Archivio di Ottobre, 2008
“Quando ho incontrato Barack Obama gli ho parlato da giovane a giovane” dice sorridendo l’anziano Nobel per la pace Shimon Peres. Il presidente israeliano, 85 anni, ha appena sciolto la Knesset chiamando il paese a nuove elezioni, ma è convinto che questo non fermerà il processo di pace e che l’America può fare molto. “Gli ho consigliato di ignorare chiunque gli dica che ai giovani appartiene il futuro perché a loro appartiene il presente e non bisogna sprecarlo”.
Barack Obama sarà eletto?
Ha buone possibilità, perché l’America oggi è diversa. Lui rappresenta il cambiamento, ma poi deve introdurlo davvero, altrimenti sarà il paese a perdere.
Se invece vince John McCain?
Le differenze soprattutto sulla politica estera sono minime. Sull’Iraq, per esempio, è una questione di tempi. I repubblicani non dicono “dobbiamo restare per sempre» e i democratici non affermano «dobbiamo andarcene domani”.
Sull’Iran, però, le posizioni sono diverse.
Ciò che in campagna elettorale appare come una tragedia dopo le elezioni viene molto ridimensionato
Pensa che si arriverà alla guerra contro Teheran?
Non credo, finché esistono altre possibilità. L’Iran è la minaccia più grossa alla pace, dice di non volere la bomba ma spende soldi nel comprare missili a lungo raggio. Che dobbiamo riuscire a neutralizzare. Se siamo arrivati a questo punto, però, è stato soltanto a causa delle divisioni dell’Occidente. È necessario rifondare la politica atlantica. Non bisogna neppure dimenticare che a volere l’atomica sono pochi radicali, che non hanno il supporto del popolo, stanco e impoverito. Il calo del prezzo del petrolio, poi, contribuirà a frenare le loro ambizioni. A un certo punto dovranno decidere se mandare i loro bambini a scuola o arricchire l’uranio.
Crede che la pace in Medio Oriente sia vicina?
Come mai lo è stata negli ultimi 100 anni. A lungo gli arabi hanno detto no all’esistenza di Israele, no ai negoziati, no alla pace. Ma l’iniziativa dell’Arabia Saudita (ritiro dai territori occupati nel 1967 contro riconoscimento dello stato ebraico, ndr), il conflitto tra sunniti e sciiti e il fatto che gli arabi non hanno intenzione di sottostare al ricatto nucleare dell’Iran rendono possibile raggiungere un accordo. Un’occasione che non possiamo perdere. I problemi ci sono ancora: la Siria ci chiede di lasciare il Golan, ma continua a sostenere Hezbollah in Libano attraverso l’Iran. Devono scegliere: o Iran o pace. Vogliono coinvolgere gli Usa nella trattativa, ma aspettano il nuovo presidente.
La crisi economica può essere un freno agli accordi?
La pace è una questione economica. E l’economia è molto più importante della diplomazia nella soluzione dei conflitti. Molte guerre si combattono a causa della terra, ma con i progressi in campo agricolo, medico e tecnologico è cieco continuare queste battaglie. Ai nostri bambini non dovremmo più insegnare la storia: così si evita che vengano ripetuti gli errori del passato. La capacità e la forza degli Stati Uniti, anche in un momento di crisi come questo, è proprio quella di saper guardare e accettare il domani. E in futuro sempre più l’economia rimpiazzerà la diplomazia. I governi sono a favore della pace, ma non sono mai disposti a sopportarne i costi, che vanno al di là della creazione di un sistema di sicurezza. Per questo credo che la pace andrebbe affidata ad aziende private, pronte ad assumersi rischi e spese. Chissà, forse il prossimo presidente americano lo farà.

Extraterrestri in una puntata de “I Simpson”.
Nessuno pensi a omini verdi né a dischi volanti. “I’m an alien, I’m a legal alien, I’m an englishman in New York”. Un alieno “legale”. Così cantava Sting, in quanto “inglese a New York”. E così sono chiamati tutti gli immigrati negli Stati Uniti d’America. “Aliens”. Legali o no, che si tratti di professori universitari provvisti di green card o di clandestini entrati dal Messico. Si stima siano circa 29 milioni di persone in tutti gli Usa. Più o meno il 10 per cento della popolazione. E anche loro sono certo interessati a come andrà a finire, tra una settimana, la sfida tra Obama e Mc Cain. Non avranno voce in capitolo: solo i cittadini americani possono votare. Ma uno studio di design ha pensato anche a loro: il Cuban Council (niente a che fare con l’Isola di Fidel) ha creato il sito alienvote.org, in cui gli immigrati residenti negli states possono esprimere la loro preferenza. “Gli “alieni” sono tanti quanto gli abitanti di New York e del New Jersey” spiegano gli autori nelle motivazioni, “possiedono case e beni, pagano le tasse, sostengono l’economia e vanno nelle scuole pubbliche. Vogliamo vedere se questa minoranza silenziosa sarebbe in grado di influenzare l’esito delle elezioni”. I risultati del sondaggio saranno resi noti solo dopo il 4 novembre. Ma per i blogger conservatori non c’è dubbio su chi sia il preferito degli “alieni”: “Con Osama Obama diventeranno tutti cittadini americani, è chiaro che votano per lui” scrive questo utente del forum del social network Omgili . E c’è chi teme le “infiltrazioni” degli immigrati nelle urne: “Terry Johnson, sceriffo della North Carolina, ha dichiarato che il sistema dello Stato è pieno di falle: basta una licenza di guida per registrarsi alle liste elettorali, non ci sono abbastanza controlli” scrive la rivista mensile “American Renaissance“. Un paradosso, per un Paese che, dai Padri Pellegrini del Mayflower in poi, ha sempre visto arrivare gli “alieni” di tutta la terra.
Intanto la campagna elettorale si fa sempre più serrata, ma per qualcuno c’è già un vincitore. A 60 anni dalla clamorosa gaffe del ‘Chicago Tribune’ che annunciò a titoli cubitali la sconfitta del democratico Harry Truman ad opera del repubblicano Thomas Dewey, un quindicinale del New Mexico è uscito con la notizia dell’elezione del senatore dell’Illinois. “Obama vince”, ha scritto il “New Mexico Sun News” che ha mandato in edicola l’edizione del 26 ottobre-8 novembre, successiva all’election day del 4 novembre. La rivista ha spiegato le ragioni della scelta scherzandoci sopra: “Tutti vogliono essere i primi a dare la notizia del vincitore dell’elezione presidenziale. Il New Mexico Sun News oggi si attribuisce lo scoop”. Il candidato democratico, invece, fa gli scongiuri e spera di non fare la fine di Dewey.

Dopo giorni di pesanti combattimenti che hanno messo in ginocchio la regione occidentale del Kivu, provocando decine di migliaia di profughi e un numero imprecisato di vittime, Laurent Nkunda, capo del principale gruppo ribelle del Congo, ha stretto d’assedio la città di Goma, al confine con il Ruanda. A presidiare la città sono rimasti i soldati dell’esercito, ormai in rotta in quasi tutta la regione, e qualche centinaio di caschi blu della Monuc, la missione Onu nel Paese. Per conoscere nel dettaglio la situazione, Panorama.it ha intervistato Bertrand Bizimwa, portavoce del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo, il movimento guidato da Nkunda.
Signor Bizimwa, qual è attualmente la situazione attorno alla città di Goma?
Dal punto di vista militare, al momento è molto tranquilla. I combattimenti sono cessati dopo che abbiamo annunciato una tregua unilaterale, in vigore da oggi. Abbiamo comunque registrato movimenti di truppe da parte dell’esercito congolese sull’asse Goma – Kibumba (un centro abituato situato a circa 30 km a nord di Goma, ai margini del Parco Nazionale di Virunga, ndr).
E per quanto riguarda gli abitanti?
Siamo estremamente preoccupati per le condizioni della popolazione civile, per questo abbiamo annunciato l’apertura di un corridoio umanitario, che permetterà l’arrivo degli aiuti in città attraversando le nostre linee che circondano Goma.
Ci sono ancora civili che stanno tentando di abbandonare la città?
Sì, nonostante la tregua. Siamo molto preoccupati, perché abbiamo avuto notizie di saccheggi e violenze all’interno della città, e di massacri compiuti da parte delle forze governative. Massacri che starebbero continuando ancora adesso.
Siete in contatto con i contingenti della missione Onu in città?
No, anche perché i nostri uomini sono stanziati fuori da Goma. Ma abbiamo comunicato alla Monuc le nostre decisioni riguardanti sia il cessate – il – fuoco che l’apertura del corridoio umanitario.
Siete sempre disponibili a riaprire le trattative con il governo?
Noi siamo sempre stati disponibili a nuove negoziazioni. Ma sembra che dall’altra parte non ci sia la volontà politica. Oggi, il ministro dell’Informazione congolese ha reso noto che l’esercito non riconoscerà la tregua unilaterale che abbiamo proclamato. Piuttosto che aprire la porta al dialogo, l’impressione è che il governo voglia chiuderla.
Se il dialogo dovesse fallire, il generale Nkunda ha intenzione di attaccare la città nei prossimi giorni?
Non conosco le intenzioni del generale a proposito. E penso che non le conosca nessuno, a parte Nkunda stesso.
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Amorozi, Imam Samudra e Ali Ghufron, alias Mukhlas, sono da tempo nomi noti, in Indonesia e nel mondo, ma solo da questa settimana la comunità indonesiana ha ricominciato a sperare che la loro condanna a morte possa essere finalmente eseguita.
I tre sono infatti gli estremisti legati al gruppo Jemaah Islamiah responsabili dell’attentato contro due nightclub dell’isola di Bali che provocò la morte di 202 persone e il ferimento di altre 300, tra turisti e personale locale, nella notte del 12 ottobre 2002. Da allora di attentati a Bali ce ne sono stati altri: nel 2003 all’hotel Marriot di Jakarta morirono 14 persone, mentre altre 21 persero la vita il primo ottobre 2005, sempre a Bali e nelle località di Jimbaran e Kuta.
Se nel caso degli attentati più recenti i kamikaze sono morti sul colpo durante l’esplosione, nel 2002 i responsabili sono stati arrestati, processati e condannati a morte nel 2003. Da allora, l’esecuzione è stata di volta in volta rinviata per le continue impugnazioni della sentenza portate avanti dalla difesa e per considerazioni di tipo religioso. Il governo teme infatti una recrudescenza della retorica anti-occidentale che potrebbe sfociare in una ripresa delle attività terroristiche nel Paese. Preoccupazioni giustificate da un lato dal fatto che i gruppi islamici radicali si siano già organizzati per radunarsi a centinaia intorno al luogo dell’esecuzione per mostrare il proprio dissenso e per occuparsi poi della sepoltura delle salme. Dall’altro, dal fatto che nessuno dei tre attentatori si sia mai dichiarato pentito per i fatti del 2002. Anzi, Amrozi, nel corso di un’intervista rilasciata alla CNN ai primi di ottobre, ha assicurato che Bali verrà colpita di nuovo, suggerendo ai turisti occidentali di non tornarvi mai più.
In un clima particolarmente teso, questa settimana Jasman Panjaitan, portavoce del procuratore generale Hendarman Supandji, ha annunciato, seppure in maniera vaga, la data e il luogo in cui verrà eseguita la sentenza: i primi di novembre nei pressi della prigione Nusakambangan, dove i tre terroristi sono attualmente rinchiusi. Nel frattempo, i controlli nelle aree dell’arcipelago in cui si trovano i paesi natali degli attentatori sono stati moltiplicati e tutte le forze dell’ordine sono in stato d’allerta. Gli indonesiani, invece, sperano solo che la sentenza sia eseguita al più presto e senza intoppi.
D’ora in poi la moglie avrà il diritto di picchiare il marito per difendersi. Due esponenti religiosi di fama mondiale e il più antico istituto accademico del mondo islamico, hanno deciso nei giorni scorsi di prendere una posizione per tutelare la donna all’interno della sua famiglia, spesso luogo di discussioni, litigi, e a volte violenze.
Il 35% delle donne egiziane, secondo Amnesty International, muore ogni anno a causa della violenza domestica. Sono forse questi numeri drammatici ad aver spinto l’istituto islamico ad intervenire.
“Tutti gli esseri umani sono uguali davanti a Dio” dice al quotidiano egiziano Al-Masry El-Youm Sheikh Abdel-Hamid Al-Atrash, una delle massime autorità sunnite e presidente della commissione delle Fatwa (sentenze religiose) dell’università Al Azhar del Cairo. Ogni individuo ha il diritto di difendersi, indipendentemente dal sesso a cui appartiene.
Si spinge oltre l’esponente religioso saudita Abdel-Mohsen Al-Abyakan, secondo il quale la moglie dovrebbe ricorrere allo ‘stesso tipo di violenza’ che suo marito ha utilizzato contro di lei. Anche l’omicidio, ultima delle possibilità, può essere legittimo.
Per l’intellettuale turco Fethullah Gülen,
che da anni promuove i principi islamici moderati, la donna dovrebbe imparare le arti marziali e rispondere alla violenza domestica con due colpi per ciascuno ricevuto. Lo studioso, in un’intervista rilasciata al Today’s Zaman, consiglia alle donne sposate senza figli di lottare per ottenere il divorzio.
Su questo tema interviene anche l’Unione Europea, che, in cooperazione con l’Organizzazione non governativa Media Arts for Development, ha lanciato la scorsa estate una serie tv per suggerire valori e far riflettere le donne egiziane su discriminazione, diritti, violenza domestica e pari opportunità. Si tratta del telefilm Coiffeur Ashwaq, una commedia ambientata nella sala d’aspetto di un salone di bellezza, transito per decine di donne e di storie diverse.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato, dopo una riunione d’emergenza, l’offensiva dei ribelli nell’Est della repubblica democratica del Congo che, dopo aver minacciato di prendere la capitale provinciale Goma, hanno dichiarato un cessate-il-fuoco. I Quindici hanno approvato all’unanimità una dichiarazione che, oltre a condannare la marcia verso Goma, “prende atto dell’annuncio di Laurent Nkunda (il capo dei ribelli) di un immediato cessate il fuoco”, sottolineando che qualunque attacco contro la popolazione civile è “totalmente inaccettabile”. La dichiarazione, letta dal presidente di turno dei Quindici, l’ambasciatore cinese Zhang Yesui, chiede inoltre al governo congolese di “assicurarsi che non ci sia alcuna cooperazione tra l’esercito regolare e la Fdlr”, i ribelli Hutu che spesso si sono scontrati con i gruppi armati tutsi capeggiati da Nkunda.
Il Nord Kivu, regione orientale della Repubblica del Congo al confine con il Ruanda, rischia una “crisi umanitaria di dimensioni catastrofiche”, come ha avvertito il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon.
Gli uomini del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), guidato dall’ex generale di etnia Tutsi, Laurent Nkuda, nei giorni scorsi si sono spinti alle porte di Goma, centro di collegamento della regione, e hanno costretto i militari, con cui si scontrano da domenica, a ritirarsi a sud, verso Bukavu. Il quartier generale dei ‘caschi blu’ della missione Onu (Monuc) lunedì era stato preso d’assalto dai residenti che, in decine di migliaia, hanno abbandonato le loro abitazioni. Dopo aver annunciato l’assalto a Goma, gli uomini di Nkuda hanno poi fatto dietrofront e dichiarato un “cessate-il-fuoco unilaterale” per “non gettare nel panico la popolazione di Goma”.
Ma la situazione nella regione al confine col Ruanda è comunque drammatica. Secondo l’Agenzia per i rifugiati della Nazioni Unite (Unhcr), il ritiro dell’esercito ha creato panico nella popolazione locale: dal vicino campo profughi di Kibati sono fuggite 45.000 persone, mentre altre 20.000 avevano lasciato nei giorni scorsi i villaggi più a nord. Una missionaria spagnola di 64 anni ha perso entrambe le gambe nell’esplosione di una bomba a Rutshuru. Ora si temono ulteriori violenze che potrebbero avere “conseguenze atroci su base regionale”, come ha commentato Ban Ki-moon. Il riferimento è al vicino Ruanda e al genocidio del 1994 tra Hutu e Tutsi, legato con doppio filo agli scontri esplosi nel nord est della Repubblica democratica del Congo.
Kigali ha accusato l’esercito congolese di aver sparato in zone lungo il confine, mentre le truppe di Kinshasa sostengono di essere state attaccate da spari provenienti dal territorio ruandese. Dagli Stati Uniti, il vice segretario di Stato per gli Affari africani, Jendayi Frazer, prima di partire per Kinshasa, aveva avvertito che Washington “non ha prove che il Ruanda stia combattendo in Congo, ma crede che il territorio ruandese sia usato per fornire sostegno al Cndp”. La Francia, presidente di turno dell’Unione europea, ha fatto sapere per bocca del suo ministro degli esteri Bernard Kouchner che i Ventisette stanno valutando l’ipotesi di inviare un piccolo contingente (400-1.500) in sostegno alla Monuc. Immediata è arrivata però la smentita dall’ufficio dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Javier Solana: “Nessun intervento di natura militare dell’Ue è stato discusso finora”, ha precisato la portavoce, Cristina Gallach.
L’obiettivo principale del ministero della Salute indiano è da anni quello di scoraggiare i fumatori nel paese. Un obiettivo difficile da raggiungere, soprattutto considerando il fatto che in India le nuove normative vengono spesso vissute come semplici suggerimenti.
Dopo aver analizzato i risultati allarmanti delle ultime ricerche, il governo indiano ha introdotto il 2 ottobre scorso il divieto di fumo nei luoghi pubblici: ristoranti, discoteche, alberghi, centri commerciali, aeroporti, stazioni ferroviarie, biblioteche, fermate dei mezzi e parchi.
L’India ha scelto di colpire i suoi 120 milioni di fumatori, metà dei quali di età inferiore ai 30 anni. Chi non rispetterà il nuovo divieto dovrà pagare una multa di 200 rupie (poco più di 4 dollari americani).
In queste ultime settimane sono stati tanti i fumatori accaniti che hanno dovuto pagare. All’entrata principale della stazione ferroviaria di New Delhi è stato appeso di recente un nuovo cartello blu con una scritta bianca: “Smoking and spiting are strictly prohibited in station area”. Nonostante la scritta sia grande e ben visibile, i funzionari incaricati di effettuare un controllo hanno sorpreso moltissime persone con una sigaretta nascosta tra le dita e sono stati costretti a multarli.
Un video della BBC girato qualche giorno lo testimonia.
Secondo uno studio condotto dal New England Journal of Medicine, ogni anno in India 900,000 persone muoiono a causa del fumo (anche quello passivo) e si teme che entro il 2010 questo dato salirà ad un milione. In media chi fuma bidi - le sigarette più comuni ed economiche del paese - perde dai 6 agli 8 anni di vita, a seconda che si tratti di un uomo o di una donna.
Dopo Cina e Stati Uniti, l’India è il terzo produttore e consumatore di tabacco al mondo. Le spese sostenute dal sistema sanitario per le malattie legate al fumo superano però il giro d’affari generato dall’industria del tabacco.
Far rispettare questo nuova regola, così poco gradita per molti, non sarà certo facile. Le leggi adottate contro il fumo negli anni passati non sono mai state rispettate. Gli stati Bihar e Maharashtra hanno già annunciato che non avranno i mezzi economici adeguati per far osservare questo divieto.
Il Ministro della salute indiano, Anbumani Ramadoss, non ha però intenzione di mollare. Ha obbligato gli attori di Bollywood ad eliminare tutte le scene in cui si vedono sigarette o fumatori in procinto di accendersene una. Prendendo l’esempio della Thailandia, della Gran Bretagna e del Sud Africa, il Ministro ha avviato una massiccia campagna anti-fumo attraverso televisione, radio e quotidiani. Le abitazioni private non sono state incluse nel provvedimento e potrebbero diventare il rifugio ideale per continuare a fumare rispettando la legge.
Quella delle prigioni segrete è una questione che in tanti, a Pechino, fanno finta di ignorare. Si tratta di “rifugi” gestiti da agenti di polizia inviati nella capitale dai governi delle province per tenere sotto controllo quei cittadini che, insoddisfatti del sistema giuridico locale, intendano rivolgersi a Pechino per avere giustizia. L’ultimo caso ha visto come protagonisti Maxing Rong e Xu Zhiyong, rispettivamente una cittadina dell’Henan e un professore di diritto costituzionale di Pechino.
È dai tempi dell’imperatore che i cittadini cinesi identificano l’autorità della capitale come quella di ultima istanza, quella a cui si può chiedere giustizia tutte le volte che ci si sente vittime di un sopruso. In linea con la tradizione, Maxing Rong era arrivata a Pechino a fine settembre per rivendicare il proprio diritto a ricevere un risarcimento di 100.000 yuan (circa 10.000 Euro) così come previsto in una sentenza mai applicata che, otto anni prima, aveva condannato il pirata ubriaco che aveva investito e poi abbandonato sul ciglio della strada il figlio delle donna. Tuttavia, ancora prima di consegnare la propria petizione, Maxing Rong è stata arrestata dagli agenti provinciali presenti in città e portata in una prigione segreta per poi essere rispedita a casa, dove verrà processata con l’accusa di essersi recata a Pechino per mettere in cattiva luce l’operato del governo provinciale.
L’obiettivo delle prigioni segrete, infatti, è proprio quello di evitare che all’orecchio dei giudici della capitale arrivino voci relative a un cattivo funzionamento delle corti regionali e provinciali. Ma se i politici pechinesi fanno finta di non sentire, gli attivisti non mancano di denunciare i soprusi che si verificano in questi luoghi.
Xu Zhiyong è stato il primo a parlare delle prigioni segrete. Il costituzionalista pechinese ne avrebbe identificate quattro: l’Ostello della gioventù di Taiping street, quello di Fenglong e gli hotel Juyuan e Jingyuan. Non solo: Xu Zhiyong si sarebbe recato con un gruppo di amici presso una di queste prigioni per negoziare con le guardie il rilascio dei reclusi, raccontando sul suo blog che “la prima volta (il 21 settembre, ndr), quando sono andato a visitare una prigione, i due carcerieri mi hanno detto che le persone rinchiuse erano lì volontariamente. Ma quando ho provato a chiamare sul cellulare una donna che mi aveva contattato, è comparsa subito e si è gettata verso la finestra provando invano a uscire. I carcerieri mi hanno detto che mi sarei pentito di quello che avevo fatto”. Infatti, in occasione della seconda “visita”, il 13 ottobre, Xu Zhiyong è stato picchiato da un gruppo di poliziotti giunti sul posto a bordo di un’auto targata MG8790, che lo hanno sorpreso alle spalle e gli hanno ordinato di non farsi più vedere. La scena è stata ripresa da Zuola, amico di Xu Zhiyong cui era stato affidato il compito di restare di vedetta in un incrocio. “Sono rimasto nei pressi della prigione fino a che Xu Zhiyong non mi ha urlato di scappare, visto che alcuni agenti si stavano dirigendo anche verso di me”, ha raccontato sul suo blog.Reazione prevedibile. I carcerieri erano stati chiari: si tratta di un affare di Stato, e i civili dovrebbero starne fuori. Durante le Olimpiadi, ai cinesi era stato garantito, a parole, il diritto di manifestare e protestare. Poi, anche per evitare di affollare e allo stesso tempo pubblicizzare l’esistenza di queste prigioni, il diritto di petizione è stato cancellato e non più ripristinato, neppure nelle forme più blande.
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