Parla Kadeer, il Dalai Lama degli uiguri
Si fa sempre più stretta la morsa repressiva cinese sulla popolazione uigura dello Xinjiang, la regione autonoma della Repubblica Popolare che confina a sud con il Tibet e che da decenni la Cina considera a forte rischio di secessione. Il “ripopolamento Han” (ovvero il trasferimento massiccio di cinesi appartenenti all’etnia maggioritaria del Paese cui vengono affidate le cariche politiche e le posizioni economiche principali nello Xinjiang) è iniziato cinquant’anni fa, dopo la presa del potere da parte dell’Esercito popolare ma è negli anni ‘90, con la fondazione della Shanghai Cooperation Organization (SCO), che la Cina si è assicurata la rinuncia al sostegno dell’indipendenza da parte dei Paesi dell’Asia Centrale. Durante le ultime Olimpiadi, raccontano a Panorama.it alcuni cinesi che vivono nello Xinjiang, la regione è stata completamente militarizzata. “L’esercito è arrivato in ogni città, i cittadini sono stati sottoposti a controlli continui, e molti sono stati arrestati senza motivo perché sospettati di voler organizzare un’ azione dimostrativa violenta contro il regime”. “L’atmosfera era talmente invivibile”, continua una giornalista di origini uigure che sceglie di rimanere anonimo, “che ho preferito andarmene a Shanghai perché da Urumqi (il capoluogo dello Xinjiang, ndr) non avrei mai potuto scrivere nulla. Spero di poterci tornare presto, ma i miei contatti sul posto mi confermano che la situazione non è cambiata”.
Negli ultimi giorni giro di vite ha colpito i fedeli musulmani. Fuori dalle moschee sono stati affissi nuovi regolamenti che impongono che il sermone dell’Imam durante il rito del venerdì non duri più di trenta minuti. Pregare al di fuori delle moschee è proibito, così come è vietato a chi lavora negli uffici governativi assistere alle funzioni religiose musulmane. Ancora, sia le donne che decidono di coprirsi il capo che gli uomini che si fanno crescere la barba rischiano il licenziamento. Non solo: in tutta la regione può circolare solo la versione del Corano approvata da Pechino, gli Imam non possono insegnare le scritture islamiche in privato, e i corsi di lingua araba possono essere impartiti solo in alcune scuole governative. Durante il mese sacro del Ramadan, studenti e dipendenti degli uffici governativi sono obbligati a consumare i propri pasti a orari regolari, mentre da un paio d’anni i passaporti degli uiguri vengono confiscati per impedire che i fedeli si rechino autonomamente in pellegrinaggio a La Mecca. L’amministrazione centrale autorizza solo alcuni tour organizzati, ma questi viaggi hanno un costo di almeno 3.700 dollari a persona, e i fedeli che se li possono permettere sono sempre di meno. Anche perché, sempre secondo Pechino, possono fare domanda per partecipare a un pellegrinaggio solo gli uiguri che hanno tra i 50 e i 70 anni, che “amano il loro Paese (la Cina ndr) e obbediscono alle sue leggi”.
Un insegnante uiguro ha raccontato all’International Herlad Tribune che “la popolazione è arrabbiata, che il governo sbaglia ad imporre tutte queste regole”, mentre gli esperti temono che questo giro di vite possa fomentare un’ulteriore radicalizzazione delle frange islamiche più estremiste. Wang Lequan e Nuer Baikelei, rispettivamente il Segretario del Partito e il Presidente dello Xinjiang, avevano già annunciato che dal momento che il controllo sulla religione è fondamentale per mantenere la stabilità nella regione, le misure repressive sarebbero aumentate. Con queste premesse, è lecito aspettarsi che la situazione nello Xinjiang continui a peggiorare.
- Lunedì 27 Ottobre 2008
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Il 5 Agosto 2009 alle 17:19 Foto, storie dal mondo: Cina, Canada, Afghanistan, Corea… » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Rebiya Kadeer, leader della minoranza musulmana degli Uighuri - coinvolti in recenti scontri etnici nella regione cinese dello Xinjiang - ha parlato oggi alla stampa a Melbourne, in Australia, partecipando al Melbourne International Film Festival, dove verrà proiettato un documentario sulla sua vita. [...]
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