
Un cambio al vertice del comando americano a Baghdad all’insegna della continuità quello tra David Petraeus e Ray Odierno. Quest’ultimo infatti è stato il vice di Petraeus in questi ultimi anni guidando il Corpo Multinazionale, cioè le forze alleate dispiegate in territorio iracheno.
Come Petraeus anche Odierno conosce alla perfezione il teatro operativo iracheno nel quale è entrato nel 2003 alla testa della Quarta divisione di fanteria. Cambierà prevedibilmente poco quindi nella strategia utilizzata dalle forze americane che ha permesso in questi mesi di liberare dai terroristi di Al Qaeda molte province irachene e soprattutto quella di Al Anbar (dove sono morti oltre la metà dei circa 4.100 caduti statunitensi) ceduta pochi giorni or sono al controllo delle forze di sicurezza irachene insieme a 11 delle 18 province del paese. I 136 mila militari americani ancora in Iraq continueranno ad essere impiegati secondo la “dottrina Petraeus” che prevede il presidio capillare del territorio tramite le Joint Security Stations, le piccole basi militari presidiate da forze congiunte iracheno-americane disseminate nei quartieri delle città e nei villaggi. Così come continuerà l’impiego delle milizie sunnite convinte a combattere Al Qaeda. Se si esclude il fenomeno terroristico, che continua a coinvolgere kamikaze reclutati anche tra donne e bambini, le aree ancora calde dell’Iraq sulle quali dovrà concentrare la sua attenzione il generale Odierno sono soprattutto quella intorno a Mosul, la provincia di Dyala e le aree di confine con l’Iran.
Come ha dichiarato il segretario alla Difesa, Robert Gates, giunto a Baghdad per la cerimonia di avvicendamento, “non c’è alcun dubbio che resteremo impegnati come lo siamo adesso, ma le aree in cui saremo seriamente impegnati continueranno a restringersi”. Petraeus continuerà comunque a vegliare sul consolidamento del successo conseguito, che lo stesso generale definisce comunque fragile e non ancora definitivo, poiché l’incarico alla testa del Central Command prevede la competenza su tutta l’area interessata alle operazioni contro i jhiadisti, dall’Africa Orientale al Medio Oriente, dall’Iraq all’Afghanistan.
La nomina di Petraeus ha del resto molto a che fare con la vittoria in Iraq che Washington vorrebbe vedere allargata anche al conflitto afgano, sempre più sanguinoso e lontano da una soluzione. Alla vigilia dell’assunzione del nuovo incarico Petraeus ha sottolineato in un’intervista all’Associated Press come l’esperienza irachena insegni che per affrontare la crescente violenza in Afghanistan sono necessari anche progressi economici e politici oltre a un maggiore impegno militare. In realtà Washington punta da tempo a replicare in Afghanistan il modello risultato vincente in Iraq come dimostrano i numerosi presidi congiunti tra forze afgane e alleate (anche italiane) sorti negli ultimi mesi anche nel cuore di aree controllate dai talebani.
Quello che manca in Afghanistan è il “surge”, cioè il rapido incremento di forze che è stato alla base del successo in Iraq. A fronte dei 160.000 americani, 20.000 alleati e 200.000 soldati iracheni dislocati in Iraq, in Afghanistan sono disponibili non più di 70.000 militari alleati (per metà americani) e altrettanti dell‘Afgan National Army mentre molti contingenti europei non sono impiegabili in combattimento per le limitazioni poste dai rispettivi governi. I pochi rinforzi promessi dagli europei non cambieranno molto la situazione e gli USA non riusciranno a inviare altre truppe prima del 2009 proporzionalmente con il progressivo disimpegno dall’Iraq. Grazie agli istruttori alleati Kabul dovrebbe raddoppiare il numero dei soldati entro i prossimi quattro anni. Giusto il tempo che Petraeus trascorrerà alla guida del Central Command
con il duplice impegnativo obiettivo di consolidare la vittoria in Iraq e conseguirla in Afghanistan.
- Martedì 16 Settembre 2008

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