Quarantasette teschi, dispersi tra università e centri medici tedeschi. Sono questi gli unici testimoni del primo genocidio perpetrato da un Paese europeo nel Ventesimo secolo: tra il 1904 e il 1908, 65 mila persone appartenenti alle comunità Herero e Nama morirono nei campi di concentramento organizzati dalla Germania in quella che allora era la sua colonia dell’Africa sudoccidentale: l’attuale Namibia. Ora, il governo del Paese africano li rivuole indietro, per costringere la Germania a fare i conti con una delle pagine più scomode del suo passato. Oggi, la Namibia è una delle principali mete del turismo alternativo africano: le sue spiagge incontaminate, i suoi deserti e le incantevoli città coloniali richiamano ogni anno decine di migliaia di turisti, buona parte dei quali provenienti dall’ex madrepatria tedesca. E in Namibia risiedono ancora molti agricoltori bianchi, discendenti dei coloni che, all’inizio del ‘900, partirono per trovare in Africa le opportunità che le sovraffollate città europee non potevano concedere. Ma la sete di terre dei nuovi arrivati si scontrò ben presto con chi in quei luoghi viveva da secoli: le tribù Herero e Nama.
Dopo una serie di scontri isolati, nel 1904 la situazione precipitò. Per sedare una rivolta degli Herero contro i coloni, dalla Germania inviarono il generale Lothar Von Trotha, il quale concepì un piano radicale per sterminare gli Herero e appropriarsi delle loro terre una volta per tutte: attaccare i rivoltosi e costringerli a fuggire nell’arido deserto del Kalahari, dove non avrebbero avuto possibilità di sopravvivere. Il piano riuscì alla perfezione. In pochi mesi, migliaia di persone morirono di fame e di sete tra le dune. “Fu un disegno concepito essenzialmente dallo stesso Von Trotha, a Berlino volevano solo che sedasse la rivolta”, spiega a Panorama.it Juergen Zimmerer, direttore del Centro studi sul genocidio e la violenza di massa dell’Università di Sheffield, e coautore del libro Genocide in German South-West Africa.
Ma le disgrazie degli Herero erano solo all’inizio. A cinque mesi dalla fine della guerra, i superstiti furono rinchiusi nei campi di lavoro organizzati dall’amministrazione coloniale e dalle compagnie private, che avevano bisogno di manodopera a basso costo. Nei successivi quattro anni, tre quarti della comunità perirà di stenti all’interno dei campi o nella costruzione di strade, ferrovie e città. “Fu uno sterminio causato dalle consapevole negligenza da parte delle autorità, stavolta sì responsabili, che lasciarono sfinire gli Herero fino alla morte”, continua Zimmerer. “Ritengo si possa parlare di genocidio, anche se non paragonabile allo sterminio su scala industriale organizzato dal Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale”. Nel 1908, i pochi Herero sopravvissuti saranno venduti come schiavi ai coloni bianchi. Oggi, la Namibia ha deciso di fare i conti con il proprio passato, chiedendo al governo di Berlino i 47 teschi appartenenti a membri della comunità. Quelli rimasti sono solo una piccola parte degli oltre 300 crani inviati in Germania durante la guerra coloniale su richiesta dello scienziato Eugen Fischer, che li utilizzò per avvalorare le sue teorie sulla supremazia naturale della razzia bianca rispetto a quella africana. Ma la richiesta è anche un’occasione per chiedere alla Germania una totale assunzione di responsabilità per le atrocità compiute.
Nel 2004, in occasione del centenario della guerra, il governo tedesco ammise le colpe della Germania, dichiarando apertamente che, oggi, gli atti compiuti dalle truppe tedesche sarebbero definiti “genocidio”, e che il capo militare della spedizione, il generale Von Trotha, finirebbe alla sbarra per crimini contro l’umanità. Ma i discendenti degli Herero vogliono di più e chiedono 4 miliardi di dollari di risarcimento a Berlino e alle compagnie tedesche che hanno sfruttato il lavoro dei propri avi. La Germania ha offerto 25 milioni di dollari in aiuti allo sviluppo, mentre non si è pronunciata sulla restituzione dei teschi. La lotta degli Herero contro l’oblio della memoria si annuncia ancora lunga.
- Lunedì 27 Ottobre 2008
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Il 28 Ottobre 2008 alle 13:34 Genocidio in Namibia : i discendenti dei deportati chiedono giustizia | PioveSolidarietà ha scritto:
[...] Ma la sete di terre dei nuovi arrivati si scontrò ben presto con chi in quei luoghi viveva da secoli : le tribù Herero e Nama. Dopo una serie di scontri isolati, nel 1904 la situazione precipitò. Per sedare una rivolta degli Herero contro i coloni, dalla Germania inviarono il generale Lothar Von Trotha, il quale concepì un piano radicale per sterminare gli Herero e appropriarsi delle loro terre una volta per tutte: attaccare i rivoltosi e costringerli a fuggire nell’arido deserto del Kalahari, dove non avrebbero avuto possibilità di sopravvivere. Il piano riuscì alla perfezione. In pochi mesi, migliaia di persone morirono di fame e di sete tra le dune. “Fu un disegno concepito essenzialmente dallo stesso Von Trotha, a Berlino volevano solo che sedasse la rivolta”, spiega a Panorama.it Juergen Zimmerer, direttore del Centro studi sul genocidio e la violenza di massa dell’Università di Sheffield, e coautore del libro Genocide in German South-West Africa. Ma le disgrazie degli Herero erano solo all’inizio. A cinque mesi dalla fine della guerra, i superstiti furono rinchiusi nei campi di lavoro organizzati dall’amministrazione coloniale e dalle compagnie private, che avevano bisogno di manodopera a basso costo. Nei successivi quattro anni, tre quarti della comunità perirà di stenti all’interno dei campi o nella costruzione di strade, ferrovie e città. “Fu uno sterminio causato dalle consapevole negligenza da parte delle autorità, stavolta sì responsabili, che lasciarono sfinire gli Herero fino alla morte”, continua Zimmerer. “Ritengo si possa parlare di genocidio, anche se non paragonabile allo sterminio su scala industriale organizzato dal Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale”. Nel 1908, i pochi Herero sopravvissuti saranno venduti come schiavi ai coloni bianchi. Oggi, la Namibia ha deciso di fare i conti con il proprio passato, chiedendo al governo di Berlino i 47 teschi appartenenti a membri della comunità. Quelli rimasti sono solo una piccola parte degli oltre 300 crani inviati in Germania durante la guerra coloniale su richiesta dello scienziato Eugen Fischer, che li utilizzò per avvalorare le sue teorie sulla supremazia naturale della razzia bianca rispetto a quella africana. Ma la richiesta è anche un’occasione per chiedere alla Germania una totale assunzione di responsabilità per le atrocità compiute. Nel 2004, in occasione del centenario della guerra, il governo tedesco ammise le colpe della Germania, dichiarando apertamente che, oggi, gli atti compiuti dalle truppe tedesche sarebbero definiti “genocidio”, e che il capo militare della spedizione, il generale Von Trotha, finirebbe alla sbarra per crimini contro l’umanità. Ma i discendenti degli Herero vogliono di più e chiedono 4 miliardi di dollari di risarcimento a Berlino e alle compagnie tedesche che hanno sfruttato il lavoro dei propri avi. La Germania ha offerto 25 milioni di dollari in aiuti allo sviluppo, mentre non si è pronunciata sulla restituzione dei teschi. La lotta degli Herero contro l’oblio della memoria si annuncia ancora lunga. [...]
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