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Sono servite a poco, nella regione settentrionale del Kashmir indiano, le misure prese dal governo per tenere sotto controllo una delle più gravi crisi degli ultimi vent’anni. Non hanno avuto effetto il coprifuoco, la militarizzazione delle città, Srinagar e Jammu, e l’arresto dei leader dei partiti politici che appoggiano i movimenti separatisti. Nelle ultime due settimane sono stati almeno 27 i dimostranti freddati dagli agenti indiani mentre altre 500 persone, di cui molti poliziotti, sono rimaste ferite negli scontri tra le forze dell’ordine e i gruppi di militanti indù e musulmani.
Le proteste sono iniziate a giugno, quando il governo locale ha donato un terreno al tempio indù di Sri Amarnath al fine di costruire un ricovero per i pellegrini che visitano ogni anno la grotta di Amarnath, luogo sacro dove il dio Shiva avrebbe spiegato alla moglie Parnati i segreti della vita e dell’eternità. Immediate le proteste degli islamici, che hanno accusato il governo di aver cercato, in combutta con i gruppi induisti, di attirare nella valle del Kashmir gli indù di tutto il Paese. I toni accesi della protesta hanno convinto il governo locale che l’unica opzione disponibile per ripristinare l’ordine fosse quella di revocare la donazione. Una scelta che ha scatenato le proteste degli indù dell’intero Paese, ma ha anche acceso la miccia di una guerriglia urbana che ormai va avanti da mesi. Le strade sono bloccate, le città deserte, negozi, banche e scuole chiuse, ma i militanti delle diverse fazioni non si arrendono. Anzi, i toni della violenza sono diventati ancora più aspri quando, l’11 agosto, la polizia ha ucciso il leader islamico moderato Sheikh Abdul Aziz nel corso di una dimostrazione presso il confine tra il Kashmir indiano e quello pakistano: l’India aveva ordinato di chiuderlo, mentre i commercianti islamici continuavano a varcarlo per vendere le loro merci in Pakistan, come d’abitudine.
Dopo 13 anni, nel Kashmir è stato di nuovo imposto il coprifuoco. Prima per tre giorni, poi a tempo indeterminato. Tuttavia, oggi tra le barricate non si parla più del rifugio di pellegrini del tempio di Sri Amarnath ma di referendum. Chi è sceso in piazza chiede di votare per l’autodeterminazione di una regione contesa tra India e Pakistan sin dalla partizione del 1947, a seguito della quale il Kashmir è rimasto l’unico stato indiano a maggioranza musulmana (oltre il 60%). Leaders separatisti come Syed Ali Shah Geelani, Mirwaiz Omar Farooq o Yasin Malik concordano sul fatto che il Kashmir stia oggi combattendo per la propria libertà, e non si lascerà facilmente intimidire dalle pallottole dalla polizia di stato. Ma il vero problema sta nel fatto che i vari gruppi non combattono per la stessa causa.
Già teatro di tre conflitti nel 1947-48, nel 1965 e nel 1999, nel Kashmir i nodi della contestazione non sono mai cambiati. Gli estremisti islamici vogliono sottrarre la regione a Nuova Delhi, che invece fa di tutto per mantenerne il controllo, mentre i gruppi di minoranza che convivono in questo stato sembrano essere a loro volta pronti per lottare per l’affermazione dei propri diritti: il riconoscimento dell’indipendenza di un territorio che ancora oggi è diviso in tree aree: una amministrata dall’India, una dal Pakistan, e la terza dalla Cina.
- Giovedì 28 Agosto 2008

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