorni fa si nota: in giro gli stranieri (soprattutto i giornalisti con l’accredito al collo) sono merce rara e i controlli di sicurezza meno severi. I tassisti possono persino sperare di superare i check point intorno allo stadio nazionale senza discussioni. Ma è dentro all’ex villaggio olimpico, da oggi paralimpico (come annunciano i primi cartelli sui “ring” di Pechino e il pupazzone rosa a forma di mucca all’ingresso), che si notano le differenze più grandi e ci si sente tutti un po’ reduci.
Nell’area internazionale gli atleti sono una minoranza, mescolati a volontari, commessi e addetti alla sicurezza. Sotto il tendone che ospita la banca, tre bielorussi maneggiano un gruzzolo di yuan che probabilmente servirà per lo shopping. Nel negozio dei gadget olimpici restano solo magliette large ed extralarge, zainetti con il dragone e oggetti con effigiate le mascotte delle Olimpiadi. Molti prodotti sono in offerta a metà prezzo. Questa sino a pochi giorni fa era una delle mete più frequentate dagli atleti italiani, soprattutto dalle ragazze, ma oggi, di tute azzurre, nemmeno l’ombra. Sono soprattutto i cinesi a sbirciare tra la merce avanzata sugli scaffali. La scena più curiosa si svolge lungo la stradina che conduce ai palazzoni dove dormivano gli atleti: è diventata una fiera. Qui i giovani volontari scambiano magliette e spille con atleti, giornalisti e altri visitatori. Chi chiede il prezzo della merce riceve una risposta stizzita: “Qui non si compra”.
Un americano prova a scambiare una maglietta della squadra di basket di Miami con due polo blu dei volontari. Il giovane cinese tentenna e poi chiede un cambio alla pari: vuole anche la t-shirt dei Patriots, team di football americano. L’affare non si conclude. Un altro americano, in bicicletta, baratta spille. Tra gli oggetti che girano c’è pure una maglietta della squadra italiana. È un pezzo molto richiesto. In esposizione sui muretti intorno al palazzo del “sindaco del villaggio”, c’è anche qualche tuta. Non tutti gli atleti le hanno riportate a casa: c’è quella dell’Argentina e quella della Namibia, oltre a una maglia da calcio degli Usa.
Pezzi di Olimpiade da mettere in valigia e imbarcare per chissà dove. Infatti i capannelli di questo suk sono davvero internazionali, come conferma l’aitante inglese con in mano la maglietta di un atleta algerino. È il momento di andar via. L’ultima tappa è il posto telefonico a pochi metri dall’uscita. Qui un sudanese in ciabatte guarda un po’ smarrito una ragazza che gli porge il resto e lo rassicura: “I help you”, “Ti aiuto io”. La cosa più interessante è il tazebao sulla porta: molti atleti hanno lasciato i loro saluti prima di andar via.
Il palestinese Zakia ha scritto il suo nome in rosso, proprio al centro; Fiona Butter, hockeysta sudafricana, ha disegnato una faccina sorridente; un algerino dalla firma incomprensibile ha scarabocchiato un cuore. I saluti arrivano da tutto il mondo, dalla Guinea equatoriale a Trinidad e Tobago. E gli italiani? Pochi, ma originali: hanno disegnato un omino che spara contro un bersaglio. È il ricordo lasciato dai nostri tiratori. La firma più riconoscibile è quella di Mauro Badaracchi, classe 1984, di Tivoli. Non avrà vinto una medaglia, ma almeno al villaggio ha lasciato il “segno” .
- Mercoledì 27 Agosto 2008

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