- Tags: Kenya, Malindi, pedofilia, prostituzione, unicef
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Di Senio Bonini
“Lui mi ha preso la prima volta che avevo 9 anni. Da allora lo incontro tutte le settimane, l’ultima volta due giorni fa. Arriva, ferma la macchina. Io entro, mi porta nella villa. A volte ci sono altri uomini con lui. Poi, quando tutto è finito, mi riporta a casa. I soldi? Cinquecento scellini, più o meno 5 euro”. In fondo lui paga bene. È puntuale. E si comporta come tanti qui. “E poi lui non picchia. E non vuole neanche quelle cose strane…”. È anche gentile, lui. “Qualche volta mi fa anche dei regali, vestiti, una collana, caramelle”. Lui è un “mzungu”, un uomo bianco. Agisce indisturbato, forte del suo portafoglio. Lui ha modi morbidi e morbosi. Lui è italiano. E non è solo, ma in buona compagnia.
Evelyne vive a Maweni, sobborgo d’argilla e lamiera di Malindi, in Kenya. Poche centinaia di metri dai resort a cinque stelle, dalle spiagge bianche miste a saponaria che disegnano la costa, a un palmo dalle “villas” di Casuarina, Mayungo e Mambrui, muri di protezione alti 3 metri e buganvillee. Ed è lei una delle vittime silenziose dell’orco italiano che in questa cittadina un tempo portoghese si macchia di violenze che guai a commetterle in patria.
“Karibuni italiani”, benvenuti. La sua infanzia si sgretola quando diventa “proprietà degli italiani” e in un sol colpo donna, seppure violata. “Il mio si chiama Angelo, viene da Roma” racconta sull’uscio della baracca che divide con la madre e due sorelline. Avrà sì e no 13 anni, anche se come una nenia ripete di averne 18. In fondo spera di trovarsi di fronte a un altro acquirente, magari l’ultimo, pronto a strapparla dall’inferno quotidiano che è la sua esistenza. Pronto a portarla via, laggiù in Italia. “È il mio lavoro” dice con un filo di voce mentre violenta la magliettina rossa incapace di coprire una pancia sospettosamente pronunciata. Al suo fianco c’è la madre, meno di 40 anni e il volto solcato dalle rughe. Un passato da “malaya”, prostituta: sette figli e la convinzione che Evelyne non possa far altro che emulare il suo passato. Prende le mie mani, le guida sulla pelle ancora liscia della figlia e in swahili sibila qualcosa, come a garantire della qualità della merce. “È roba buona, te la sta consegnando” interviene Alì, la nostra guida nei bassifondi di Malindi. Non sono solo le spiagge o la buona cucina ad attrarre gli italiani a Malindi. C’è anche il suo serbatoio umano a buon mercato. Ragazzine e ragazzini a portata di mano, ma soprattutto a rischio zero. “Di bambine come Evelyne ne trovi a centinaia qui” spiega Alì, un tempo trafficante d’eroina a Mombasa, oggi venditore di conchiglie, quattro figli da sfamare. “Gli italiani fanno quello che vogliono, prendono i nostri bambini, li violentano, ne abusano e nessuno fa niente. I poliziotti non intervengono, ogni tanto ne beccano uno sulla spiaggia, si fanno dare un ‘kitu kidogo’, una bustarella di 5 mila scellini (50 euro, ndr), e lo lasciano andare. Però quelli più organizzati, quelli che qui ci vengono da anni, non si fanno trovare. Prendono i bambini e li portano nelle ville che affittano o che hanno comprato. E i genitori lasciano fare, è normale”. In un Paese dove un cameriere riesce a guadagnare 60 euro al mese, e dove secondo le usanze tribali sposarsi a 13 anni è considerato naturale, lo sfruttamento sessuale dei bambini appare fisiologico. E alcuni italiani (2.500 i residenti solo a Malindi, molte migliaia quelli che ogni anno vi si recano in vacanza) ne approfittano. Nero su bianco, c’è un rapporto diffuso dall’Unicef che mette spalle al muro la comunità italiana di Malindi (qui il report in pdf).
Non solo Thailandia, Filippine, Cambogia: il nuovo confine del sesso proibito è qui. Si legge che nel tratto di costa compreso tra Mombasa e Lamu sarebbero 10-15 mila ragazzini e adolescenti fino a 18 anni vittime dello sfruttamento e del turismo sessuale. Il 10 per cento al di sotto dei 12 anni. E gli italiani (il 18 per cento dei clienti) occuperebbero saldamente la prima posizione nella triste classifica delle nazionalità che ne fanno uso e abuso. Prima di tedeschi (14 per cento), svizzeri (12), poi a ruota ugandesi, tanzaniani e britannici. Un mercato a luci rosse accettato dal 75 per cento dei keniani.
Procurarsi un minorenne è semplice. Basta rivolgersi a loro, i beach boy sulla spiaggia, i disperati di Uhuru Park, gli accattoni dei quartieri malfamati. Solerti imprenditori di se stessi, pronti a consegnarti per poche centinaia di scellini una bambina o un bambino, a seconda dei gusti.
La rete sommersa. Oppure frequentare i locali giusti. Le più giovani aspettano fuori. “Italiano? Scopare?”. Ti avvicinano, trucco e vestiti scelti per celare l’età. “Io ci vado tutte le sere” spiega Chris, 13 anni e un rossetto sbavato sulle labbra. “Gli italiani sono i clienti migliori. Pagano fino a 2 mila scellini, quasi 20 euro. Di più senza preservativo. Del resto tu le caramelle mica le mangi con la carta”. Poche battute e l’affare è fatto. Altrimenti, “per le cose fatte bene” come dice Alì “per il servizio a domicilio, pochi rischi e divertimento assicurato”, non resta che votarsi alla “rete”.
“Esiste, eccome, è tutto in mano loro”: Philip Opiyo è un giovane poliziotto a capo della stazione di Malindi. Scuote la testa: “Molti italiani hanno formato negli anni una rete neppure troppo sotterranea che controlla il traffico sessuale dei nostri bambini. Sono imprenditori, proprietari di bar, ristoranti, tour operator. Gli ’shugada’, i pedofili, si rivolgono a loro per avere i piccoli che vengono presi e portati nelle ville. Sappiamo che spesso partono dall’Italia tour organizzati con tanto di ordinazioni. Gli intermediari ci guadagnano e non di rado partecipano ai festini. Noi difficilmente riusciamo a fare qualcosa. In primo luogo perché le ville sono come fortini, blindati, inaccessibili. Secondo perché povertà e corruzione inquinano i nostri uomini”.
Corruzione e rassegnazione. Tesi sostenuta anche da Fred Olouch, giornalista del Nation, il più importante quotidiano del Kenya, da anni in prima linea nella battaglia contro lo sfruttamento dei bambini. “Perché un poliziotto che coglie in flagranza un italiano con un minorenne dovrebbe denunciarlo? Con il suo silenzio guadagna in 5 minuti l’equivalente di mesi di lavoro. Senza considerare che, se anche fa il suo dovere, c’è sempre la possibilità che l’italiano sorpreso con un minorenne la faccia franca corrompendo un giudice o pagando una cauzione di poche decine di migliaia di scellini: niente per le vostre tasche”.
Toni rassegnati come quelli che usa Haman Shambi, una sorta di prefetto della città, per disegnare la cartina e la storia del potere degli italiani a Malindi. “I primi arrivarono qui negli anni 80, ma il boom vero e proprio esplose 10 anni più tardi. Attirati dalla bella vita e dalle belle donne a buon prezzo e, per alcuni di loro, qualche camorrista e brigatista in fuga dall’Italia, dalla certezza di non poter essere estradato”.
Oggi Malindi parla italiano, le insegne e i cartelli stradali sono in due lingue e il tricolore sventola dai palazzi. La comunità si riunisce attorno agli esercizi commerciali: il Bar Bar, il Sultana Cottage, il Baby Marrow. “Sotto sotto qui molti odiano gli italiani” puntualizza Alì. “Ci hanno comprato, fanno quel che vogliono e non puoi ribellarti, non ci metterebbero molto a fartela pagare”. Evelyne, Chris, Maria, Jenny recitano un rosario fatto di nomi e cognomi. E così scopri che nella rete vengono inclusi imprenditori, turisti qualsiasi e gente che qui è venuta per ricominciare una nuova vita, addirittura qualcuno degli storici rappresentanti della comunità italiana.
“È vero, la situazione è gravissima” conferma Robert Nyagah, un tempo giornalista e ora tour operator. “Questo è il regno degli italiani che sfruttano il lassismo delle istituzioni e del governo, delle organizzazioni non governative interessate solo ai fondi della cooperazione internazionale, in un paese dove il turismo, anche in questo periodo di disordini, resta la terza risorsa economica”.
Prostitute in attesa a Malindi
“Nessuna emergenza”. “Non ho niente da dichiarare, gli italiani qui godono di ottima reputazione. Questa storia dei bambini non ha senso. Arrivederci”: Roberto Macrì, console onorario di Malindi, liquida così qualsiasi discussione che sfiori le accuse che molti qui muovono contro i nostri connazionali. “Non c’è alcuna emergenza, queste sono infamie belle e buone contro un’intera comunità che qui è ben vista”. Ma decine di testimonianze, le voci dei bambini, il dito puntato contro degli organi di polizia… “Niente da aggiungere. Arrivederci”. E quel rapporto dell’Unicef? “Figuriamoci. Non ci hanno neppure contattato per sentire il nostro parere, per noi quel dossier non ha alcun valore”. Perché allora non avete affidato a una lettera, a un intervento pubblico, il vostro risentimento contro quello che considerate un affronto? “Non è mio compito. Vi prego di andarvene adesso”.
Diverso il registro di Pierandrea Magistrati, ambasciatore italiano a Nairobi. “Non lo possiamo nascondere, la situazione a Malindi è preoccupante. Più fonti in nostro possesso confermano quanto avete raccolto sul campo in queste settimane, per questo bisogna affrontare seriamente il problema. Dobbiamo promuovere un’efficace azione di cooperazione internazionale del nostro ministero degli Esteri”.
Promessa mantenuta: tutto è pronto al ministero degli Esteri per l’avvio ufficiale di un progetto di cooperazione internazionale per combattere la piaga dello sfruttamento della prostituzione minorile a Malindi. “Il nostro progetto, preparato in collaborazione con Unicef, Ecpat e Cisp, sta per muovere i primi passi” spiega Paola Viero, responsabile dei progetti per i minorenni dell’Unità tecnica centrale del ministero: 1,5 milioni di euro, corsi di formazione per operatori sociali, funzionari di polizia, psicologi. “Per sensibilizzare da un lato le popolazioni locali, sviluppando quella che noi definiamo un’educazione inclusiva, tutta rivolta ai loro piccoli, dall’altro per infittire i rapporti di collaborazione con organi di sicurezza e procure che oggi sono ancora scarsi”. Un modo per agire chirurgicamente sul campo, ma anche per aggirare “quella rete di nostri rappresentanti sparsi per il mondo che troppo spesso si rendono complici silenziosi di questi traffici” puntualizza Viero. Un po’ come è avvenuto per Malindi, se è vero che “proprio nei giorni immediatamente successivi al vostro colloquio con l’ambasciatore Magistrati” prosegue la funzionaria della Farnesina “al ministero è arrivato un telegramma a sua firma che chiedeva immediati provvedimenti per contrastare l’emergenza pedofilia sulla costa keniana”.
La guerra all’orco. Sono almeno una ventina i progetti di cooperazione internazionale attivati dalla Farnesina negli ultimi 10 anni: 20 milioni di euro investiti a partire dal 1998. Un’azione capillare riconosciuta dal Consiglio d’Europa che lo scorso anno, in occasione della firma della Convenzione per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali, “ha individuato nell’Italia l’avanguardia dei progetti di cooperazione a livello europeo” ricorda Paola Viero. “Siamo sulla strada giusta” è il commento di Marco Scarpati, presidente della sezione italiana dell’Ecpat (End child prostitution, pornography and trafficking). “Però c’è ancora molto da fare. Il problema è che le leggi italiane contro lo sfruttamento della prostituzione minorile, introdotte nel 1998 e ampliate nel 2006, non bastano. Sebbene siano tra le migliori e più rigide al mondo, mancano di un tassello fondamentale: gli strumenti di raccordo tra le polizie e le procure dei diversi stati. Quando in Italia viene scoperta un’organizzazione criminale che si muove all’estero, la nostra polizia non sa con chi parlarne”.
Opinione condivisa da Antonio Sclavi, presidente dell’Unicef Italia: “Questo gap vanifica ogni sforzo in termini di contrasto allo sfruttamento dei bambini, in più si aggiunga la complicata questione delle prove. Si pensi a quanto può essere difficile portare a testimoniare in Italia un bambino vittima all’estero di violenze sessuali”. Ed è in questa direzione che si inscrivono le ultime iniziative dell’Unicef e dell’Ecpat: sostenere le spese di viaggio e alloggio dei testimoni che si costituiscono parte civile nei processi. “La nostra sfida resta comunque quella di convincere i paesi finiti nella rete della criminalità transfrontaliera a denunciare chi si macchia di reati contro i bambini” precisa Scarpati. “Deve passare il principio secondo il quale la denuncia, in termini di sostegno, aiuti economici, cooperazione, paga più del silenzio”.
Una prostituta a Malindi
L’identikit. Già, la denuncia: un passaggio che spesso resta lettera morta. “Il più delle volte dei nostri connazionali fermati all’estero non si sa proprio niente perché le nostre ambasciate non ne vengono informate” spiega il colonnello Giorgio Manzi, del reparto analisi criminologiche dei carabinieri del Ris di Roma. “E spesso, contrariamente a quanto si possa pensare, sono gli stessi pedofili arrestati a preferire la via del giudizio all’estero, vuoi perché le pene sono meno dure, vuoi perché possono sempre sperare che il giudice applichi il cosiddetto principio della corruzione del maggiorenne. Attenzione, non si tratta di una categoria giuridica vera e propria, ma della diffusa convinzione che l’adulto possa essere, come dire, indotto in tentazione dal minorenne. Vuoi, infine, perché così salvano la loro reputazione in patria”. Non sono invece riuscite a farla franca quelle 30, 40 persone condannate fino a oggi in Italia per turismo sessuale. “Dal primo caso, quello di Roberto Rossinelli, anche noto come “il Thailandese”, condannato nel 1998 a 12 anni, sono alcune decine i pedofili che abbiamo incastrato” continua Manzi. “Ma almeno il doppio hanno subito condanne all’estero”. E questa sarebbe solo la punta visibile: “Dai dati che abbiamo sono centinaia quelli che non vengono mai presi”. C’è da crederci. Secondo i dati forniti dall’Ecpat, sarebbero 80 mila gli italiani che ogni anno si dedicano al turismo sessuale, dei quali il 3 per cento (circa 2.400 persone) alla ricerca di minorenni. Uno scenario sconcertante reso ancora più torbido dall’identikit dei moderni orchi. “Giovani, di età compresa in media tra i 25 e i 27 anni, ricchi o meno abbienti non importa” spiega Manzi. “I viaggi low cost hanno reso accessibili un po’ a tutti le mete turistiche anche più lontane”.
Insospettabili in Italia, non appena varcato il confine queste persone “vengono prese da quella particolare condizione che indichiamo come “craving”, uno stato d’ansia e frustrazione crescente, quasi patologico, alimentato dalla privazione dell’oggetto del desiderio, in questo caso il bambino. E poi ci sono i cosiddetti pedofili di reflusso, persone che in questa società all’insegna della libertà sessuale hanno già provato tutto e cercano nei minorenni l’ultima trasgressione possibile”.
Il miraggio di una vita nuova. In fondo Evelyne, la bambina di Malindi, sa che il sapore amarognolo del marungi, l’erba oppiacea dei poveri della costa keniana, non è altro che un modo per ingannare se stessa e le sue giornate alla luce del sole. Per le notti non c’è niente da fare: bisogna viverle, lavorarle con l’ultimo mzungu, l’uomo bianco di turno, dall’accento italiano ormai maledettamente familiare. L’erba in bocca, i soldi nel pugno, un “grazie” sommesso, rassegnato. Nonostante i 13 anni Evelyne ha capito benissimo il perché le siano stati dati questi 2 mila scellini: per i suoi racconti e “senza mangiare nemmeno la caramella”, come dice lei. L’altra mano è sempre lì, testarda come a tormentare quella magliettina esausta. Di parole come craving, procure, convenzioni internazionali non ha mai sentito parlare e forse mai ne sentirà. Per lei la vita è questa, è sempre stata questa e sembra accettarla così com’è. O forse no, quando ti si avvicina e chiede, apparentemente distratta: “Com’è l’Italia?”. “Karibuni italiani”, benvenuti.
- Domenica 7 Settembre 2008
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Commenti
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Il 8 Settembre 2008 alle 16:24 Italiani, brava gente » The Novecento’s Post© ha scritto:
[...] Come italiano trovo mortificante leggere in un rapporto dell’UNICEF, realtivo agli abusi sui bambini in Kenya, un dato come questo. Dato confermato anche da un’inchiesta condotta da Senio Bonini per Panorama. [...]
Il 8 Settembre 2008 alle 18:39 maumau ha scritto:
Ho vissuto a Malindi, per qualche tempo a partire dal 95, non come turista ma come residente. Tutto vero quello che si legge nel rapporto dell’UNICEF, salvo il fatto che è praticato indifferentemente dai Bianchi ( e non solo maschi), Gialli e Africani stessi, di nazionalità eterogenea senza alcuna predominanza. D’altra parte è notizia di questi giorni che in Marocco una bimba di 9 anni è andata in sposa. Quello che trovo strano è il fatto che, ogni anno , all’approssimarsi della stagione secca, la migliore per viaggi in Kenia, e Malindi è una delle mete preferite, appaiano articoli che mettono in cattiva luce il luogo, o la comunità italiana, o in generale qualsiasi altra situazione che possa scoraggiare il turismo in quel luogo. Le stesse cose accadono a Mombasa, Diani, Zanzibar, per non parlare degli slums di Nairobi, ma questi luoghi non vengono mai citati. Vien da pensare che qualcuno non voglia il turismo di massa a Malindi. Forse qualche ricco snob che la vorrebbe stile anni 80 quando nessun “Mzungo” vi risiedeva, Inglesi a parte.
Il 9 Settembre 2008 alle 10:32 malindino ha scritto:
Ecco un altro ragazzino che ci confeziona un’inchiesta che, per chi non conosce la realtà attuale di Malindi, può apparire come veritiera. In realtà si tratta di un cumulo di menzogne facilmente smascherabili, articoli scopiazzati da internet risalenti a cinque anni fa (i dati Unicef sono invece dell’ottobre 2006 e sono comunque manipolati dal giornalista), interviste mai rese (mi risulta che il capo della polizia di Malindi Opiyo non sia più in carica da un anno e mezzo e l’ambasciatore italiano abbia già negato di aver rilasciato tale intervista) e falsità facilmente smascherabili. Il solito bimbo a caccia di scoop che si trattiene a Malindi una settimana, parla con un beach boy sulla spiaggia e si inventa i festini, le ville “blindate” (pensate che invece in Kenya per legge la polizia non ha bisogno di mandato di perquisizione per entrare in una casa privata) e una cittadina stile Fortaleza o Phuket con i bimbi a prostituirsi in mezzo alla strada. Ma questa volta l’articolo è criminale, e potrebbe sortire l’effetto indesiderato di vedersi arrivare a Malindi gli amici di Bonini stesso. Chi vive a Malindi e vi trascorre mesi all’anno sa bene che non è così e che il fenomeno della pedofilia può essere tranquillamente rapportato a ogni località turistica del mondo come Malindi. Fa specie questo facile accanimento contro Malindi a suon di luoghi comuni. Siccome c’è turismo sessuale allora c’è pedofilia. Ma siete mai stati in Brasile o Thailandia? Avete presente la realtà delle favelas e quella dei bordelli di Bangkok o Cambogiani? Malindi non ha meno pedofili di Riccione o Rapallo. Mi spiace, Bonini, hai sbagliato e te ne accorgerai molto presto.
Il 9 Settembre 2008 alle 12:38 pippovero ha scritto:
Dopo oltre 7 anni da residente e più di 10 da turista, non ho mai letto così tante inesattezze, infondatezze, numeri e dati vecchi di anni. Giornalista approssimativo, deleterio. Io a Malindi continuo ad andarci perchè, per fortuna, conosco il paese. Come per Alberizzi del Corriere della Sera, avete perso un cliente.
Il 9 Settembre 2008 alle 15:36 galimberti ha scritto:
A Malindi ci sono sicuramente dei pedofili, ma sicuramente meno che a Milano, Roma, Napoli, Monza, Desio o Salerno.
In Italia ci sono giornalisti capaci ed onesti, sicuramente il Sig. Bonini non è tra questi.
Questo copia-incolla di stralci e vecchi articoli distorti, dichiarazioni riviste o del tutto fasulle sarebbe solo fuffa se non gettasse fango su tutta la comunità Italiana di Malindi, che ha fatto negli anni molto più bene che danno.
Bonini vergognati.
Il 9 Settembre 2008 alle 18:56 pifa ha scritto:
Vado a malindi dall’anno 2001 per turismo e probabilmente in futuro comprerò una casa perchè lo ritengo un posto meraviglioso. Conosco molta gente del posto, sopratutto italiani che ci vivono tutto l’anno, ed ho potuto constatare il grande contributo che danno e che hanno dato con i propri soldi per costruire orfanotrofi,scuole,ospedali,e tanto altro ancora(io aiuto mandando dei soldi a un ragazzo disoccupato senza padre e fratelli molto piccoli). Non so quale motivazione abbia indotto il signor Bonini a descrivere dei fatti assolutamente privi di fondamento (per esempio,posso testimoniare che presso le discoteche di malindi nelle ore notturne non ho mai visto banbine che aspettano il suo potenziale cliente, solo qualche prostituta abbondantemente maggiorenne che magari cerca di avvicinare qualche musungu, cose che purtroppo esistono fuori da tutti i locali notturni del mondo, compresa l’italia), e distante anni luce dalla realtà locale. Forse il signor Bonini non è mai stato a malindi e forse farebbe bene prima di scrivere articoli vergognosi come questi di constatare di persona cosa fanno realmente gli italiani a malindi. Questo tipo di giornalismo è veramente vergognoso.
Il 10 Settembre 2008 alle 11:31 malindi4life ha scritto:
Personalmente sono rimasta sconvolta da questa strumentalizzazione!! Mi chiedo se i soliti burattinai, quelli che tirano i fili, quelli che comandano, abbiano un’altra località turistica da spingere. Si, perchè si fa un gran parlare delle brutture di Malindi, ma io ci sono stata 15 giorni fa e non mi sono accorta di nulla…anzi proprio a Malindi mi sono beccata “il Mal d’Africa”.
Nella nostra vacanza abbiamo frequentato i ristoranti, i bar, i locali e le discoteche e ci siamo resi conto di come stanno davvero le cose: Malindi non è poi tanto diversa da altre realtà come il Brasile, Cuba, la Thailandia, dove l’alto tasso di povertà fa si che le ragazze giovani ed avvenenti trovino conforto in persone mature e benestanti.
Succede in tutti i paesi poveri, da che mondo è mondo!
Vogliamo parlare dell’Italia? Dove le ragazzine si prostituiscono per comprarsi la borsa di Prada? Il concetto è lo stesso, almeno laggiù lo fanno per sfamarsi. E poi credetemi, sovente chi ne esce peggio da queste relazioni sono proprio gli italiani…spolpati e scaricati!!
Tornando al motivo della mia indignazione, basta davvero poco a sputtanare un posto! Basta che un “signor Bonini” di turno si accanisca ingiustamente (magari finanziato dalla concorrenza) per applicare un’etichetta negativa, aggiungi un bel bollino rosso dalla Farnesina e hai fatto crollare il turismo a Malindi!! Bene.
Mi chiedo a chi giovi tutto questo? Non di sicuro agli italiani residenti a Malindi, nè tantomeno ai kenyoti che col turismo ci campano.
Concludo dicendo che non acquisterò mai più il vostro giornale!
Il 10 Settembre 2008 alle 13:18 mamasimba ha scritto:
Ma è mai possibile che nessuno, e dico NESSUNO, abbia voglia, qualche volta di parlare bene di noi?
Condivido tutto : la prostituzione, la pedofilia, la corruzione…tutto ciò che trovate a Malindi è ,purtroppo, “vita” come in ogni altra parte del mondo.NE’ PIU’ NE’ MENO ( e ribadisco purtroppo)ma nessuno mai ha avuto voglia di scrivere di tutti quegli imprenditori che lavorano sodo, rischiano, si impegnano ,che di notte dormono perchè il giorno successivo lavorano duramente e che hanno portato a Malindi anche benefici per la popolazione. Non vi rendete conto che con questi articoli molto MOLTO mirati a Malindi (perchè non altrove dove succedono le stesse schifezze????) portate un grave danno a chi si è sempre impegnato, rischiando anche in primissima persona?Perchè sempre e solo Malindi? Perchè fa notizia Briatore?Perchè avete di noi l’immagine dei ricchi fannulloni che stuprano bambine e se la godono nelle fastose ville? NON C’E’ solo questo a Malindi!!!!!Ci piacerebbe che un giornalista desse voce anche a chi si comporta seriamente, dicesse che ci sono anche locali dai quali la pedofilia è bandita, che ci sono persone che sanno chi sono i pedofili (perchè naturalmente ci sono come ovunque) e gli toglie il saluto e rifiuta di avere a che fare con loro.
Sarei già felicedi capire,una volta per tutte, perchè questo accanimento contro una comunità che ha,nella pedofilia,una rappresentanza assolutamente minima ma,nella maggioranza, persone che lavorano, investono, danno lavoro o che ,anche solo,portano il denaro ed il benessere del turismo.
Il 10 Settembre 2008 alle 18:31 malindikenya.net ha scritto:
Falsità, inesattezze, stralci vecchi, dati superati.
Non si può nemmeno parlare dell’ennesimo articolo sensazionalista in negativo su Malindi, perché questa volta il servizio pubblicato sull’ultimo numero di Panorama va decisamente oltre.
Si tratta di un reportage che ha pochissimi legami con la realtà di Malindi, costruito ad arte attraverso interviste mai effettuate, dati vecchi e parziali, citazioni datate e parti di testo tratte da articoli e servizi presi in internet da blog e siti. In tanti anni non abbiamo mai letto una simile sequela di menzogne facilmente verificabili, inesattezze e incoerenze e ci chiediamo come abbia potuto una testata storica come Panorama aver permesso la pubblicazione di un articolo del genere, senza verificarne l’attendibilità. O forse c’è dietro un disegno ben preciso? L’autore del servizio ne è cosciente o è da radiare dall’albo?
Già, perchè il giovane giornalista freelance che lo ha scritto, Senio Bonini, l’ha combinata grossa.
In primis siamo quasi certi di poter datare la stesura di gran parte dell’articolo prima del luglio 2007, cioè più di un anno fa. Questo si evince da alcuni particolari: il capo della polizia citato nell’articolo, Patrick Opiyo, non è più in carica a Malindi da quel periodo e da più di un anno lavora al Comando di Nairobi. Oltretutto, raggiunto telefonicamente tramite il consolato di Malindi, ha rilasciato a noi una dichiarazione ufficiale, nella quale nega fermamente di aver mai rilasciato alcuna intervista ad alcun giornalista italiano e di non aver comunque pronunciato le frasi riportate dall’articolo mai a nessuno. Anche le parole del console italiano a Malindi Roberto Macrì, risalgono ad almeno un anno fa e sono state distorte, come ci ha confermato lo stesso console.
Per quanto riguarda invece le parole ascritte al “ex giornalista ora tour operator” Robert Nyaga, lo stesso ci ha rimandato ad un’intervista (l’unica da lui resa da quando è a Malindi) di cinque anni fa, di cui effettivamente abbiamo trovato riferimenti in rete, in numerosi siti e blog. Ora infatti Nyaga (senza la H finale, come erroneamente già riportato dai siti e blog di anni fa…) è tornato a fare il giornalista e tra l’altro collabora attivamente con il Corriere della Sera. Negli stessi siti e blog si trova il riferimento a Fred Oluoch, giornalista del Nation, e anche questo è un articolo che risale almeno a due anni fa e si riferisce a fatti e interviste antecedenti al 2004.
Gli stessi dati citati si riferiscono a una statistica pubblicata dall’Unicef a Nairobi nell’ottobre 2006 e si riferiscono a dati riguardanti il 2005, anno in cui ancora non erano attive numerose iniziative congiunte di governo e associazioni onlus per stroncare la pedofilia in Kenya, come SOLWODI (Solidarity with women in di stress) e Wema Centre Trust e il progetto della Child Line Kenya patrocinato tra gli altri dalla Kenya Tourism Federation, Unicef, Wto e Kenya Tourist Board. La ricerca Unicef di quell’anno fa riferimento, oltretutto, a sessanta diari di ragazzine dai 12 ai 14 anni della costa keniota e sono molto contraddittorie. Con ciò non intendiamo negare il problema, bensì ridimensionarlo notevolmente, portandolo (com’è chiaro a chi vive a Malindi e la frequenta assiduamente) ai livelli di ogni altra realtà simile nel mondo e anche in Italia. Gli stessi dati di Ecpat Italia, rispetto a quelli dell’Unicef, sono decisamente contrastanti. Nell’articolo, inoltre, si scrive erroneamente che gli italiani “occuperebbero saldamente la prima posizione nella triste classifica delle nazionalità che ne fanno uso e abuso”, mentre invece, secondo quel report, sono gli stessi kenioti, con il 35% a occupare ben più saldamente la prima posizione, con percentuale doppia rispetto agli italiani in questa disdicevole graduatoria.
L’articolo, purtroppo, è zeppo di inesattezze e di informazioni facilmente negabili, per chi conosce la realtà di Malindi e del Kenya. Impossibile (infatti l’intervista è falsa) che un ufficiale di polizia possa descrivere le ville degli italiani a Malindi come “fortini inaccessibili”, visto che in Kenya per le forze dell’ordine è possibile entrare in una proprietà privata senza bisogno di mandato di perquisizione.
In quanto ai presunti “viaggi organizzati” per pedofili, siamo davvero nel campo della fantascienza.
Altra notizia inverosimile: Nell’articolo si accenna a presunti pedofili che preferirebbero rischiare in Kenya eventuali denunce, rispetto all’Italia che sarebbe più severa sullo sfruttamento dei minori. Ricordiamo che la legge keniota prevede 14 anni di reclusione per chi ha rapporti sessuali con minorenni e fino a tre anni per il semplice adescamento di minori. E le condizioni delle prigioni keniote sono ben peggiori di quelle italiane. Non è affatto facile corrompere la polizia per reati come questi, ciò nonostante in quindici anni sono stati registrati solo due casi di condanne ai danni di italiani, l’ultima delle quali per adescamento ed ancora in attesa di sentenza d’appello.
Basta recarsi a Malindi per capire quanto sia quasi impossibile che una ragazzina minorenne possa essere avvicinata da un bianco in automobile nel quartiere povero di Maweni e invitata a salire. Basta recarsi ogni sera davanti ai locali pubblici per rendersi conto che non esistono ragazzine dichiaratamente minorenni che aspettano fuori dai locali. I locali stessi sono i primi ad allontanare ragazze che non abbiano un documento che ne attesti la maggiore età e la polizia non permette che ragazze minorenni vadano in giro da sole di notte. L’articolo di Bonini è quindi un insieme di invenzioni, errori, menzogne, inesattezze (da questo punto di vista potremmo citare ogni singola riga del pezzo: il “marungi” non è un’erba oppiacea né una droga, ma una radice stimolante legale. Il “Sultana Lodge” non è un ritrovo di italiani e nel caso fosse il Sultan Lodge non è mai stato un ritrovo di italiani ed è chiuso da più di quattro anni, Mambrui non è “a un palmo” da Maweni ma a quindici chilometri, i cartelli stradali di Malindi non sono in due lingue, o se lo sono sono in inglese e swahili e via dicendo. Prendere così alla leggera un argomento simile non è soltanto diffamante e disdicevole, ma anche pericoloso, diseducativo e tendenzioso. In un solo aggettivo, criminale.
Un articolo del genere potrebbe inoltre sortire l’effetto a noi indesiderato di attrarre qui persone interessate a questo genere di turismo che noi assolutamente non vogliamo.
Malindikenya.net vi aggiornerà sulle iniziative che sta prendendo e intende portare avanti e chiede la partecipazione attiva anche di voi lettori. http://www.malindikenya.net: le notizie vere da Malindi.
Il 10 Settembre 2008 alle 19:19 roberto mombasa ha scritto:
Mombasa 08-09-08
Caro Bonini,
e’ sempre molto facile scrivere articoli come questi,soprattutto se si scrivono baggianate nella quantita’ cui hai fatto tu,senza degnarti di approfondire e controllare sia gli argomenti sia le fonti dal quale attingi.
Non si puo’ negare che il problema esista,come del resto in tutte le altre parti del mondo,ma non si puo’ generalizzare ed enfatizzare nella maniera in cui hai fatto,inventandoti interviste con autorita’ locali,premetto che il sottoscritto vive in Kenya da 20 anni (di cui 10 spesi in Malindi)e non fa’ parte della feccia descritta nel tuo articolo,faccio l’imprenditore e non mi identifico assolutamente in nessuna delle descrizioni da te pubblicate.
Devi sapere mio caro Bonini ,che il capo della polizia di Malindi ,da te menzionato non e’ piu’ in carica da piu’ di un anno e dopo essere stato interpellato ha negato categoricamente ogni tipo di intervista con la stampa.
Stessa sorte per l’Ambasciatore Magistrati che a sua volta ha negato ogni tipo di relazione con giornalisti o altro.
Gli Italiani in Kenya non fanno assolutamente quello che vogliono,non hanno nessun racket e nessuna rete malavitosa,devi sapere caro Bonini che siamo sorvegliati a vista dalle utorita’ locali e che addirittura veniamo arrestati o portati in tribunale solo se commettiamo reato di offesa anche verbale nei riguardi della popolazione locale,praticamente dopo che hai dato dello “stupido” ad un Keniota,dopo mezz’ora ti ritrovi al posto di polizia a dar spiegazioni dell’accaduto,quindi immagina se soltanto facessimo una piccola parte dei reati da te attribuitici.
Qui non comandiamo niente e non siamo nessuno,siamo solo delle grasse vacche da mungere.
Quello che ti posso assicurare se hai tante palle,quante sono le stupidaggini che scrivi,e’ che personalmente con l’aiuto dell’autorita’ locale,se hai nomi e fatti accaduti documentabili,saro’ in prima linea per prodigarmi a far arrestare sia in kenya che in Italia chiunque si macchi del reato di pedofilia(visto tralaltro che e’ un reato internazionale).e saro’ lieto di cooperare con chiunque abbia gli stessi miei ideali.
E per finire vorrei aggiungere che di personale assunto nelle varie organizzazioni internazionali ne abbiamo cosi’ tanti che sicuramente con i trattamenti economici da sogno che percepiscono,i rapporti se li inventano a tavolino pur di non perdere il posto!
Sempre pronto a cooperare con chiunque.
Roberto Mombasa
Il 11 Settembre 2008 alle 0:01 nico.colombo ha scritto:
Mettermi a rispondere punto per punto al Suo articolo non avrebbe senso. E’ un parossismo del teatro del cattivo gusto e dell’ignoranza piu’ beata. Cerco di trattenermi ma caratterialmente non ne sono portato quindi… brevemente le racconto come Italiano che vive e lavora in Africa da prima che lei iniziasse a mettere i pantaloni lunghi si possa sentire offeso da tanta idiozia. Ho passato 10 anni come istruttore nei corpi speciali della legione straniera, decorato per aver salvato 17 bambini chiusi in un pulmino sotto il fuoco dei ribelli, in seguito guardia del corpo di personaggi nel mondo dello sport e proprio in quel periodo per l’esattezza il gran premio del 1999 ( 10 settembre ) un uomo di 40 anni mi si avvicina mentre parlo con un amico tedesco, tenendo per mano una ragazzina con evidenti segni di disagio mentale. Le alza la gonna e me la offre in cambio di 20.000 lire. Conoscendo bene l’ambiente dei campeggi intorno alla pista penso sia ubriaco e continuandoa parlare in tedesco chiedo cosa voglia dire. La risposta e’ tremenda fai quello che vuoi tanto non se ne accorge. Ho preso la ragazzina per mano ho pregato il mio amico di allontanarla e ho spiegato il mio pensiero all’animale che avevo davanti, Risultato quando sono arrivati i carabinieri che avevo fatto chiamare, non avevo ancora finito. Sono dovuti saltarmi al collo in tre per farmi smettere e lo hanno potuto interrogare solo dopo un paio di settimane per le fratture multiple al viso braccia e gambe. Puo’ controllare visto che la notizia e’ stata pubblicata anche dal gruppo editoriale per cui lei ha scritto ( corriere della sera )questo articolo. Mi fa schifo il suo modo cinico di vedere le cose e approfittarsene per ?? si doveva pagarela vacanza? Se è vero che ha dei nomi me li dia sarà mia premura riportarli in Italia in un modo o nell’altro. Non nego la situazione anche se non è assolutamente come lei la descrive, ma mi fà ancora piu’ schifo chi come lei approfitta delle storie di queste bambine e ci sguazza compiaciuto. Che differenza trova tra chi sfrutta il loro corpo e lei che sfrutta le loro storie per un momento di notorietà? se ha prove le usi, altrimenti, si sputi in faccia ogni giorno che Dio le manda su questa terra e se ripassa da Malindi chieda di me…. sicuramente sapranno indirizzarla.
Nico Colombo
Il 11 Settembre 2008 alle 8:42 mamasimba ha scritto:
Seguo con attenzione le risposte e gli interventi ad un articolo non solo ignominoso ma inutile e diffamatorio.A questo punto la mia ingenua domanda è : come ha intenzione di comportarsi la direzione del giornale? Sarà mai ipotizzabile una smentita a caratteri cubitali? Ci sarà mai l’opportunità di riportare la verità?… lo so, mamasimba è un’ingenua che crede ancora nell’etica e nelle favole!Egr.dott. Belpietro, cosa mi risponde?
Il 11 Settembre 2008 alle 9:22 baridi ha scritto:
Salve il mio Nick è Baridi, sono Italiano ed ho vissuto per 14 anni a Malindi.
Mi è capitato di leggere l’articolo su Panorama che ha scritto Senio Bonini, sono amareggiato e deluso a vedere quanta prostituzione sia presente ancora in quella meravigliosa terra, ritengo che lo sfruttamento dei minori sia deplorevole fatto da adulti consenzienti o da pseudo giornalisti, sento un’amarezza profonda che un giornale come Panorama si presti a questo giornalismo di basso livello pieno di menzogne, non capisco come Panorama, pur di vendere qualche copia in più usi dei fumettari per i suoi articoli; certo la pedofilia fa notizia e perche non sfruttarla? Così ha pensato il Bonini, il bello di tutto viene quando menziona il rapporto dell’Unicef che probabilmente era troppo lungo e in Inglese per poterlo leggere quindi con una fugace traduzione a intuito lo menziona come capo di prova ma non ha capito nulla perchè quel fatidico rapporto non ci mette in primo piano anzi matte Malindi all’ultimo posto, con questo non dico che non siano presenti i pedofili, purtroppo sono presenti ovunque a Roma Milano e così via anche nei più piccoli paesi della nostra terra.
A Malindi ci sono molte brave persone che lavorano seriamente oppure vivono la loro pensione li dove la vita non costa molto ed è sempre caldo, non per questo li dobbiamo mettere in un fascio di criminali viziosi, ripeto non escludo la presenza di di gente discutibile ma la maggioranza sono brave persone, perche questo signore di girnalissssta non si è rivolto a qualcuna di queste per svolgere la sua indagine, invece di servirsi di un ex giornalista che è stato ripudiato dal giornale per il quale scriveva per le sue menzogne, come interprete si è servito di un swahili che per qualche spicciolo le avrebbe tradotto tutto quello che voleva sentire, mi sembra semplice da capire il Bonino parla di corruzione, le famiglie vendono i bambini per 5 euro, la polizia li copre per 50 euro, quanto ha pagato all’interprete per farsi raccontare delle coglionerie?? Francamente se a me viene un fesso mi da del denaro io posso anche accontentarlo raccontandogli quello che le fa comodo sentire, con questo non voglio dare del fesso al Bonino, lo lascio giudicare dai lettori.
Mi sono prolungato troppo in polemiche francamente a vedere la prostituzione e la poca professionalità di questo individuo mi viene da chiedermi dove sono, forse non sono mai rientrato nella nostra bella Italia.
kwa herini rafiki
Il 11 Settembre 2008 alle 17:33 umbertovr ha scritto:
Il “solito” articolo vendi-copie di chi deve recuperare sulle quote-di-mercato senza badare alla qualità (di una volta..) beh visto che sono di verona vi consiglio, visto la linea editoriale, un bell’articolo sui veronesi razzisti a malindi. Tanto un altro ex eroinomane lo trovate… Vergogna!
Il 13 Settembre 2008 alle 18:26 Italiani, brava gente : TNP Templates ha scritto:
[...] Come italiano trovo mortificante leggere in un rapporto dell’UNICEF, realtivo agli abusi sui bambini in Kenya, un dato come questo. Dato confermato anche da un’inchiesta condotta da Senio Bonini per Panorama. [...]
Il 16 Settembre 2008 alle 13:44 pepe1963 ha scritto:
tutti questi signori che hanno scritto firmandosi con pseudonimi Africaneggianti, chi sono? Che fanno in Kenia, che interessi rappresentano loro? Sarei curioso di sapere se qualcuno lavora per i Tour operators che lavorano col Kenia.
Che i dati del rapporto dell’organizzazione internazionale risalgano a 2005 non vuol dire
che siano falsi. Siamo nel 2008, non nel 2050 e in tre anni dubito che il problema della prostituzione minorile sia stato debellato…
Un giovane giornalista (mi pare che Bonini sia un giornalista giovane) che ha avuto il coraggio di denunciare una situazione di degrado e di interessi illegali quali quelli descritti, anche se ne
fosse vera solo una decima parte, dimostra solo che nivece di andare a sfasciare treni e stadi, picchiare gente per strada, giocare ai videogames o buttare pietre dai ponti, qualche giovane italiano ha
ancora la voglia di rischiare e mettere a repentaglio vita e carriera per una buona causa.
Bravo questo Bonini.
Leonardo
Il 17 Settembre 2008 alle 15:43 Confermo tutto: ci sono italiani che comprano le bambine a Malindi » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Sono convinto che le offese, le calunnie, ma soprattutto le minacce anche fisiche che mi sono arrivate in seguito all’inchiesta sulla pedofilia a Malindi condotta da me per Panorama rappresentino più una conferma di quanto denunciato che una legittima confutazione. Detto questo, e premesso che non perderò il mio tempo a controbattere agli insulti che mi sono stati indirizzati, ci tengo a rispondere a quanto mi è stato mosso. Il reportage. Ci si spinge a sostenere che io non sia mai stato a Malindi. Per me parla il mio passaporto e le ricevute che ho con me. Per me parlano le centinaia di foto scattate da Simone Stefanelli, mio compagno di viaggio. Foto che ritraggono non una, ma decine di ragazzine, tra i 10 e i 14 anni, davanti a quei locali, o addirittura all’interno di quei locali, citati nel pezzo. Per me parlano le testimonianze di vita raccolte in strada, delle ragazzine e delle loro famiglie. Molti degli attacchi che ho subìto hanno messo in discussione le interviste con l’ambasciatore Pierandrea Magistrati e il giornalista Fred Olouch a Nairobi. Ebbene, stupito per questi attacchi improvvidi, in questi giorni ho provveduto a contattarli nuovamente ricevendo la conferma tanto dei nostri incontri quanto del tenore delle nostre conversazioni. Senza considerare le foto scattate nello stesso studio dell’ambasciatore. Per di più il collega del “Nation”, Fred Olouch, ha negato categoricamente di essere mai stato contattato di recente dal consolato italiano e dalle associazioni che fanno riferimento alla comunità italiana a Malindi, come riportato nelle lettere contro di me. Anche l’ufficiale di polizia Philip Opiyo, raggiunto telefonicamente, non ritratta quanto detto né tanto meno afferma di non avermi mai incontrato. Come confutare poi un dossier diffuso dalla più autorevole delle organizzazioni internazionali a tutela dell’infanzia, l’Unicef, che nero su bianco conferma quanto da me raccolto sul campo? Così come lo confermano altre due ong in prima linea da anni nella difesa dei bambini vittime di violenze sessuali, Ecpat e Unicef Italia. E lo stesso Giorgio Manzi, del Ris di Roma, interpellato sull’argomento, conferma il mio racconto. Certo, l’inchiesta può aver suscitato la rabbia dei residenti italiani a Malindi che onestamente vivono e lavorano in questa località da anni, ma non era assolutamente nei miei intenti infangare un’intera comunità, (e questo è dimostrato dalle espressioni che ho usato nel testo, come ad esempio “alcuni italiani ne approfittano”), bensì quello di denunciare una piaga che mina l’infanzia di centinaia di bambini. E poi, non dovrebbero essere gli onesti per primi a chiedere che si faccia pulizia dei pedofili? O quella realtà disturba chi vuol farsi spensieratamente i bagni nelle acque di Malindi senza guardare che cosa succede intorno? E chi vive di turismo, reagendo in questo modo, non dà l’impressione di preoccuparsi dei propri affari più che delle bambine sfruttate sessualmente? Considero dunque del tutto pretestuosa, se non strumentale, l’accusa di aver pubblicato “un’inchiesta vecchia di alcuni mesi” con il solo scopo di “danneggiare il turismo a Malindi”. Ho proposto la mia inchiesta a Panorama che per settimane mi ha chiesto verifiche e riscontri. Davvero si vuol far finta di credere che sia scorretto denunciare una tragedia come quella della pedofilia solo perché sono trascorsi alcuni mesi dalla raccolta dell’informazioni sul campo? Il rispetto e la dignità dei bambini non vanno in prescrizione. [...]
Il 24 Settembre 2008 alle 15:29 malindino ha scritto:
Avete letto l’articolo del Corriere della Sera del 22 settembre, riguardo all’italiano accusato di adescamento? Abbiamo qua la figlia e il cognato, la moglie sta impazzendo. Leggete che fine fanno in Kenya coloro che soltanto hanno un atteggiamento equivoco, come offrire caramelle a torso nudo a due bambini kenioti. Leggete un giornalista esperto d’Africa, non marchettaro e serio come Massimo Alberizzi, le sue ricerche e le interviste. Lui ha sollevato polveroni, in passato, anche su Malindi, ma nessuno l’hai mai trattato come Bonini e nessuno si sognerebbe di intentargli una causa. Perchè Alberizzi non racconta frottole. Magari porta acqua al suo mulino, denuncia cose spiacevoli. Ma vive l’Africa e conosce le situazioni. Chiedete a lui cosa pensa di un articolo come quello di Bonini. Spiace poi che un’inchiesta così meschina venga pubblicata da Panorama e che poi tanta gente si faccia un’opinione del genere. Bonini non ama l’Africa, non ama la povera gente (se ha nomi e cognomi, foto compromettenti, situazioni, ma perchè non le ha denunciate a Malindi, a Nairobi…il console vorrebbe tanto poter trovare quel famigerato Angelo di Roma, perchè Bonini non torna a Malindi e non ci porta da Evelyn, così grazie alla sua denuncia possiamo buttare fuori dal Kenya Angelo e quelli come lui?
SEMPLICEMENTE PERCHE’ EVELYN NON ESISTE e lui non ha prove di nessun tipo, se non il famoso rapporto Unicef, che l’Unicef stesso, invitato a Malindi,non ha mai saputo spiegare alla comunità.
Fatti sentire, Bonini. Siamo a tua disposizione!
Il 28 Maggio 2009 alle 17:08 hcl ha scritto:
Non commento il testo del giornalista, in quanto non sono mai stato in Kenia, ma vorrei commentare il commento del 9 Settembre 2008 scritto da “malindino” che tra le altre cose scrive: “….e una cittadina stile Fortaleza o Phuket con i bimbi a prostituirsi in mezzo alla strada……Ma siete mai stati in Brasile o Thailandia?….”
Questo commento mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Difendere a spada tratta un luogo e gettare fango su un’altro non credo che sia corretto.
Abito stabilmente a Fortaleza, quindi in Brasile, da oltre 4 anni, conosco la zona turistica della Praia di Iracema, nota per il cosidetto “Turismo Sessuale”, ma mai ho visto ragazzine minorenni “lavorare” nella zona. La vigilanza, specialmente da parte dei proprietari dei locali pubblici è ferrea.
Dire che non esiste lo sfruttamento sessuale delle minorenne è comunque errato, ma si tratta di un commercio che si svolge lontano dai circuiti turistici classici, ed è indirizzato prevalentemente alla “clientela” locale.
E’ successo anche che turisti siano stati sorpresi con 16/17enni, ma sempre si è trattato di prostitute minorenni, con anni di professione alle spalle, e l’incontro generalmente era stato favorito da un’amicizia locale.
Ma dire che Fortaleza sia una città dove i turisti vengono a fare turismo sessuale con minorenni è una menzogna, uguale a quella raccontata dal “pseudo-giornalista” su Malindi.
Giancarlo Mostachetti
Fortaleza - Ceará
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http://www.mostachetti.net Il primo e il più completo sito, completamente in italiano, sullo stato brasiliano del Ceará. Per conoscere questa fantastica terra, senza uscire di casa.
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