Di Stella Pende
Prima notte. Uno, dieci, trenta… I camion fatiscenti scivolano nel buio del bush come serpenti a sonagli. Unici esseri che popolano la strada nera che va da Mombasa al passaggio di confine di Ligoi, tra la costa e il nord. Portano mais, grano, semi, medicine, acqua ai poveracci della Somalia. «Partiamo in dieci ma non sappiamo quanti di noi arriveranno ai campi profughi» dice il somalo Abdul, una mitraglietta sulla spalla e due pistoloni da cowboy sul sedile. «È il minimo per difenderci. Dopo la frontiera comincia il tiro a segno. Noi siamo i bersagli, mentre miliziani e banditi fanno i tiratori scelti». Beve una sbobba puzzolente mentre il compare sembra una iena pronta ad attaccare. «Fino a poco tempo fa avevamo una scorta. Oggi nessuno si azzarda a rischiare la vita per salvare i somali tagliagole, perché così siamo famosi nel mondo».
Seconda notte. Dopo la frontiera, dentro una furia di profughi strizzati come stracci in un recinto, Hamina e la bambina di 3 anni Dasy aspettano. «In una battaglia a Mogadiscio hanno bruciato la mia casa e i miei bambini. Allora ho venduto il gregge per 1.600 dollari. Volevo scappare in Kenya, ma poi gli autisti ci hanno abbandonato a 100 chilometri dalla frontiera. Non ho più nulla. La Somalia è un paese maledetto, dove anche i fratelli diventano assassini».
Somalia apocalisse perfetta. Perché l’accordo di pace del 9 giugno a Gibuti tra il governo di transizione e i ribelli è ogni giorno rinnegato nel sangue. Perché la fame e la miseria oggi sono le più feroci al mondo. Perché nel mattatoio Mogadiscio hanno ammazzato in un mese almeno 300 persone. E perché le coste di quel dimenticato paradiso sono infestate da pirati che seminano il terrore.
Dopo 17 anni di guerre e di morte, 14 governi di transizione, 8 miliardi di aiuti umanitari spesi inutilmente, pare che tutti i mali del mondo abbiano fatto un patto scellerato per torturare la Somalia. Ultimo mostro la carestia, che insieme alla crescita impazzita dei prezzi del cibo ha ucciso l’unica fonte di sopravvivenza, la terra. Così le Nazioni Unite ci regalano numeri angoscianti: 3 milioni e mezzo di somali sono a rischio fame. E i profughi che riempiono campi di derelitti sono almeno 1 milione 300 mila.
Mogadiscio è una città spettrale. Metà della popolazione è fuggita. Gli scampati ai combattimenti si aggirano inebetiti tra le macerie e le case sventrate in cerca di qualcosa da mangiare. Tutto è stato distrutto: ministeri, ambasciate, caserme, negozi. I predoni si sono avventati sui fili della luce, i cavi del telefono, le fognature, le tubature dell’acqua. I malati di colera, di tubercolosi, di malaria si rintanano a morire nei container sforacchiati dai proiettili e in fetidi tuguri di plastica e di stracci. I Medici senza frontiere hanno curato più di 100 feriti d’arma da fuoco in una settimana. E sulla strada che collega Mogadiscio ad Afgoy, dove più di 250 mila sfollati vivono in condizioni spaventose, hanno assistito all’arrivo di 9 mila profughi in un solo giorno. «Qui è un inferno!» urla al telefono Hersi, infermiere al Medina hospital. «Non abbiamo più antibiotici, anestetici, ferri chirurgici, elettricità».
Nel gennaio 2007 l’invasione delle truppe di Addis Abeba e i raid della task force del Pentagono contro i santuari degli integralisti avevano consentito al presidente Abdullahi Yusuf di espellere dalla capitale le corti islamiche. Ma l’intervento armato ha finito per innescare una nuova spirale di violenza, di anarchia e di scontri tra le fazioni: le vittime accertate sono finora più di 9 mila. Le corti, in 6 mesi di governo, avevano liberato la città dai signori della guerra, posto fine ai saccheggi e alla pirateria, riaperto il porto, riorganizzato l’amministrazione garantendo un minimo di sicurezza. Oggi i signori della guerra sono tornati a spadroneggiare. E gli «shebab», i radicali che militano nel braccio armato delle corti islamiche, sono di giorno in giorno più aggressivi. Controllano gran parte del sud somalo, tengono in ostaggio Mogadiscio, hanno conquistato il porto di Chisimayo. E ogni raid dell’aviazione americana, ogni missile lanciato da un sommergibile del Pentagono ne rafforza la determinazione, a scapito dell’ala moderata del movimento islamico e di quel che resta della società civile.
I capi degli shebab, il settantenne jihadista Hassan Dahir Aweys e Mukhtar Robow, alias Abu Mansur, che non nasconde le proprie simpatie per Al Qaeda, hanno copiato tattiche e tecniche di guerriglia degli insorti iracheni: imboscate, attentati suicidi, rapimenti e uccisioni di decine di operatori umanitari, ordigni esplosivi come quello che il 6 ottobre a Merca ha ferito Saverio Bertolino, funzionario italiano dell’Onu, e ucciso il suo autista.
Il responsabile dell’Undp in Somalia, Osama Ali Ahmed, è stato freddato davanti a una moschea in luglio. Nei giorni scorsi un trasportatore di viveri è stato strangolato e pure tre anziani capi tribali che avevano aiutato a distribuire gli aiuti sono stati uccisi. Senza contare i 17 stranieri rapiti, tra i quali gli italiani Giuliano Paganini e Iolanda Occhipinti della ong Cins, rimasti 76 giorni nelle mani dei banditi. «Attenzione» ha fatto sapere Robow a due piccole ong. «Conosciamo i vostri nomi, gli indirizzi e i vostri passi. Se non sparite vi diremo anche il luogo dove cadrete nel sangue».
Gli shebab, che reclutano la bassa manovalanza tra i giovani killer sbandati e affamati, sono appoggiati dal potente clan Hawiye e dall’Eritrea, da anni in guerra con la vicina Etiopia. Si finanziano, in combutta con politici locali, uomini d’affari e signori della guerra, con attività illecite: contrabbando di legname, di armi, di aiuti umanitari, di khat (la droga euforizzante che toglie la fame e il sonno). E con i soldi dei riscatti estorti dai pirati alle compagnie assicuratrici.
Il presidente Yusuf, l’impopolare uomo «venuto dal nord», dal lontano Puntland, vive asserragliato a Villa Somalia e controlla a malapena il suo palazzo, sempre sotto il tiro dei mortai. L’amministrazione, con un budget di appena 10 milioni di dollari, è alla bancarotta: poliziotti e militari non vengono pagati da mesi.
I 2 mila soldati di pace ugandesi e burundesi inviati dall’Unione africana (i 6 mila rinforzi promessi non sono mai arrivati) si limitano a presidiare l’aeroporto, l’incrocio del Quarto chilometro, gli edifici pubblici rimasti in piedi e a organizzare inutili pattugliamenti. Di tanto in tanto, per sbarcare il lunario, vendono armi agli insorti, come rivela un recente rapporto dell’Onu. «Ancora una volta la stampa tace sul vero movente di questa guerra infinita» dice l’africanista padre Giulio Albanese. «È la fame del petrolio somalo che arma governo e milizie».
Mentre a Gibuti prosegue stancamente l’ennesimo giro di trattative tra il governo e gli islamisti moderati dell’Ars (Alleanza per la riliberazione della Somalia), Mogadiscio è sempre più uguale a Baghdad: le truppe etiopiche ai posti di blocco e nelle basi fortificate, la città alla mercé delle bande armate, i quartieri separati da frontiere di clan, le esplosioni, le raffiche di mitra, la paura che al tramonto svuota le strade. In un anno 40 giornalisti e intellettuali assassinati, mentre 60 funzionari del governo si sono dimessi dopo minacce di morte.
«Ogni giorno partono migliaia di tonnellate di cibo e medicinali» conferma l’inviato della Farnesina per la Somalia Mario Raffaelli. Spesso non arrivano. I convogli vengono intercettati dai predoni. E gli aiuti finiscono sulle bancarelle del mercato di Bakara, insieme al khat e ai kalashnikov. «È l’ultima scena di un dramma dove la fame e il sangue si fondono al caos e al terrorismo, in terra come sul mare» riassume amaramente il portavoce del Wfp Peter Smerdon.
Il mare della Somalia una volta era l’eden. Oggi è avvelenato da gangster dell’acqua che abbordano navi e velieri per sequestrarli e chiedere riscatti da mille e una notte. L’ultimo assalto farebbe invidia a Ian Fleming. Il 24 settembre la nave ucraina Faina scivola nelle acque del Golfo di Aden quando sette lance a motore la costringono a fermarsi. Saltati a bordo con funi e ventose, i pirati si trovano di fronte a un bottino inaspettato: 2.320 tonnellate di armamenti pesanti, 33 carri armati T-72, lanciarazzi, artiglieria, granate, mine. La nave è sequestrata, gli assalitori giurano che il comandante del cargo muore «per cause naturali», l’ancora è calata in mare aperto, al largo del villaggio di Eyl: il covo dei pirati sulla costa del Puntland. Il riscatto richiesto è di 20 milioni di dollari. Navi da guerra russe e americane hanno circondato la Faina: se le armi cadessero in mano ai nuovi talebani del mare, ce ne sarebbe per metter su un piccolo esercito. Ma i banditi sono soddisfatti: solo quest’anno 61 navi attaccate, 26 dirottate e 14 ancora «in custodia».
Secondo il centro studi inglese Chatham House, la pirateria nel Golfo di Aden, dove passano 16 mila mercantili l’anno, è costata quest’anno dai 13 ai 22 milioni di euro in riscatti. Pressappoco dai 500 mila ai 2 milioni di dollari per nave. La pirateria è il ricco affare che prospera nel vuoto di potere dove è precipitata la Somalia. Che fare? La Ue ha approvato l’invio di una squadra navale. E la Combined task force 150, flotta di 14 nazioni impegnata nella lotta al terrorismo internazionale, ha ricevuto in giugno dal Consiglio di sicurezza il mandato di entrare nelle acque somale per «reprimere gli atti di pirateria e le rapine in mare».
Ma i pirati non si agitano. Vantano perfino due portavoce. «Non ci fanno paura» dice Sugule Ali. «Siamo tecnologicamente all’avanguardia: abbiamo i Gps e pure l’Ais, l’Automatic identification system, il trasponder elettronico per scovare qualunque nave. E anche i lettori di banconote per evitare pagamenti di riscatti in dollari falsi».
Sugule Ali non si considera un bandito: «Lo sono quelli che pescano illegalmente nelle nostre acque, che trasportano armi sporche, che seminano petrolio e veleni nel nostro mare. Considerateci semplicemente dei guardacoste».
- Mercoledì 15 Ottobre 2008
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