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Nasce Africom: gli americani guardano al continente nero

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  • Tags: africa, Africom, George-Bush, Stati Uniti
  • 5 commenti

Violenze xenofobe in Sudafrica

Africom: l’intervista di Panorama al generale Ward

Dopo mesi di preparativi affannosi, il nuovo comando militare degli Stati Uniti per l’Africa è entrato ufficialmente in servizio a Stuttgart (Germania) il 1 ottobre 2008. Lo ha reso noto pochi giorni fa il Dipartimento di Stato americano per voce del vice ministro in carica per gli Affari africani, Theresa Whalen, che ha definito Africom “lo strumento più visibile degli Stati Uniti per promuovere le relazioni con l’Africa attraverso attività militari e altre iniziative in partenariato con diverse agenzie americane come Usaid e le istituzioni internazionali”.

Creato dall’amministrazione Bush nel febbraio 2007, Africom ha come obiettivo quello di sottoporre le attività di intelligence nel continente africano al controllo di un unico comando militare. Finora queste attività dipendevano da tre comandi americani regionali: Useucom (Europa), Uscentcom (Medioriente) e Uspacom (Pacifico). Secondo Mauro De Lorenzo, ricercatore presso la American Enterprise Institute, Africom pone fine alla confusione che regnava in ambito militare tra gli Stati Uniti e l’Africa.

“Nel passato” sostiene De Lorenzo in un’intervista rilasciata a Voice of America, i governi africani avevano ripetutamente espresso il loro malcontento riguardo la necessità di doversi rapportare a tre diversi comandi militari americani. Erano convinti che l’Africa meritasse maggiore attenzione, e quindi un comando ad hoc”. Ma quanta fatica. Negli ultimi mesi, membri del Pentagono e del Dipartimento della Difesa hanno perlustrato il continente intero ne tentativo di convincere un paese di ospitare la sede di Africom. Con l’eccezione della Liberia (paese di scarso interesse dal punto di vista geostrategico), i governi africani sollecitati hanno declinato le offerte di mirabolanti contratti militari e civili promessi da Washington giustificando il loro rifiuto con i rischi che comportava in termini di sicurezza la presenza di un comando militare Usa sul loro territorio. Non solo. Gli africani hanno sempre sospettato gli Stati Uniti di nascondere interessi ben diversi rispetto a quelli annunciati.

Di fatto, assieme alla presenza diffusa di terroristi islamici nel Sahel e nel Corno d’Africa, la crisi energetica e l’offensiva commerciale della Cina hanno convinto l’amministrazione Bush ad assegnare a Africom tre obiettivi: intensificare la lotta contro il terrorismo rafforzando il programma di assistenza militare transfrontaliera dell’Initiative Pan-Sahel e le attività della base navale Camp Lemonier a Djibuti (Corno d’Africa); difendere gli interessi geostrategici legati al petrolio (per svincolarsi dal Medioriente, Washington intende aumentare le importazioni di greggio africano dal 15 al 25% entro il 2015); infine, contrastare le vaste offensive commerciali lanciate in questi ultimi da Pechino e in misura minore da India, Brasile e paesi del Golfo persico sul continente africano.

Non a caso, a differenza degli altri centri di comando regionali, Africom sarà operativa sia sul piano militare che quello civile. A capo di 1.300 agenti e un budget di 50 milioni di dollari, il comandante di Africom, il generale William “Kip” Ward intende dotarsi di strutture leggere in grado di costituire una rete con le istituzioni civili presenti in Africa. Ma gli obiettivi annunciati dall’ufficiale nero più decorato dell’esercito americano non convincono tutti. Già nel marzo scorso, l’agenzia di informazione Irinnews aveva sottolineato come nel suo discorso di presentazione di Africom al Congresso Usa, Ward aveva riservato appena 15 secondi agli aspetti umanitari. I sospetti sarebbero addirittura approdati al Dipartimento di Stato americano, il quale rischia di vedere una parte dei suoi fondi destinati all’Africa dirottati a favore dei militari del Pentagono. Secca smentita di Ward alla Bbc: “Africom non ha nessuna un’agenda nascosta. Vogliamo soltanto consentire alle nazioni africani di rafforzare le loro capacità”.

  • joshua.massarenti
  • Mercoledì 1 Ottobre 2008
Il Senato approva il piano Paulson. Domani vota la Camera »
« Il piano salva Wall Street alla prova del Senato Usa

Commenti

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Il 1 Ottobre 2008 alle 21:00 ether.zooth ha scritto:

Gli USA dovrebbero pensare piu ai loro problemi, che interporsi alle forze delle Nazioni Unite , i vecchi caschi blu.
Il mondo si è stancato della loro prepotenza.
Il solo bilancio del Pentagono, supera la famosa finanziaria di 700 miliardi di dollari…………..
Non se ne può piu sentire queste notizie ALLUCINANTI.
Darfur, ecc……….:
Fatto qualcosa?
No.
Allora basta no?

Il 5 Ottobre 2008 alle 9:41 ether.zooth ha scritto:

Per andare piu a fondo:

http://www.counterpunch.org/ha.....02008.html

“Secondo uno studio 2007 dall’istituto universitario industriale delle forze armate, “l’Africa può fare per l’industria mercenaria durante i 20 anni futuri quello che l’Irak ha fatto durante i quattro anni scorsi, fornisce un motore di sviluppo significativo.„
Gli Stati Uniti hanno stabilito un commando militare per regione-Africom-ma nessuna nazione ha accosentito per ospitarla ancora.
Mentre i sospetti circa gli obiettivi degli Stati Uniti in Africa funzionata su, quei dubbi non non estendere apparentemente alle organizzazioni mercenarie basati negli Stati Uniti.
Mentre i paesi stanno tenendo Africom alla lunghezza del braccio, quei stessi paesi stanno abbracciando il Blackwater, DynCorp, Tryple Canopy e MPRI.”

Il 6 Ottobre 2008 alle 13:17 ether.zooth ha scritto:

http://www.mcclatchydc.com/wor.....53234.html

Il 8 Novembre 2008 alle 15:59 Le sfide di Obama l’africano » Panorama.it - Mondo ha scritto:

[...] Un altro successo messo a segno dal presidente uscente degli Stati Uniti è stato l’African growth and Opportunity Act (Agoa), la legge sulla crescita e le opportunità economiche promulgata da Clinton, ma rafforzata a dismisura da Bush per consentire al 98 per cento dei prodotti made in Africa di penetrare sul mercato statunitense senza dover subire le “ritorsioni” dei dazi doganali. Risultato: nel 2007 il valore delle esportazioni africane si è molteplicato per sei rispetto al 2001 fino a superare i 50 miliardi di dollari. Nella lista della spesa dei prodotti importati dall’Africa, il petrolio occupa il primo posto. Di fronte alle tensioni che continuano ad agitare il mondo arabo, gli americani hanno deciso di diversificare le loro fonti di approvvigionamento del greggio buttandosi a capofitto nelle operazioni di trivellamento del sottosuolo africano. Tra accordi e strette di mano con i vari Dos Santos (presidente dell’Angola) o Teodoro Obiang Nguema (Guinea Equatoriale), oggi il 20 per cento del petrolio consumato dai cittadini statunitensi proviene dall’Africa. “Garantire la sicurezza delle installazioni petrolifere” sottolinea Jeune Afrique, “è quindi diventato una priorità assoluta” del Pentagono, che ormai può contare sul primo centro di comando militare americano per l’Africa (Africom) inaugurato il 1 ottobre scorso per monitorare le attività di Al Qaida e di altri gruppi militari sovversivi sul continente africano. [...]

Il 9 Novembre 2008 alle 2:54 SuccedeOggi » Le sfide di Obama l’africano ha scritto:

[...] Un altro successo messo a segno dal presidente uscente degli Stati Uniti è stato l’African growth and Opportunity Act (Agoa), la legge sulla crescita e le opportunità economiche promulgata da Clinton, ma rafforzata a dismisura da Bush per consentire al 98 per cento dei prodotti made in Africa di penetrare sul mercato statunitense senza dover subire le “ritorsioni” dei dazi doganali. Risultato: nel 2007 il valore delle esportazioni africane si è molteplicato per sei rispetto al 2001 fino a superare i 50 miliardi di dollari. Nella lista della spesa dei prodotti importati dall’Africa, il petrolio occupa il primo posto. Di fronte alle tensioni che continuano ad agitare il mondo arabo, gli americani hanno deciso di diversificare le loro fonti di approvvigionamento del greggio buttandosi a capofitto nelle operazioni di trivellamento del sottosuolo africano. Tra accordi e strette di mano con i vari Dos Santos (presidente dell’Angola) o Teodoro Obiang Nguema (Guinea Equatoriale), oggi il 20 per cento del petrolio consumato dai cittadini statunitensi proviene dall’Africa. “Garantire la sicurezza delle installazioni petrolifere” sottolinea Jeune Afrique, “è quindi diventato una priorità assoluta” del Pentagono, che ormai può contare sul primo centro di comando militare americano per l’Africa (Africom) inaugurato il 1 ottobre scorso per monitorare le attività di Al Qaida e di altri gruppi militari sovversivi sul continente africano. [...]

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