
Pirateria somala
In questa fotografia scattata dalla marina americana la truppa del cargo mercantile MV Faina, battente bandiera del Belize, con i loro sequestratori vestiti in nero. Gli Stati Uniti avevano chiesto di poter controllare lo stato di salute dei sequestrati nell’Oceano indiano.
A mali estremi, estremi rimedi. La drammatica crescita registrata dal fenomeno della pirateria in Somalia ha provocato un aumento sostanziale dei costi di spedizione, costringendo le compagnie di trasporto marittimo a sondare nuove strade per proteggere i preziosi carichi dai bucanieri del Corno d’Africa. Così, a fianco della flotta Nato che pattuglia il Golfo di Aden, presto potrebbero essere schierati anche contractors privati. Tra questi c’è anche la Blackwater, la compagnia di sicurezza americana accusata di aver ucciso in maniera indiscriminata 17 civili iracheni in una sparatoria avvenuta nel settembre 2007 a Baghdad.
A comunicare la discesa in campo nella lotta contro i pirati è stata la stessa Blackwater, attraverso un comunicato stampa in cui rende noto di essere stata contattata da alcune compagnie marittime. Formata nel 1997 proprio da ex membri delle forze speciali della Marina Usa, la Blackwater sostiene di avere l’esperienza e la capacità, più di ogni altro concorrente, di assistere le compagnie di trasporto nel Golfo di Aden e altrove. Ma ricorrere ai contractors privati è veramente la soluzione migliore per liberare il Corno d’Africa dalla pirateria?
Secondo quanto riferito dall’International Maritime Bureau, dall’inizio dell’anno i pirati somali avrebbero attaccato più di 70 imbarcazioni. Al momento, nelle loro mani ve ne sono undici, mentre sarebbero circa 200 i membri dell’equipaggio sotto sequestro e in attesa di riscatto. “Da qualche mese i pirati hanno spostato la loro zona di operazioni dall’Oceano Indiano al Golfo di Aden, colpendo imbarcazioni molto più sensibili di prima dal punto di vista economico”, spiega a Panorama.it Hans Tino Hansen, direttore della compagnia danese Risk Intelligence, specializzata in sicurezza marittima. Per il Golfo passa circa il 10 percento delle forniture energetiche mondiali, oltre che buona parte del commercio marittimo tra Asia ed Europa, e l’emergenza pirateria ha fatto lievitare di dieci volte i costi per l’assicurazione dei carichi.
Per contrastare il fenomeno, la Nato ha deciso di inviare una flotta militare di una ventina di unità. Ma pattugliare più 2,5 milioni di chilometri quadrati di acque è un’impresa proibitiva anche per le navi della coalizione. Per questo sia il governo americano che quello somalo hanno accolto con soddisfazione la notizia della discesa in campo delle compagnie di sicurezza private. La Blackwater dovrebbe scortare le imbarcazioni nei tratti più pericolosi di mare con una propria nave, la McArthur, propriamente equipaggiata. In questo modo, secondo quanto riferito dalla compagnia di sicurezza americana, le navi da trasporto non sarebbero più costrette ad armare i propri equipaggi, diminuendo così il rischio di scontri a fuoco potenzialmente letali con i pirati.
Più che controllare le acque territoriali somale, le compagnie private e la flotta Nato mirano a mettere in sicurezza un corridoio, situato a circa 200 km dalle coste somale, nel quale le imbarcazioni possano transitare senza problemi. Una soluzione già sperimentata negli ultimi mesi, ma che secondo Hansen non permetterà di vincere la guerra contro i pirati, i quali possono contare su più di 1.200 uomini e su equipaggiamenti militari e sistemi di comunicazione d’avanguardia. “Per sconfiggerli è necessario controllare il territorio somalo, altrimenti i pirati avranno sempre un retroterra dove potersi rifugiare”, conclude Hansen.
L’impiego dei contractors, anche per limitate operazioni di scorta, desta comunque perplessità. Non è chiaro quali siano le regole di ingaggio che le compagnie private dovrebbero rispettare, e che la Nato non ha ancora specificato. Un punto che andrà chiarito per non ripetere l’eccidio di Baghdad, che ha avvelenato per mesi i rapporti tra il governo americano e quello iracheno, il quale aveva chiesto l’espulsione della Blackwater dal proprio territorio. Anche perché, in una terra di nessuno com’è al momento la Somalia, devastata da 17 anni di guerra ininterrotta e con un governo che si regge in piedi solo grazie alle truppe inviate dall’alleata Etiopia, i contractors potrebbero sentirsi legittimati ad agire ancora di più secondo il proprio arbitrio.
- Lunedì 27 Ottobre 2008
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Il 20 Novembre 2008 alle 13:42 La pirateria in Somalia e l’impotenza dell’Onu » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Continua l’allarme pirateria in Somalia. Il fenomeno è talmente cresciuto negli ultimi mesi da far scendere in campo anche l’Unione Africana. Secondo Jean Ping, capo della Commissione dell’organizzazione, a foraggiare i corsari del Corno d’Africa contribuiscono anche le divisioni politiche all’interno della Somalia, teatro di una guerra civile che dura ormai da 17 anni e che ha annullato nel Paese qualsiasi forma di autorità statale. [...]
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