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Lagos, la capitale commerciale della Nigeria. (Credits:Ansa)
Dopo essere stata corteggiata da Cina, India e Brasile, l’Africa finisce anche nel mirino di Teheran: il ministro degli Esteri iraniano, Manoucher Mottaki, ha annunciato per il 2008 un grande summit Iran-Africa, sulla falsariga di quello organizzato due anni fa a Pechino tra Cina e governi del continente nero. E per far vedere che fa sul serio, Teheran ha subito siglato un memorandum di cooperazione nucleare con la Nigeria.
L’accordo, raggiunto durante gli incontri della commissione irano-nigeriana tenutisi la scorsa settimana ad Abuja, prevede la cessione alla Nigeria di tecnologia nuclerare a uso civile per la produzione di elettricità, senza alcuna implicazione di carattere militare. Poco altro si sa di un accordo che potrebbe seriamente danneggiare i rapporti tra la Nigeria e gli Usa. Finora, Abuja e Washington sono stati due ottimi alleati e, nonostante i “no comment” degli ultimi giorni, alla Casa Bianca non vogliono vedere la Nigeria cadere tra le braccia di Teheran.
Per non dover dipendere dall’instabile Medio Oriente, gli Stati Uniti prevedono di importare, entro la fine del prossimo decennio, il 25 percento del proprio fabbisogno petrolifero dal golfo di Guinea. Un piano nel quale la Nigeria ricopre un ruolo fondamentale, essendo il primo esportatore di petrolio dell’Africa sub-sahariana e il settimo a livello mondiale. Per proteggere il “proprio” greggio, gli Usa hanno accettato di fornire mezzi e addestramento all’esercito nigeriano, impegnato nella lotta contro i ribelli del delta del Niger. “I rapporti internazionali sono come un gioco, in cui ogni stato soppesa i pro e i contro delle proprie scelte”, spiega a Panorama.it Osita Agbu, professore presso il Nigerian Institute of International Affairs. “Le relazioni con gli Usa sono sempre state ottime, ma ciò non significa che non possano diventarlo anche quelle con l’Iran”.
A chi gli rinfaccia di essere sceso a patti con uno “stato canaglia”, il governo risponde con i numeri: la Nigeria è in grado di produrre poco più di un sesto del proprio fabbisogno di energia elettrica, nonostante dal 1999 siano stati investiti nel settore più di dieci miliardi di dollari. Senza raffinerie per poter lavorare il petrolio, il Paese ha un disperato bisogno di elettricità per sviluppare il proprio settore industriale, finito in rovina come quello agricolo. “Siamo una nazione in crescita che ha bisogno di energia”, prosegue Agbu. “E se il know-how per produrla arriva dall’Iran, abbiamo il dovere di considerare realisticamente quest’opzione”. E visto che l’assistenza dei Paesi occidentali finora si è limitata alle parole, la Nigeria ha deciso di ascoltare le lusinghe di Teheran.
Non che finora l’Iran si sia comportato meglio, secondo quanto riferito da Chike Anigbo, sottosegretario agli affari asiatici del governo nigeriano: gli accordi raggiunti nelle precedenti sessioni della commissione congiunta non sarebbero stati rispettati e la cosa fa pensare che, anche stavolta, l’impegno iraniano potrebbe limitarsi alle parole. “Finora le relazioni tra i due Paesi sono stati cordiali, non certo eccelse”, conclude Agbu. “Ma chissà, questa potrebbe essere l’occasione buona per trasformarle in qualcosa di concreto”. Con tutti i rischi che una tale cooperazione comporta: se le installazioni nucleari iraniane dovessero essere colpite dagli Stati Uniti o da Israele, la Nigeria di ritroverebbe con un pugno di mosche. E di nuovo al buio.
- Lunedì 8 Settembre 2008

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