Archivio di Settembre, 2008

“L’economia dipende da una decisiva azione del Governo … il Congresso deve agire” è questo il messaggio del presidente Usa George W. Bush, che ha evidenziato come il no della Camera dei rappresentanti (soprattutto repubblicani) al piano anti-crisi del sistema creditizio non significa la “fine degli sforzi” per farlo approvare. Il presidente Bush ha fatto appello alla nazione e al Congresso dalla biblioteca della casa Bianca, e subito ha espresso la sua delusione per la bocciatura del piano di salvataggio delle banche da 700 miliardi di dollari. Ma garantisce che il processo legislativo andrà avanti: “Arriveremo a una soluzione” assicura e ribadisce la necessità di un’azione rapida, perché “le conseguenze della non azione saranno di giorno in giorno peggiori”.
Il presidente Bush si è rivolto al popolo americano: “Voglio assicurare i nostri cittadini e i cittadini di tutto il mondo che il no della Camera non è la fine del processo legislativo”, prosegue, evidenziando come le stime diffuse prevedono che il costo del piano sarà inferiore ai 700 miliardi di dollari. “Siamo in un momento critico per la nostra economia e abbiamo bisogno di far tornare l’economia americana a girare” ha continuato Bush, per poi concludere: “Se continuiamo in questo modo i danni per l’economia saranno dolorosi e duraturi”.
Il leader americano ha poi annunciato che i rappresentanti della sua amministrazione incontreranno i leader del Congresso per trovare una soluzione. “Siamo in un momento critico” riconosce Bush, che dice di comprendere anche “la preoccupazione dei contribuenti” per il fatto che bisogna spendere 700 miliardi di dollari pubblici.
Intanto il candidato repubblicano alla Casa Bianca, John MacCain ha chiesto un aumento da 100 mila a 250 mila dollari dei limiti delle garanzie che il governo federale assicura sui depositi bancari degli americani. McCain dice di aver sentito telefonicamente il presidente Bush e di avergli chiesto di aumentare l’assicurazione della Fdic, l’agenzia federale che garantisce i depositi, sui conti degli americani. Una proposta analoga è stata avanzata dal suo rivale democratico Barak Obama.
Il VIDEO del discorso tratto da YouTube:
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Rivoluzione internettiana nella politica britannica. Il partito conservatore di Sua Maestà (il Tory Party) ha annunciato ai sostenitori l’imminente lancio di un nuovo servizio: The Blue Blog. Stando a quanto ha riferito nel fine settimana la stampa locale, si tratterà di un vero e proprio diario online dove i fautori della destra britannica potranno scambiarsi opinioni e avere un punto di osservazione privilegiato su ciò che accade nelle stanze del potere del partito. Ma non solo, attraverso il Blue Blog i leader conservatori si propongono anche di rendere i propri sostenitori più attivi e partecipi. Come? Ad esempio chiedendo loro opinioni e suggerimenti che potrebbero essere presi in considerazione ad alti vertici. Secondo la BBC, il lancio del nuovo servizio rientra in un più ampio progetto di restyling del sito dei Tory che costerà più o meno 250mila sterline (un po’ più di 315mila euro).
RSF cambia direttore
Cambio di guardia ai vertici di Reporters sans frontières (RSF). Stando a quanto hanno annunciato da Parigi, il primo ottobre Robert Ménard (il fondatore della più conosciuta organizzazione che da oltre 20 anni si batte per garantire la libertà di stampa nel mondo) lascerà il posto a un nuovo segretario generale: Jean-François Julliard. 35 anni, dieci dei quali passati dietro una scrivania di RSF, Monsieur Julliard rimpiazza un leader storico. Già, perché Robert Ménard ha contribuito a fare la storia del giornalismo europeo (e non solo). Nato nel 1953 a Oran (l’allora Algeria francese), Robert Ménard ha iniziato la sua carriera negli anni ’70 e nel 1985 ha fondato RSF sul modello di Médecins sans frontières. Obiettivo della nuova organizzazione (che da sempre vive grazie a donazioni e vendita di gadget) è la denuncia degli attentati alla libertà di informazione. Nel mirino di Reporters sans frontières finiscono quindi i governi di Paesi che non esitano a imbavagliare la stampa locale (obiettivi frequenti sono Cuba, Siria, Tunisia). Celebri quest’anno sono poi state le numerose battaglie contro la censura in Cina in occasione delle Olimpiadi.
Nessuno tocchi Mubarak
Al giornalista egiziano che ha osato mettere in dubbio la salute del presidente Hosni Mubarak non è bastato il ricorso in appello. Domenica 28 settembre un tribunale del Cairo ha confermato il giudizio di colpevolezza e ha stabilito che Ibrahim Eissa (questo il nome del direttore del quotidiano indipendente al-Dustor) dovrà essere imprigionato per due mesi. Tutto è cominciato nell’agosto dello scorso anno, quando il giornale diretto da Ibrahim Eissa aveva pubblicato un articolo in cui si ipotizzava che il presidente fosse malato. Che insolenza… Nel marzo del 2008 una corte egiziana aveva quindi condannato il giornalista a sei mesi di carcere con l’accusa di avere pubblicato false notizie in grado di creare disturbo all’ordine pubblico, all’economia e alla sicurezza nella nazione. Nello specifico, i magistrati avevano accusato Eissa di aver provocato con i suoi articoli la fuga di oltre 350 milioni di dollari dalla borsa del Cairo. La pena inflitta al giornalista è stata quindi condannata dalle principali organizzazioni per la tutela dei diritti umani, tra cui Amnesty International e la Arabic Network for Human Rights Information.

Un’imbarcazione di pirati si affianca alla nave ucraina. Photo: Ap
Sale la tensione a bordo del mercantile Faina sequestrato dai pirati somali con il suo carico di armi e carri armati russi e 20 uomini di equipaggio. Almeno tre pirati sarebbero rimasti uccisi in uno scontro a fuoco notturno tra opposte fazioni, probabilmente in disaccordo su come gestire un sequestro che ha già provocato il coinvolgimento di alcune navi da guerra europee, di un cacciatorpediniere americano e di un altro russo in arrivo nella regione. L’arrivo della nave americana ormeggiata a poche miglia dal Faina avrebbe scatenato il panico tra i pirati anche per il timore che Washington autorizzi un raid notturno delle forze speciali della marina (i Navy Seal) che potrebbe spazzare via i pirati e liberare nave ed equipaggio.
Alla compagnia ucraina Kaalbye Shipping che gestisce la bave battente
bandiera del Belize i pirati hanno chiesto 20 milioni di dollari minacciando di vendere il carico di 33 carri armati T-72, armi e munizioni al miglior offerente. Un’ipotesi improbabile perché nessuno stato africano potrebbe acquistare mezzi rubati senza inimicarsi tutti i paesi fornitori di armi. I carri e le armi destinate al Kenya ben difficilmente potranno essere vendute ad altri stati anche considerando che lo sbarco di mezzi così pesanti dal Faina richiederebbe l’utilizzo di un molo in un porto attrezzato dove non sfuggirebbe all’osservazione satellitare e all’intelligence. Una manovra inattuabile nel villaggio di pescatori utilizzato dai pirati che infatti hanno sempre riconsegnato navi e carico ai legittimi proprietari dopo il pagamento del riscatto.
Anche la vendita dei T-72 a gruppi guerriglieri e terroristi che abbondano in Africa Orientale e nella stessa Somalia non sembra ipotizzabile anche perché la gestione di mezzi pesanti così complessi richiede una struttura logistica del tutto assente presso le Corti Islamiche o altri gruppi insurrezionali. Non a caso tutti i movimenti di guerriglia impiegano al massimo jeep civili armate ma non certo carri armati, armi ritenute troppo impegnative anche dalla maggior parte degli eserciti regolari africani.
Per questo i pirati somali,alle prese con una preda rivelatasi troppo grossa per loro, hanno ben poche carte da giocare: sperare che venga pagato il riscatto rischiando nel frattempo un blitz delle forze speciali americane oppure liberare subito equipaggio e navi rinunciando al bottino.

Sono almeno 170 le persone morte schiacciate dalla calca nel tempio indù di Chamunda a Jodhpur, nel cuore dell’antica fortezza di Mehrangarh che sovrasta la città, nello stato occidentale del Rajasthan. E continua a salire il bilancio delle vittime. Tutti gli ospedali della zona sono in allerta e chiedono ossigeno e sangue, che scarseggiano. A dare la notizia dell’incidente è stata la televisione indiana Time Now. Tutto è iniziato questa mattina quando i fedeli, oltre un migliaio, erano riuniti per celebrare l’inizio del Navaratri, i nove giorni dedicati alla dea Durga, festività cui partecipano soprattutto donne, che digiunano e pregano per i loro mariti.
Non è ancora chiara la causa che ha scatenato il fuggi fuggi generale. Secondo alcune indiscrezioni, la calca si sarebbe formata all’arrivo di un politico la cui scorta ha fatto allontanare la folla che si sarebbe spaventata pensando ad un attentato. La calca avrebbe così ucciso le vittime, in maggioranza donne. Altri parlano solo di un allarme bomba e della folla che scappando avrebbe anche fatto crollare un muro del tempio. Sono ancora diversi, secondo la televisione, i fedeli a terra e molti quelli portati in ospedale, alcuni dei quali in gravi condizioni. Per ora si contano oltre 250 feriti tra i 10 mila fedeli.
Per gli Stati Uniti è stato uno dei giorni più lunghi e drammatici della loro Storia. Con un voto shock, la Camera dei Rappresentanti ha bocciato il piano da 700 miliardi di dollari per il salvataggio di Wall Street varato dall’amministrazione Bush. Il clamoroso voto ha fatto crollare la Borsa di New York: in chiusura di contrattazioni, il Dow Jones ha toccato il suo minimo storico, arrivando a perdere il 6%. Il mondo politico e finanziario americano ha vissuto ore in preda al panico e al caos. Subito dopo l’esito (per lui) disastroso della votazione, il presidente si è detto molto contrariato e ha riunito d’urgenza i suoi più stretti consiglieri.
Il Segretario al Tesoro Henry Paulson, l’architetto del pacchetto di misure per mettere in stato di sicurezza l’economia statunitense, ha rilasciato dichiarazioni al limite della rabbia, chiedendo al Congresso di trovare al più presto una soluzione.
Il voto di Capitol Hill ha fatto riesplodere la polemica tra i due candidati alla Casa Bianca. Colpiti di sorpresa dal colpo di maglio del Congresso, i due hanno reagito in modo diverso: Barack Obama ha invitato alla calma, dicendosi convinto che, alla fine, la nuova legge passerà. John McCain, invece, si è scagliato contro il suo rivale e i democratici, accusandoli di aver voluto l’affossamento del pacchetto. In realtà, il piano da 700 miliardi di dollari è stato bocciato da uno schieramento bipartisan di deputati contrari, dove, però, in maggioranza, si registrano i congressmen del Grand Old Party. Per George W. Bush un doppio schiaffo. Il suo partito si è rivoltato contro di lui. “Quel piano rappresenta il maggior intervento del governo federale in economia da decenni a questa parte, almeno dalla Grande Depressione del ‘29. Molti deputati conservatori hanno giudicato eccessivo il ruolo interventista che si sarebbe attribuito l’esecutivo nel tentativo di regolamentare il Mercato. E, quindi, hanno votato contro - dice Darrell M. West, vice presidente del prestigioso Brookings Institution di Washington, esperto di politica interna americana.

“Ma tra i repubblicani, continua il politologo, c’era anche chi ha pensato che il piano fosse troppo costoso per i contribuenti. Sono le stesse motivazioni che hanno spinto decine di deputati democratici a ribellarsi all’accordo raggiunto dai loro leader. “Molti deputati degli Stati del Sud - spiega West - hanno fatto lo stesso ragionamento dei loro avversari politici”. I numeri parlano chiaro. La bocciatura è arrivata con 228 voti contro e 205 a favore.
133 repubblicani hanno detto no. Solo 65 lo hanno appoggiato. 94 sono stati, invece, i voti contrari democratici, mentre 140 quelli a favore.
Con queste cifre, le possibilità che il piano venga ripresentato alla Camera dei Rappresentanti appaiono remote, ma non impossibili. Una prossima votazione potrebbe essere tenuta giovedì prossimo. “Il pacchetto potrebbe essere resuscitato? “È una domanda da un milione di dollari” - risponde Darrell M. West. “I leader dei democratici e dei repubblicani cercheranno di ricostruire un consenso attorno ai provvedimenti. Il quesito però rimane quello: riusciranno a convincere i deputati repubblicani a votarlo?” Secondo il numero due del Brookings Institution ci saranno altre lunghe e difficili trattative, ma la legge non potrà essere snaturata. I principi base rimarranno gli stessi. Probabilmente, tra le pieghe, verranno rivisti alcuni meccanismi di controllo del mercato per permettere ai conservatori più riottosi di accettare il compromesso. Per il politologo, il pacchetto di misure avrà una seconda chance. E alla fine, dovrebbe passare. La Casa Bianca, però, dovrà muoversi in modo ben diverso rispetto a quanto fatto finora.
Prima della Gran Rifiuto della Camera, prima dell’apertura dei mercati, George W. Bush era apparso in televisione per fare pressione sui deputati affinché approvassero il pacchetto di misure. La nuova legge - aveva detto - va “alle radici della crisi” e manda il messaggio che gli Stati Uniti “vogliono seriamente riportare forza e fiducia nei mercati”. Le sue parole non avevano convinto le Borse, tanto che Wall Street aveva aperto in calo. E neppure, come poi si sarebbe visto, i membri del Congresso. La dichiarazione del presidente era stato il primo atto della lunga, difficilissima giornata della depressa economia statunitense. Nelle prime ore della mattina, sull’andamento della Borsa di New York avevano pesato anche le notizie relative a Wachovia, una delle maggiori banche statunitensi. Per salvarla è dovuto intervenire ancora una volta lo Stato americano. Citigroup, importante società finanziaria globale, ha deciso di rilevare le attività bancarie di Wachovia. Nell’ambito di questa operazione, la Fdci, l’organismo federale di assicurazione dei depositi, ha invece stabilito di assorbire 42 miliardi di dollari di debiti. “Il fallimento di Wachovia avrebbe posto un rischio sistemico” ha detto il segretario al Tesoro Henry Paulson.
Una dichiarazione che conferma come, ormai, l’economia statunitense stia cambiando - almeno parzialmente - rotta.
“Certo, se passa il piano di salvataggio, ci troveremmo di fronte ad un massiccio intervento statale, come non era mai accaduto nella recente storia americana - commenta Darrell M. West. “Gli Stati Uniti lascerebbero, in parte, la filosofia di un mercato scarsamente regolato per avviarsi verso un sistema più controllato dalle leggi e dalle normi dello Stato. Indubbiamente, una grossa novità”.
Il VIDEO servizio:
Dopo circa tre anni di silenzio in Italia si torna a parlare delle obbligazioni argentine in mano ancora oggi a 195 mila investitori italiani che nel 2005 non aderirono al cosiddetto concambio proposto dal governo di Néstor Kirchner. Un argomento spinoso, quello dei cosiddetti “tango bond”, che è tornato alla ribalta dopo che la presidenta argentina Cristina Fernandez de Kirchner nei giorni scorsi è intervenuta nella prestigiosa sede che ospita il Nasdaq a New York.
L’annuncio della Kirchner al Nasdaq
“Abbiamo ricevuto con molto ottimismo e con molta allegria la presentazione di tre importantissime banche che ci hanno fatto una proposta in nome di quegli obbligazionisti rimasti tagliati fuori nel 2005”, ha annunciato Cristina al Nasdaq, aggiungendo che questa “proposta è davvero molto più favorevole per l’Argentina rispetto a quella di tre anni fa”. Nessuna delle banche citate dalla Kirchner è italiana, trattandosi di Deutsche Bank, Barclays Bank e Citigroup. Secondo indiscrezioni della stampa argentina, la proposta al governo argentino trarrebbe origine da un preaccordo di circa 25 hedge funds con i tre istituti sopramenzionati. Tra tre settimane il Parlamento di Buenos Aires si esprimerà sulla riapertura del concambio e, in caso di accettazione, saranno rinegoziate le obbligazioni controllate da Deutsche, Barclays e Citigroup tramite gli hedge fund per un valore di circa 10 miliardi di dollari. Se quanto riportato dalla stampa argentina corrisponde a verità e se il Parlamento argentino darà l’ok, il livello dei tango bond in default scenderebbe sotto il 10% del totale contro il 24% attuale. Un buon successo per la Kirchner, che vorrebbe reinserire il suo paese nel “salotto buono” della finanza internazionale, nonostante i dubbi espressi su molti suoi fondamentali, a cominciare dall’inflazione.
Ma molti sono anche i dubbi, soprattutto sul versante italiano, espressi da Nicola Stock, presidente della TFA (Task Force Argentina), l’organismo designato dall’Abi che tutela i 195mila risparmiatori italiani che non hanno aderito all’offerta del 2005. “La proposta di ristrutturazione del debito argentino elaborata da alcune banche d’affari internazionali e presentata al Governo di Buenos Aires sembra peggiorativa rispetto ai termini dell’offerta di scambio del 2005, quindi difficilmente accettabile da parte degli obbligazionisti retail italiani”, ha detto Stock tramite un comunicato.
Per la Tfa tale proposta di ristrutturazione soddisfa l’obiettivo di un vantaggioso recupero degli investimenti solo per gli hedge funds internazionali e non per i piccoli obbligazionisti che a suo tempo hanno finanziato l’Argentina pagando 100 ciò che oggi, a sette anni dal default, verrebbe ristrutturato a 34 con scadenze oltre i 25 anni. “Andremo avanti con il ricorso arbitrale internazionale all’Icsid nei confronti dell’Argentina con l’obiettivo del recupero integrale del capitale e degli interessi”, ha proseguito Stock ricordando che “la Tfa ha sempre espresso la propria disponibilità ad un dialogo costruttivo mai avviato da Buenos Aires”.
Sulla falsariga di Stock anche la American Task Force Argentina (ATFA), entità che rappresenta pensionati, contribuenti e investitori statunitensi che nei tango bond hanno investito circa 3 miliardi di dollari e che pochi giorni fa ha pubblicato un annuncio di una pagina sul prestigioso Wall Street Journal dal titolo significativo: “Agisci con serietà, paga i tuoi debiti”.
Inquietudine, secondo il quotidiano El Clarin, sarebbe stata espressa anche dal governo italiano perché nessuna banca italiana è stata coinvolta nell’offerta, anche se l’equipe del ministro degli Esteri Franco Frattini avrebbe accolto positivamente il fatto che l’Argentina abbia riaperto la questione, considerata sino a qualche mese fa “morta e sepolta” dalla Casa Rosada.

Un’imbarcazione di pirati si affianca alla nave ucraina. Photo: Ap
I corsari del Corno d’Africa hanno colpito ancora. Solo che stavolta l’hanno combinata più grossa del solito. Famosi per aver reso le acque del golfo di Aden le più pericolose del mondo, lo scorso giovedì i pirati somali hanno sequestrato una nave ucraina che trasportava 33 carri armati e altro materiale bellico destinato all’esercito keniano. Il colpo più grande nella recente storia della pirateria potrebbe però segnare una svolta nella lotta internazionale al fenomeno.
Non è chiaro se i pirati sapessero cosa trasportava l’imbarcazione ucraina Faina, ma per dei cacciatori di taglie come loro poco importa. La richiesta di riscatto è di 20 milioni di dollari per nave ed equipaggio, composto da 20 uomini, uno dei quali sarebbe morto domenica. La minaccia che le armi finiscano in mano ai miliziani somali è così grave che perfino Usa e Russia hanno deciso di collaborare. La nave da guerra Neustrashimy sta facendo rotta verso le acque somale, mentre domenica l’americana USS Howard avrebbe avvistato la nave tra i porti di Harardheere e Hobyo, lungo le coste orientali della Somalia, e la starebbe tenendo d’occhio aspettando l’arrivo di rinforzi. I pirati non sembrano preoccupati dello spiegamento di forze, e hanno avvertito di essere pronti a combattere fino alla morte per respingere qualsiasi attacco nei loro confronti.
Nati in quel laboratorio bellico che è la Somalia, ormai in guerra permanente dal 1991, i pirati hanno prosperato approfittando del disinteresse della comunità internazionale e della debolezza delle istituzioni somale. Nella regione autonoma del Puntland hanno creato un’organizzazione sempre più sofisticata, che ora ha addirittura un portavoce per i rapporti con la stampa. Come ha riferito a Panorama.it Andrew Mwangura, dell’East African Seafarers Association i corsari si spostano in gruppi di piccole imbarcazioni a motore, estremamente veloci e facili da manovrare. Coordinati generalmente da una nave-madre dotata di gru per poter controllare il mare in lontananza, sono equipaggiati di armi pesanti, cellulari e impianti Gps, e riescono a operare fino a 300 km di distanza dalla costa. I pirati attaccano qualsiasi tipo di imbarcazione passi attraverso il golfo di Aden: nelle loro mani sono caduti pescherecci, navi-cargo, imbarcazioni del World Food Program e yacht di lusso. Nel solo 2008, gli attacchi al largo delle coste somale registrati dall’International Maritime Bureau sono stati 24.
Nonostante la minaccia per una rotta così importante come quella che, attraverso il Mar Rosso, collega il Mediterraneo all’ Oceano Indiano, finora la comunità internazionale non si è mossa. Lo scorso giugno il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione che autorizza i Paesi alleati della Somalia a intervenire militarmente nelle acque del golfo di Aden. Ma a parte la spettacolare cattura di un gruppo di pirati per mano dell’esercito francese avvenuta la scorsa estate e qualche pattugliamento, nulla è stato fatto a livello di coordinamento degli sforzi. L’episodio di giovedì potrebbe rappresentare uno spartiacque importante: c’è infatti il pericolo che le armi sequestrate dai pirati finiscano in mano agli insorti somali vicini alle Corti islamiche, che dall’inizio 2006 cercano di rovesciare il governo di Mogadiscio. Una minaccia che potrebbe favorire la creazione di una “coalizione di volenterosi” per risolvere il problema.
L’arrivo degli ostaggi liberati al Cairo. foto:Sky
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Sono stati tutti liberati grazie ad un’operazione delle forze speciali del Cairo nel territorio del Ciad, vicino il confine con il Sudan, gli undici ostaggi e i loro otto accompagnatori egiziani rapiti venerdì 19 settembre vicino ad Assuan in Egitto. All’operazione congiunta - ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini - hanno preso parte gli 007 italiani, le truppe d’elite tedesche ed egiziane. Ma non c’è stato nessun blitz e nessuna azione di forza, secondo il presidente del Consiglio, che avrebbe potuto mettere in pericolo la vita degli ostaggi. E soprattutto non c’è nessun pagamento di un riscatto, ha aggiunto la Farnesina. Particolare confermato dal ministro della Difesa egiziano, Mahamed Hussein Tantawi.
La versione egiziana. Sulle modalità di liberazione degli ostaggi Il Cairo aveva in realtà fornito un’altra versione, arrivando a parlare di metà dei sequestratori liquidati dalle forze egiziane durante il presunto blitz. Al Jazeera ha detto che la liberazione è stata resa possibile da un’azione cui hanno preso parte due elicotteri militari dell’esercito egiziano. Al di là delle polemiche che ne potrebbero seguire, gli undici turisti e i loro otto accompagnatori egiziani sono stati portati all’aeroporto del Cairo a bordo di un C130 e starebbero tutti bene. Dopo le visite saranno rimpatriati e potranno riabbracciare i loro parenti. Ad accogliere il gruppo di turisti liberati stamani c’erano in aeroporto l’ambasciatore italiano in Egitto, Claudio Pacifico, e il ministro del turismo egiziano, Zoheir Garana. Per Mirella De Giuli, Walter Barotto, Lorella Paganelli, Michele Barrera e Giovanna Quaglia è finito un incubo durato dieci giorni e vissuto insieme ad altri cinque turisti tedeschi, un rumeno e otto accompagnatori.
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