
Il terrorismo islamico è tornato per bussare alle porte della campagna elettorale americana. Un attentato come quello che colpito l’ambasciata americana in Yemen non veniva realizzato da tempo e dimostra come gli Stati Uniti siano ancora nel mirino del network del terrore. Rivendicato da un gruppo integralista che si definisce Jihad islamica nello Yemen, l’attacco - una battaglia, secondo le prime ricostruzioni, attuato con un’autobomba e con razzi - ha provocato una ventina di morti, tra cui sei assalitori, sei soldati yemeniti che difendevano la sede diplomatica, e quattro civili.
L’attentato sarebbe stato annunciato nei giorni scorsi sui siti fondamentalisti e conferma quanto la minaccia fondamentalista sia ancora grave, soprattutto in quel paese della penisola arabica. Lo dice a Panorana.it Jean Charles Brisard, esperto di terrorismo internazionale, autore di un famoso libro su Al Qaeda, “La verità negata”, e in seguito, capo del pool di investigatori reclutato dalle associazioni dei famigliari e delle vittime dell’11 settembre per fare piena luce sulle responsabilità dell’attacco alle Torri Gemelle.
“L’attentato a Sanaa dimostra che lo Yemen rimane una roccaforte del terrorismo islamico. Già in passato, gli Usa avevano subito attacchi in quel paese. Nel 2000, 17 marinai americani vennero uccisi quando la loro nave, la Uss Cole, venne colpita mentre si trovava nel porto di Aden. Dopo l’11 settembre, dopo la scoperta che molti componenti del commando guidato da Mohamed Atta (il capo del commando dell’11 settembre, ndr) provenivano proprio dallo Yemen, la Casa Bianca ha focalizzato la sua attenzione sulle cellule locali di Al Qaeda. Ha fatto pressioni sul governo di Sanaa affinché moltiplicasse gli sforzi contro i terroristi. Molti capi dell’organizzazione sono stati uccisi con operazioni coperte della Cia, utilizzando i droni carichi di esplosivo. Insomma, lo Yemen è diventato uno dei teatri più importanti della War on Terror, la guerra lanciata dal presidente George W. Bush. Ma, l’attentato contro l’ambasciata Usa conferma come, in questo caso, gli sforzi fatti non siano stati sufficienti”.
Già , perché, racconta Jean Charles Brissard, negli ultimi tre anni le autorità yemenite hanno compiuto decine e decine di arresti di militanti che erano coinvolti nell’assalto alla Uss Cole e nell’attentato all’ambasciata statunitense a Nairobi nel 1998. Gli inquirenti pensavano di avere tagliato la testa dell’Idra. Ma la battaglia di Sanaa ha fatto comprendere che il network è stato ricostruito. Se lì e vivo e vegeto, spiega l’esperto francese, in altre zone del pianeta, la salute di Al Qaeda non è certo delle migliori. Ormai, la base, la roccaforte è nella zona al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, anche se alcuni gruppi sono presenti in Africa. “Tutti queste cellule continuano a ricevere finanziamenti” denuncia Brisard. “Certo, meno che in passato, ma il fiume di soldi scorre ancora, attraverso gli stessi canali: e cioè, le organizzazioni caritatevoli e i singoli, ricchi o benestanti sceicchi che gravitano attorno al mondo del fondamentalismo islamico. E che ne hanno sposato la causa.
In passato, le mie denunce, anche con un rapporto consegnato all’Onu, sono state molto circostanziate. Ora - racconta ancora l’analista parigino - esiste un fenomeno nuovo rispetto a questo tema: nelle zone tribali a cavallo tra Afghanistan e Pakistan, la raccolta di fondi è praticamente libera… si va di casa in casa, di istituzione in istituzione liberamente”.
Ma, l’attentato in Yemen è solo una fiammata o è inizio di una nuova stagione di bombe e attacchi, magari contro obiettivi statunitensi per influenzare la campagna elettorale americana? A questa domanda, Jean Charles Brisard, risponde con prudenza. Le bombe di Sanaa sembrano far parte di una strategia locale e non di una più ampia offensiva contro l’Occidente. “Anche in Europa il pericolo sembra essere inferiore. Ci sono molti europei musulmani di seconda o terza generazione che partono per combattere in Pakistan perchè le cellule da cui provengono non sono in grado di creare seri pericoli nel Vecchio Continente”. Ma questo panorama non impedisce di pensare che i prossimi mesi non vedranno altre bombe firmate Al Qaeda.
- Mercoledì 17 Settembre 2008


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