
Se in Italia sono ormai lontani i tempi delle bacchettate sulle mani destinate agli studenti più indisciplinati e delle punizioni da scontare inginocchiati sui ceci, in Cina ci sono ancora insegnanti che si lasciano prendere la mano e finiscono per infliggere punizioni corporali agli alunni impreparati. Questa settimana è stato Gao Xiaopeng, maestro di una scuola elementare di Pechino, a finire sulle prime pagine di tutti i quotidiani dopo i reclami presentati dai genitori di una decina di allievi della sua classe. “Non avevamo finito i compiti per casa e per questo il maestro ci ha schiaffeggiato e ci ha colpito con un ventaglio e una scopa. A uno di noi ha sbattuto la testa contro la lavagna”, hanno raccontato i ragazzi prima ai genitori poi al preside. Se la scuola si è subito impegnata a pagare un risarcimento alle famiglie, anche il maestro Gao, che sta già scontando 14 giorni di fermo, si è pentito e ha proposto di essere schiaffeggiato in pubblico per espiare la colpa e ottenere il perdono da parte di genitori e alunni.
Se episodi di questo tipo sono diventati rari nelle città principali del Paese, dove le punizioni corporali fanno sempre più parte del passato, non si può certo dire la stessa cosa per le campagne o per i distretti industriali meno sviluppati. Panorama.it ha contattato due docenti della provincia del Fujian per capire cosa succede da quelle parti. Professor Lin ha spiegato che, secondo la tradizione confuciana, a genitori e insegnanti spetta la massima autorità. “Per questo è normale che i docenti infliggano punizioni corporali se le ritengono educative. Ricordo che quando ero alle superiori un mio insegnante un giorno mi scoprì la schiena in pieno inverno e iniziò a pizzicarmi con le mani gelide. Non ricordo il motivo della sua rabbia, ma continuo a rispettarlo perché sono convinto di aver meritato quel castigo”. Professor Lin aggiunge anche che oggi nelle grandi città spesso sono gli studenti a mettere in guardia i docenti. “In certe città si può essere denunciati per aver inflitto una punizione percepita come ingiusta. Ma nelle campagne il rispetto per l’autorità del maestro non è mai venuto meno”. La Professoressa Ching, invece, racconta che ai suoi tempi ogni insegnante non entrava mai in classe senza il bastone di bambù per le punizioni. “Allora si pensava che se i bambini non fossero stati colpiti con forza almeno una volta nella vita, non sarebbero mai diventati adulti responsabili. Oggi è un po’ diverso, si tende a non esagerare, ma il corpo insegnanti resta consapevole dell’efficacia del metodo cinese. D’altronde, sono sicura che se lo abbandonassimo i nostri ragazzi non si impegnerebbero più tanto quanto fanno oggi”.
Al di là del confine il sistema funziona diversamente. Winne, una docente di Hong Kong di poco più di trent’anni, racconta che sin dal primo giorno le è stato raccomandato di fare molta attenzione ai metodi utilizzati per sgridare i bambini. “I ragazzi che vengono colpiti sulle dita o sul corpo con le mani o anche con un righello di plastica corrono immediatamente a sporgere denuncia alla polizia. Il Governo di Hong Kong è molto attento, e a noi insegnanti basta poco per essere licenziati per maltrattamenti”. Ancora una volta, vale la formula “un Paese e due sistemi”.
- Lunedì 20 Ottobre 2008

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