- Tags: Abi, Argentina, Cristina-Kirchner, Italia, Nicola-Stock, Tango-Bond
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Dopo circa tre anni di silenzio in Italia si torna a parlare delle obbligazioni argentine in mano ancora oggi a 195 mila investitori italiani che nel 2005 non aderirono al cosiddetto concambio proposto dal governo di Néstor Kirchner. Un argomento spinoso, quello dei cosiddetti “tango bond”, che è tornato alla ribalta dopo che la presidenta argentina Cristina Fernandez de Kirchner nei giorni scorsi è intervenuta nella prestigiosa sede che ospita il Nasdaq a New York.
L’annuncio della Kirchner al Nasdaq
“Abbiamo ricevuto con molto ottimismo e con molta allegria la presentazione di tre importantissime banche che ci hanno fatto una proposta in nome di quegli obbligazionisti rimasti tagliati fuori nel 2005”, ha annunciato Cristina al Nasdaq, aggiungendo che questa “proposta è davvero molto più favorevole per l’Argentina rispetto a quella di tre anni fa”. Nessuna delle banche citate dalla Kirchner è italiana, trattandosi di Deutsche Bank, Barclays Bank e Citigroup. Secondo indiscrezioni della stampa argentina, la proposta al governo argentino trarrebbe origine da un preaccordo di circa 25 hedge funds con i tre istituti sopramenzionati. Tra tre settimane il Parlamento di Buenos Aires si esprimerà sulla riapertura del concambio e, in caso di accettazione, saranno rinegoziate le obbligazioni controllate da Deutsche, Barclays e Citigroup tramite gli hedge fund per un valore di circa 10 miliardi di dollari. Se quanto riportato dalla stampa argentina corrisponde a verità e se il Parlamento argentino darà l’ok, il livello dei tango bond in default scenderebbe sotto il 10% del totale contro il 24% attuale. Un buon successo per la Kirchner, che vorrebbe reinserire il suo paese nel “salotto buono” della finanza internazionale, nonostante i dubbi espressi su molti suoi fondamentali, a cominciare dall’inflazione.
Ma molti sono anche i dubbi, soprattutto sul versante italiano, espressi da Nicola Stock, presidente della TFA (Task Force Argentina), l’organismo designato dall’Abi che tutela i 195mila risparmiatori italiani che non hanno aderito all’offerta del 2005. “La proposta di ristrutturazione del debito argentino elaborata da alcune banche d’affari internazionali e presentata al Governo di Buenos Aires sembra peggiorativa rispetto ai termini dell’offerta di scambio del 2005, quindi difficilmente accettabile da parte degli obbligazionisti retail italiani”, ha detto Stock tramite un comunicato.
Per la Tfa tale proposta di ristrutturazione soddisfa l’obiettivo di un vantaggioso recupero degli investimenti solo per gli hedge funds internazionali e non per i piccoli obbligazionisti che a suo tempo hanno finanziato l’Argentina pagando 100 ciò che oggi, a sette anni dal default, verrebbe ristrutturato a 34 con scadenze oltre i 25 anni. “Andremo avanti con il ricorso arbitrale internazionale all’Icsid nei confronti dell’Argentina con l’obiettivo del recupero integrale del capitale e degli interessi”, ha proseguito Stock ricordando che “la Tfa ha sempre espresso la propria disponibilità ad un dialogo costruttivo mai avviato da Buenos Aires”.
Sulla falsariga di Stock anche la American Task Force Argentina (ATFA), entità che rappresenta pensionati, contribuenti e investitori statunitensi che nei tango bond hanno investito circa 3 miliardi di dollari e che pochi giorni fa ha pubblicato un annuncio di una pagina sul prestigioso Wall Street Journal dal titolo significativo: “Agisci con serietà, paga i tuoi debiti”.
Inquietudine, secondo il quotidiano El Clarin, sarebbe stata espressa anche dal governo italiano perché nessuna banca italiana è stata coinvolta nell’offerta, anche se l’equipe del ministro degli Esteri Franco Frattini avrebbe accolto positivamente il fatto che l’Argentina abbia riaperto la questione, considerata sino a qualche mese fa “morta e sepolta” dalla Casa Rosada.
- Lunedì 29 Settembre 2008
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Commenti
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Il 29 Settembre 2008 alle 19:54 L’Argentina riapre sui tango bond? ha scritto:
[...] Aggiornamento: l’incontro con il premier non c’è stato - Berlusconi non è andato a New York per seguire da vicino l’evolversi della crisi Alitalia. Inoltre le reazioni di chi rappresenta i risparmiatori italiani (e statunitensi) è stata fredda, come si può leggere in questo mio articolo pubblicato su Panorama.it [...]
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