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Mentre il mondo guarda impotente al conflitto che infiamma il Darfur, in Sudan rischia di riaprirsi un’altra ferita che pareva rimarginata: la guerra civile che per 22 anni ha insanguinato il sud del paese. La pace siglata nel 2005 sta collassando a causa della crescente tensione tra i soldati arabi musulmani di Khartoum e le truppe degli ex ribelli cristiano-animisti dell’Spla (Sudan people’s liberation army), che hanno formato un governo a Juba, nel sud. Ma entrambi i fronti stanno anche riarmando i civili, e molte questioni scottanti, dalla demarcazione dei confini alle elezioni fissate per l’anno prossimo, sono ancora irrisolte. Small arms survey, un centro di ricerca svizzero sulle armi leggere, scatta una fotografia nerissima della situazione nella zona delle montagne Nuba, regione centrale del paese, epicentro di violenze efferate durante gli anni della guerra civile.
“Gli scontri tra i pastori di etnia araba e i contadini Nuba sono preoccupanti” afferma il rapporto (leggi il pdf), “nuovi gruppi armati stanno spuntando in tutta la regione, pronti a schierarsi a fianco dell’esercito sudanese (Saf), o dell’Spla”. Nei mesi scorsi donne Nuba sono state aggredite da milizie arabe che hanno compiuto diversi raid contro i contadini, applicando metodi che ricordano da vicino le razzie dei Janjaweed, i predoni appoggiati da Khartoum che imperversano nei villaggi del Darfur. A maggio ci sono anche stati pesanti combattimenti tra il Saf e l’Spla nell’area ricca di petrolio di Abyei. La città è bruciata e 50 mila persone sono rimaste senza un posto dove vivere.
Gli scontri di maggio ad Abyei (Al Jazeera)
“Molti analisti ritengono che ci sia una precisa strategia del governo sudanese per alimentare l’insicurezza e avere così una scusa per rimandare il voto previsto nel 2009″ chiarisce a a Panorama.it Claire McEvoy, manager del programma sul Sudan di Small arms survey. “Altri esperti sono certi che se si svolgessero elezioni libere, il National congress party (il partito del presidente al potere dal colpo di stato del 1989 ndr) rischierebbe di perdere”. Improbabile sembra anche il traguardo del 2011 quando, secondo i termini del trattato di pace, dovrebbe tenersi il referendum per l’indipendenza del Sud Sudan. Molti ritengono che il presidente Omar al Bashir difficilmente accetterebbe la nascita di un nuovo stato nel cui territorio c’è la maggior parte delle riserve petrolifere del paese africano.

Ribelli sud-sudanesi: un uomo pulisce il suo kalashnikov
Il gioco di Pechino. Una questione che Pechino ha ben chiara in mente, tanto che mercoledì 27 agosto ha aperto un consolato a Juba: “Molte compagnie cinesi vorrebbero venire qui in cerca di nuove opportunità” ha spiegato ai giornalisti il console Zhang Qingyang. “Abbiamo il compito di tutelare i loro interessi”. Il Dragone importa circa il 7 per cento del suo fabbisogno petrolifero dal Sudan ma è un tradizionale alleato di Bashir, che ha sempre protetto, soprattutto all’Onu, riuscendo ad annacquare molte risoluzioni sul Darfur e impedendo di fatto una serio intervento della comunità internazionale. Da tempo Small arms survey e altri gruppi che si occupano di difesa dei diritti umani come Human rights first lamentano le pesanti ingerenze cinesi nel paese: “Una larga parte delle armi leggere di cui dispone l’esercito di Khartoum arrivano dalla Cina” conferma McEvoy. “Ma il Sudan è circondato da paesi instabili e i suoi confini sono porosi: è facilissimo mettere le mani su un kalashnikov. Inoltre i pastori sono abituati a portare un’arma per difesa, in luoghi dove la polizia non esiste. Questo rende la situazione difficile da controllare. Qualunque incidente può scatenare un conflitto”.
La missione dell’Onu incaricata di vigilare sull’attuazione dell’accordo di pace del 2005 è criticata nel rapporto di Small arms survey sulle montagne Nuba per la sua inazione: “Gli osservatori nelle aree rurali dicono di non avere il mandato e le risorse prevenire la violenza” si legge nel rapporto. “Tutto ciò che fanno è accertare i fatti e riportarli, ma molti sostengono che essi interpretino il loro compito in maniera restrittiva. Questa percepita impotenza aggravata dal silenzio degli stati che un tempo hanno alzato la voce a favore del sud Sudan, hanno convinto molti Nuba che la pace non sia sostenibile e che sia necessario prepararsi alla guerra”.
- Venerdì 29 Agosto 2008

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