Bambini con armi giocattolo a Jenin
Una collina di sabbia e cespugli riarsi alla periferia di Khan Younis, Striscia di Gaza. Fino all’estate 2005 era una delle 17 colonie ebraiche di Gush Katif, smantellate per ordine di Ariel Sharon. Ora è uno dei campi di addestramento dei Comitati di resistenza popolare, le milizie che dall’inizio della seconda intifada raggruppano le formazioni armate palestinesi.
Le macerie dell’insediamento israeliano sono un percorso di guerra ideale per gli “shebab” della Brigata Salah ad-Din, che in tuta mimetica e volto coperto da un passamontagna nero imparano a maneggiare kalashnikov e lanciarazzi: strisciano nei solchi lasciati dai carri armati, passano carponi sotto rotoli di filo spinato, sparano su quanto resta delle serre e delle case demolite. Dicono tutti di avere 16 anni. Ma tra di loro ci sono anche bambini che recitano la lezione imparata a memoria: “Voglio distruggere Israele”, “Quando sarò grande combatterò per cacciare gli occupanti che hanno rubato la nostra infanzia”, “Il mio sogno è vendicare mio padre e mio fratello”.
Il corso di guerriglia comprende tattiche di attacco e difesa, fabbricazione di ordigni esplosivi e rapimento di soldati nemici. “Approfittiamo dell’attuale tregua per preparare i giovani allo scontro” dice un istruttore. “I missili israeliani non fanno distinzione tra adulti e bambini. E allora anche i bambini sono mujahiddin”.
I campi di addestramento per i minorenni sono l’inquietante risvolto di una campagna di indottrinamento che Hamas ha intensificato dopo il golpe del giugno 2007, quando il movimento integralista ha espulso dalla Striscia le milizie di Al-Fatah fedeli al presidente Mahmud Abbas. Come in tutte le guerre, anche nel conflitto arabo-israeliano le armi della disinformazione e della propaganda sono ampiamente utilizzate per creare consenso nell’opinione pubblica e demonizzare l’avversario. Ma a Gaza il potere assoluto che Hamas esercita in scuole, università, moschee e media sta plasmando una nuova generazione del rifiuto e della guerra a oltranza, una cultura refrattaria a qualsiasi ipotesi di dialogo e di compromesso.
Nelle moschee e nelle madrase, come nei discorsi dei rabbini ultraortodossi, l’uso politico della religione è sistematico. Nei sermoni del venerdì gli imam citano a profusione il Corano per instillare l’odio nei confronti degli ebrei. Le radio e i siti internet esaltano le gesta dei kamikaze ed elogiano il martirio. I giornali insultano i “traditori” che negoziano con Israele e Stati Uniti. E i video di Al-Aqsa, la tv di Hamas, predicano la jihad fino alla liberazione di tutta la Palestina e all’annientamento dell’”entità sionista”.
Il più seguito programma per bambini, I pionieri di domani, è condotto da Saraa Barhoumi, 12 anni, che ospita in studio una serie di pupazzi. La serie del topolino Farfour, che esortava a combattere Israele in nome dell’Islam, è stata abolita l’anno scorso, dopo le proteste degli stessi genitori palestinesi. Non prima, però, che Farfour fosse assassinato da uno “sporco agente israeliano”.
Il topolino è stato sostituito dall’ape Nahoul che, gravemente malata, è morta a causa del blocco della Striscia di Gaza. La nuova star è il coniglio Assud, che giura di “mangiare tutti gli ebrei, se Dio vuole”, e di essere pronto al sacrificio.
“Questa propaganda di morte rivolta ai bambini ha gravi conseguenze sociali” afferma Iyad Saraj, psichiatra, fondatore della Commissione palestinese indipendente per i diritti civili e responsabile dei centri per la salute mentale a Gaza. “Ma la cultura della guerra è il prodotto di decenni di occupazione militare, di bombardamenti, di distruzioni. Da bambini, invece che a indiani e cowboy, giocavamo ad arabi ed ebrei: invece di piantare il seme della pace gli israeliani hanno coltivato la pianta dell’odio. Non c’è da stupirsi se la dittatura di Hamas, come ogni dittatura, usa argomenti razzisti per giustificare la violenza e si serve della propaganda per il lavaggio dei cervelli”.
Lo zio della piccola Saraa, Fawzi Barhoumi, è il portavoce di Hamas e riceve Panorama all’interno di una moschea. “Forse abbiamo commesso alcuni errori” ammette. “C’è un comitato che controlla i programmi della tv: non riconosciamo lo stato di Israele, ma non siamo contro gli ebrei. Però i pupazzi di mia nipote esprimono i sentimenti e la rabbia della gente: uomini e donne che hanno perso il padre, la madre, i fratelli. I miei figli devono sapere che l’occupazione è un crimine”.
Al terzo piano di una palazzina nel centro di Gaza, Majid Jundiyah sta completando il montaggio del primo film a soggetto prodotto da Hamas. Titolo: Imad Aql, il fondatore delle Brigate Ezzedin al-Qassam, ucciso da un commando israeliano nel ’93. La sceneggiatura è di Mahmud Zahar, il leader di Hamas nella Striscia. Sul monitor scorrono le immagini: la vita nel campo profughi di Jabaliya, i rastrellamenti, le torture, i soldati che sparano sui ragazzini disarmati, le imprese eroiche del giovane Imad.
Giovani di Hamas durante una manifestazione
“La propaganda è necessaria” afferma Ahmad Yousef, consigliere politico del capo del governo di Hamas Ismail Haniye, “per preparare i giovani alla resistenza. In ogni caso non possiamo competere con la potente e sofisticata macchina propagandistica israeliana”.
In Cisgiordania televisioni e giornali controllati dall’Autorità palestinese usano un linguaggio più moderato. Anche se Ruham Nimri, responsabile del monitoraggio dei media palestinesi per Miftah (l’iniziativa per la promozione del dialogo e della democrazia sostenuta da Ue e Onu), non risparmia critiche: mancanza di professionalità, autocensura, sudditanza al potere politico, terminologia impropria. “Qualche progresso è stato fatto. Però è scandaloso continuare a chiamare martiri i terroristi che uccidono i civili israeliani”.
Sessant’anni di guerre, attentati, abusi, speranze tradite, fallimenti diplomatici hanno lasciato il segno: arabi ed ebrei imparano a detestarsi sui banchi di scuola. I libri di testo israeliani esaltano la superiorità morale del popolo eletto e ribadiscono il suo diritto divino alla patria biblica. Quelli palestinesi sono pieni di riferimenti all’indole “sleale e codarda” degli ebrei.
Le carte geografiche israeliane inglobano la Cisgiordania e sorvolano sul muro di separazione, sulle 162 colonie nei territori occupati, sui 96 insediamenti non autorizzati, sui 500 posti di blocco fortificati, barriere e ostacoli fissi che hanno trasformato la Cisgiordania in una sorta di “bantustan”. E nelle mappe palestinesi non c’è traccia dello stato ebraico.
- Venerdì 17 Ottobre 2008

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