Archivio di Ottobre, 2008

Si è ulteriormente aggravato, salendo ad almeno centosessanta morti accertati, il bilancio tuttora provvisorio del terremoto che all’alba ha colpito la provincia sud-occidentale pakistana del Belucistan: lo ha reso noto Dilawar Khan Kakar, sindaco di Ziarat, capoluogo dell’omonima vallata dove è stato localizzato l’epicentro del sisma, una settantina di chilometri a nord-est della capitale provinciale Quetta. I feriti ammontano a molti di più, in tanti sono ancora intrappolati sotto le macerie e i soccorritori faticano a raggiungere le zone colpite. Il computo delle vittime è destinato ad aggravarsi ancora poiché le cifre si basano sul numero dei cadaveri consegnati agli obitori, e molti abitanti risultano dispersi: con ogni probabilità sono rimasti intrappolati sotto alle macerie delle costruzioni, la struttura in fango e paglia di centinaia delle quali non ha retto all’onda d’urto, facendole crollare; rasi al suolo anche numerosi edifici pubblici. Otto villaggi della valle piu’ colpita risultano completamente devastati; vittime, come minimo cinque, pure nel distretto adiacente di Pishin. Secondo fonti del Dipartimento Meteorologico Nazionale, il movimento tellurico principale ha raggiunto un’intensità di 6,5 gradi sulla scala aperta Richter; per il Centro di Controllo Sismologico Usa, invece, la magnitudo è stata 6,4. Il fenomeno è stato registrato intorno alle 5,10 del mattino ora pakistana, quando in Italia era da poco passata la mezzanotte. Le Forze Armate stanno collaborando con gli elicotteri alle operazioni di soccorso, che sono però ostacolate dalla natura impervia dell’area: diverse strade sono inoltre bloccate da frane e smottamenti, e molte località non sono dunque ancora state raggiunte. Il Pakistan è particolarmente esposto a simili catastrofi naturali: sempre in Belucistan, nell’ottobre di due anni fa, i morti furono almeno 73.000 a causa di una scossa sismica di 7,6 gradi Richter.

Alti e bassi. Macché: picchi e abissi.
La vita di un genio non ha un andamento linerare, per definizione. E, per definizione, quella del Pibe de Oro risponde a questo requisito.
Diego Maradona, alla vigilia del suo quaranttottesimo compleanno, ha coronato il sogno di una carriera: è stato nominato nuovo ct dell’Argentina. Dopo mille magie in campo e un’esistenza spericolata, El Pibe è tornato: ed è l’ennesima volta. L’ennesimo picco.
Fuoriclasse indiscusso in campo e fuori misura da uomo comune, Diego Armando Maradona che di comune non ha proprio nulla, ritrova alla fine il calcio, ovvero tutta la sua esistenza.
L’annuncio l’ha dato lo stesso Pibe de Oro, subito dopo un incontro con il presidente della federcalcio Julio Grondona. “Sceglierò io la squadra, sono molto felice”, ha detto l’ex numero dieci del Napoli e della Seleccion, confermando che il suo progetto tecnico ha ricevuto l’ok federale e che avrà carta bianca.
Dopo le dimissioni del precedente commissario tecnico, Basile (ha lasciato la panchina lo scorso 17 ottobre, dopo l’umiliante sconfitta con il Cile nel girone di qualificazione ai Mondiali del 2010) era lo stesso Grondona a condurre in prima persona la ricerca del sostituto. E Dieguito è stato il primo dei candidati a essere convocato negli uffici della federcalcio argentina: per lui un blitz nella mattinata di Buenos Aires direttamente dalla Georgia, dove sabato aveva giocato un match-esibizione.
Il suo debutto ufficiale sulla panchina biancoceleste avverrà nell’amichevole di Saint-Denis contro la Francia vice campione del mondo l’11 febbraio, giorno nel quale l’Italia sfiderà a Londra il Brasile.
L’Argentina ha chiamato il suo figliol prodigo come ct della nazionale, quella che Diego portò a un titolo mondiale nell’86 e alla vendetta sull’Inghilterra nell’anno della guerra della Falkland-Malvinas, e alla quale si appigliò nel ‘94 da giocatore dopo il lungo tunnel della droga, tranne poi ricadere nella rete dell’antidoping per quel vizio diventato tragica quotidianità nella Napoli che lo osannava. Dopo l’avventura a Barcellona (caviglia spezzata e la carriera a rischio), vince due scudetti sotto il Vesuvio, nell’87 e nel ‘90, più una Coppa Uefa e una Supercoppa italiana. E poi la finale persa a Roma per Italia ‘90, dopo la semifinale di Napoli contro gli azzurri. Tutto per 705 partite ufficiali e 358 gol.
Dieguito ha fatto sognare e piangere, innamorare e arrabbiare, perfino indignare, declinazione alla quale si è dedicato soprattutto dopo la chiusura dell’attività di fuoriclasse: il cibo smodato, la droga, l’alcool, la morte più volte sfiorata. Come se nulla, dopo tanti colpi di genio con il suo sinistro magico - indimenticabili tra gli altri quel gol in slalom tra i birilli inglesi, o quella rete al Verona pescata con pallonetto tagliato da centrocampo, al San Paolo - potesse più essere normale, neanche una volta messo da parte il pallone. Maradona calciatore ha stupito il mondo, aprendo la contesa tra chi sostiene sia stato il più grande di tutti i tempi e chi gli preferisce Pelé.
Maradona uomo non si è curato del politicamente corretto. Amico di Castro, nemico giurato degli Stati Uniti e di Bush in primis, sostenitore del boliiano Evo Morales, del venezuelano Chavez nella sua campagna anti-americana e per il sud del mondo. E poi anche inseguito dal fisco italiano, e da un figlio mai riconosciuto a Napoli.

Ora Maradona, sulla cui vita l’anno scorso sono usciti due film (uno del grande Kusturica, l’altro di Marco Risi), sta per diventare nonno. Il figlio glielo daranno Giannina, la più piccola delle due figlie, e il ‘Kun’ Sergio Aguero, bomber della nazionale campione olimpica e dell’Atletico Madrid. Forse è questa nuova fase ad aver spinto El Pibe a riprovarci. A tornare in alto. Sempre portandosi dietro il pallone: la sua vera unica vita.
La vita, le magie e i drammi di Dieguito da YouTube:
A pochi giorni dall’attesissimo voto americano alcuni giornalisti hanno accusato i due candidati di non fare abbastanza per garantire la libertà di stampa. All’origine della spinosa denuncia c’è la decisione di Barack Obama e di John McCain di far pagare ai giornalisti un biglietto carissimo per accreditarsi alle convention presidenziali previste per il giorno delle elezioni. Stando a quanto hanno fatto sapere dagli Stati Uniti, John McCain ha stabilito che i reporter intenzionati a seguirlo in Arizona (da dove seguirà lo spoglio elettorale) dovranno sborsare 695 dollari. Chi vorrà invece starsene al fianco di Obama nel prestigioso Grant Park di Chicago dovrà essere pronto a pagare tra 715 e 1815 dollari a seconda dei servizi di cui avrà bisogno (linee telefoniche, accesso alla Rete e via dicendo). Ma non basta. I giornalisti che poi vorranno intervistare lo staff del candidato di colore saranno invitati a sganciare ulteriori 935 bigliettoni verdi. Un sacco di soldi insomma, che di certo i freelance o gli operatori delle piccole organizzazioni faranno molta fatica a trovare (cosa che non si potrà invece dire per chi lavora per i grandi network mai a corto di liquidi). Facile intuire che la decisione di imporre un così salato prezzo sia balzata agli onori della cronaca, che in alcuni casi ha gridato alla discriminazione. In un articolo apparso questo fine settimana sul Wall Street Journal il cronista riporta poi i malumori di alcuni colleghi che già prevedono, in caso di vittoria di Obama, possibili tensioni tra il futuro presidente e i media.
Tv egiziana condannata per aver diffuso immagini “scomode”
A volte è proprio dura per i giornalisti egiziani fare il loro mestiere in patria. Stando a quanto ha fatto sapere France Presse, questo fine settimana un’emittente del Cairo è stata condannata a pagare 150mila sterline egiziane (più o meno 20mila euro) per avere diffuso lo scorso aprile un video che riprendeva alcune sommosse. Secondo Nadim Gohar (direttore dell’emittente in questione, la Cairo News Company - ), la pesante multa è arrivata inaspettata, dopo che un tribunale locale ha sentenziato che la società televisiva non aveva ricevuto l’autorizzazione a trasmettere le immagini. Un’assurdità, ha ribattuto Nadim Gohar, che ha annunciato un ricorso. Ma cosa c’era di tanto scottante nei video trasmessi dalla Cairo News? Semplice, delle immagini che riprendevano alcune violente sommosse nella città di Mahalla dove i manifestanti strappavano i manifesti dell’intoccabile presidente egiziano Hosni Mubarak.
Arriva il dominio Internet per i fiamminghi
A breve la Rete si arricchirà di un nuovo dominio Internet. Tre lettere: VLA. Quanto basta a indicare la provenienza fiamminga dei contenuti pubblicati. Già, perché sono ormai diversi anni che le Fiandre (Vlaanderen in lingua locale) non si sentono rappresentate a sufficienza dal loro Stato ufficiale, il Belgio. E così da Bruxelles (che oltre a essere capitale d’Europa e del Belgio è anche il capoluogo fiammingo) hanno fatto sapere che è iniziata la trafila per la registrazione ufficiale del nuovo dominio.
Tre lettere sono però d’obbligo, visto che due (come il nostrano .it) sono riservate solo ai Paesi riconosciuti dalle Nazioni Unite. L’operazione costerà circa 100mila euro e dovrebbe sdoganare il nuovo dominio entro il 2009. Questo farà felice i numerosi fiamminghi indipendentisti che vedono in questa operazione un primo passo verso la sognata indipendenza.
A finire in manette per il fallito attentato a Obama sono stati Daniel Cowart, 20 anni, del Tennessee e Paul Schlesselman, 18 anni, dell’Arkansas, due fanatici delle filosofie del “Potere Bianco” e della sottocultura skinhead di matrice neonazista
Dal Klu Klux Klan all’American Nazy Party fino allo Stormfront, una delle più popolari organizzazioni razziste americane, fondata nel 1995 da Stephen Donald Black, un ex Grand Wizard del Klan oggi predicatore di uno dei forum neonazisti più frequentati della rete. La galassia del razzismo bianco statunitense ha cambiato pelle. E’ uscita cioé dalle sue tradizionali roccaforti sudiste e sta raccogliendo sempre più finanziamenti e consensi in tutto il paese grazie soprattutto alla paura che suscita l’ipotesi che un nero varchi le soglie della Casa Bianca: “La candidatura Obama è stata una vera e propria manna per il nostro movimento”, ha sintetizzato Don Black in un articolo apparso stamane su La Stampa.
A lanciare l’allarme sul fenomeno, all’indomani dell’arresto dei due neonazisti antiobamiani che volevano compiere una strage in una high school del Tennesse, è il Southern Poverty Law Center dell’Alabama (GUARDA QUI), l’ex Klanwatch, dal 1981 il più serio e aggiornato think tank sul fenomeno razzista in America. Negli ultimi anni, sostiene il rapporto, il nazionalismo bianco ha cambiato strategia. Ha messo da parte i cappucci klanisti che rischiavano di allontanare i benpensanti. Ha allargato il tiro ad ebrei, latinos, afroamericani, gay. Ed è arrivato a sfondare in parte di quella classe media wasp spaventata dalla crisi economica e dalle ondate migratorie. Per capire le ragioni del boom dei siti e delle organizzazioni nazionaliste bianche in America negli ultimi due anni, da quando cioé Obama ha annunciato la sua candidatura, basta ricordare quanto ha dichiarato Jeff Schoep, il capo del movimento nazionalsocialista americano: “Le politiche di apertura agli immigrati e la candidatura di Obama ci stanno aiutando molto, la nostra nazione si sta trasformando, l’inglese scompare perché viene sostituito dallo spagnolo e gli Stati Uniti stanno diventando un grande ghetto del Terzo Mondo”.
Le cifre fornite dal think tank con sede nell’Alabama sembrano dargli ragione: i miliziani suprematisti sono oggi 50 mila in tutto il paese, i gruppi dichiaratamente razzisti 888, radicati ovunque, dalla California (80) al Texas (67) fino all’Illinois (23). La crescita delle organizzazioni bianche è tutta in queste cifre: il 5% in più rispetto a due anni fa, il 48% in più rispetto al 2000. Grazie anche a una nuova capacità di mimetizzarsi tra i gruppi colpiti dalla crisi. “La novità di questi gruppi - ha sintetizzato i il Poverty Center - sta nel fatto che i razzisti si aprono alla middle class, organizzano eventi sociali, si trasformano in punti d’incontro dove gli iscritti non indossano cappelli bianchi del Klan ma vestiti normali, come tutti gli altri cittadini”. La strategia, per loro, sembra funzionare. Ma gli attacchi a sfondo razzista, denuncia il Poverty Center, sono sempre di più. Nel 1995 un rapporto governativo stimava in circa 191 mila gli incidenti a sfondo razziale in America ogni anno. 408 di questi, avvenuti nel 2008, sono stati riportati e classificati, Stato per Stato, a partire dalla storie di cronaca riportate sulla stampa.
Campagna elettorale per le elezioni presidenziali Usa. Barack Obama a Denver
LEGGI ANCHE: Sventato un piano razzista per uccidere Barack Obama - La mappa degli Swing States
Non ci sono solo gli emuli neonazisti di Harvey Lee Osvald, l’assassino di John Fidgerald Kennedy, a turbare in questo momento i sogni presidenziali di Barack Obama. Perché la strada per conquistare la Casa Bianca passa attraverso la conquista di dieci, fondamentali, swing states, gli “stati oscillanti”: Ohio, Virginia, Nevada, Missouri, North Carolina, Florida, Indiana, West Virginia, Pennsylvania, Colorado (leggi l’articolo). Chi li conquisterà tutti in parte, con i 136 grandi elettori che questi stati mettono a disposizione, sarà il vincitore delle presidenziali americane.
Non è un caso che in queste ore i due rivali abbiano messo in calendario una girandola di iniziative, incontri, interviste in quei stati-chiave. Barack Obama, qualche ora prima prima che venisse data notizia del piano dei giovani jihadisti bianchi contro il candidato afroamericano, ha voluto tenere a Canton, in Ohio, uno dei più importanti comizi dell’intera campagna elettorale. È stato un discorso di sintesi della sua lunga corsa, iniziata quasi due anni fa e, ora, vicina alla (forse felice) conclusione. Sono risuonati i concetti e le parole care al candidato democratico: la necessità e la voglia del Cambiamento, la volontà di unire e non dividere gli americani. Obama ha attaccato ancora una volta McCain sull’economia, accusandolo di essere stato aderente alle scelte e alla politica di George W. Bush in questo campo.
Il candidato repubblicano gli ha prima risposto dalla Pennsylvania e poi è volato a Cincinnati, proprio in Ohio, per rispondergli. Ha controbattuto alle parole del senatore democratico, accusandolo a sua volta di avere messo a punto un programma economico destinato a incrinare le possibilità di una ripresa dell’economia e delle imprese, con la conseguente perdita di milioni di posti di lavoro
“Il crollo di Wall Street sarà il fattore determinante per la vittoria di uno dei due contendenti in questi swing states” dice sicuro Peter A. Brown, portavoce del Quinnipiac University Polling Institute, l’istituto di sondaggi dell’università del Conneticut, che ha condotto una fondamentale ricerca su questo fenomeno elettorale statunitense. “Gli stati chiave sono l’Ohio, la Florida e la Pennsylvania. Nessuno è mai diventato Presidente degli Stati Uniti senza aver vinto in quei tre stati. Secondo la nostra rilevazione, lì, Barack Obama è in vantaggio e se dovesse aggiudicarseli, la vittoria finale in queste elezioni non dovrebbe sfuggirgli”. Ci saranno sorprese? Brown non vuole escluderle. Nessuno, per ora sa come andrà il voto finale. Lo stesso Barack Obama -che secondo i sondaggi ha il vento in poppa - ieri, nel comizio di Canton, ha invitato i suoi supporters a impegnarsi in questi ultimi sette giorni”ogni ora, ogni minuto, ogni secondo” perché ha aggiunto “io posso sopportare ancora una settimana di attacchi di John McCain, ma l’America non può sopportare altri 4 anni di un repubblicano alla Casa Bianca”. Sarà questo lo slogan che riuscirà a convincere gli elettori degli stati in bilico? Secondo un sondaggio di Zogby, il candidato democratico è avanti in 6 degli 8 stati analizzati della famosa società di rilevazioni, ma Maccain lo tallona in diversi casi. Come, appunto, l’Ohio, il Missouri, la North Carolina, dove tra i due ci sono solo 3 punti di distanza in percentuale e viene registrato un alto numero di indecisi. Come in Florida, dove si registra un sostanziale pareggio. In questa incertezza, una sicurezza, per Obama, sembra esserci: la Virginia, che per 44 anni ha sempre votato repubblicano, sembra indirizzata a votare per il senatore afroamericano.
Secondo il sondaggio di Zogby, sarebbe in vantaggio di 8 punti. Per un’inchiesta del Washington Post, il distacco sarebbe ancora superiore. Obama stravincerebbe soprattutto nella zona di Washington D.C, nella capitale. Nella notte del 4 novembre, il risultato della Virginia, grazie al fuso orario, sarà uno dei primi a essere conosciuti. Sarà il viatico per la vittoria del candidato democratico?

COLORADO. Barack Obama è in avanti in ogni sondaggio. Aver tenuto a Denver la Convention sembra aver pagato. I democratici hanno guadagnato voti in quasi tutti le contee, ma soprattutto nella capitale dello Stato. Tra le loro fila, c’è ottimismo, nonostante le ultime tre sfide elettorali siano andate ai repubblicani.
FLORIDA E’ uno Swing State per eccellenza. Nel 2000, fu il campo di battaglia tra George w. Bush e Al Gore con l’ ormai storico riconteggio dei voti che tenne bloccato la proclamazione della vittoria del candidato repubblicano per settimane. Quattro anni dopo, contro John Kerry, Bush avrebbe vinto con 4 punti di distacco. Il Grand Old Party lo considera un”suo” Stato, ma la campagna di Barack Obama è stata molto efficace, tanto che la maggioranza dei sondaggi indica un pareggio tra i due.
INDIANA Quando, nei mesi scorsi, Barack Obama affermò che avrebbe voluto puntare sugli elettori di questo stato, molti pensarono che il candidato democratico avesse fatto un grave errore. Le ultime rilevazioni, forse, gli danno ragione. John McCain è in vantaggio, ma il numero degli incerti è molto alto. Gli indipendenti voteranno per Obama?
MISSOURI Nelle ultime 4 elezioni, repubblicani e democratici hanno vinto due volte a testa. Bill Clinton contro George H. Bush( padre) e Robert Dole. George W. Bush (figlio) contro Al Gore e John Kerry. In questo stato, dove i farmer (preoccupati per il loro futuro) sono ancora la colonna vertebrale, gli slogan sull’economia di Barack Obama sembrano aver fatto presa. Il candidato democratico ha reso così la sua partita molto competitiva.
NEVADA. Lo stato ha una forte presenza di popolazione ispanica. Potrebbe essere un fattore di vantaggio per Obama? Negli anni’40, il Nevada era democratico; negli anni’60 si divise tra John Fitgerald Kennedy e Richard Nixon. Nel decennio tra l’80 e il ‘90 divenne repubblicano, poi votò per Bill Clinton. Infine diede per due volte la maggioranza a George W. Bush. Una storia (tipica) da “Stato Altalena” Dove si fermerà la lancetta il 4 novembre prossimo ?
NORTH CAROLINA. Secondo gli ultimi sondaggi, il candidato democratico è avanti di almeno tre punti. Barack Obama - che qui ha vinto le primarie - può contare sull’alto numero di afroamericani registratosi nelle liste elettorali. Nonostante sia il feudo di John Edwards - l’avvocato che si è presentato per le primarie democratiche nel 2004 e nel 2008, il North Carolina è da tempo un granaio di voti per i repubblicani.
OHIO. E’ uno degli stati chiave. Almeno da 20 elezioni a questa parte. Chi non vince qui, non va alla Casa Bianca. Bush si è affermato nelle ultime due tornate elettorali. Clinton l’aveva conquistato nelle precedenti due elezioni. Barack Obama spera negli effetti della crisi economica nello stato di “Joe l’idraulico” per convincere gli indecisi della necessità di un cambiamento
PENNSYLVANIA. La sua tradizione di Swing State è iniziata 70 anni fa. Quattro anni fa, divenne blu (il colore del Partito Democratico). Ora McCain vuole farlo tornare rosso, la gradazione del Grand Old Party. Obama ha perso le primarie in questo stato e il candidato repubblicano spera di poter convincere gli elettori democratici bianchi della classe media - che hanno votato per Hillary Clinton - a preferire lui al senatore afroamericano.
VIRGINIA. E’ dal 1964, dall’elezione che portò Lyndon Johnson alla Casa Bianca, che in questo stato si vota repubblicano. Però, questa volta, grazie anche a una capillare campagna elettorale di Barack Obama, la Virginia potrebbe andare ai democratici.
WEST VIRGINIA. Per decenni, dal 1920 , questo è uno stato ha sempre votato democratico. Poi, si è affidato, nel 2000 e nel 2004 al repubblicano George W. Bush. Obama spera di poterlo rimettere nel solco, anche se, tutti i sondaggi danno in vantaggio John McCain.

Uccidere Barack Obama, decapitare e uccidere con armi da fuoco 102 studenti neri. Ideatori del massacro: due skinhead rispettivamente di 20 e 18 anni. Fermati a Crockett County in Tennesse e incriminati per tentata strage dai federali dell’agenza per la vigilanza su Alcool, Tabacco e Armi da Fuoco (Atf) che da mesi seguono come un’ombra il candidato afroamericano. Il piano prevedeva di rubare l’occorrente per compiere il massacro in un negozio di armi. L’obiettivo - secondo il tribunale di Jackson che ha reso pubblico il documento sul loro arresto - era un liceo, di cui non è stato reso noto il nome.
A darne notizia è stata per prima la catena Fox News, vicina ai repubblicani. Gli arrestati sono Daniel Cowart, 20 anni, di Bells, una località del Tennessee 200 km a sudovest di Nashville, e Paul Schlesselman, 18 anni, di West Helena, in Arkansas. Al momento non sono state date informazioni sull’effettiva possibilità che il piano dei due skinhead potesse concretizzarsi o se si trattasse solo della farneticazione di due esaltati. “Sono accuse serie e saranno trattate come tali” ha assicurato il procuratore distrettuale del Tennessee occidentale Lawrence Laurenzi, in un comunicato con il quale le autorità americane hanno confermato le indiscrezioni dei media sugli arresti.
Già due mesi fa un gruppo di “supremazisti bianchi” era stato fermato con l’accusa di voler sparare al candidato democratico con un fucile di precisione nel giorno del suo discorso alla convention democratica di Denver. Certo il clima per le elezioni del 4 novembre non manda segnali incoraggianti. Complice anche l’avvicinarsi della notte di Halloween: Chad Michael Morisette, abitante di West Holywood, Los Angeles ha appeso al cornicione della sua casa un manichino della candidata repubblicana alla vicepresidenza Sarah Palin. Il manichino è appeso per il collo, come il più classico degli impiccati. Morisette non ha risparmiato neanche il candidato repubblicano McCain: sul tetto della casa, dal camino emerge la sua testa circondata dalle fiamme, con un’espressione disperata, proprio come se stesse bruciando vivo. Immediate sono arrivate le proteste, ma la polizia non ha potuto rimuovere i manichini. ”La gente ha diritto al Primo Emendamento (che garantisce la libertà di culto, parola e stampa)” ha detto la portavoce delle autorità di West Hollywood, Helen Goss, evidenziando come l’azione di Morisette rientri nei festeggiamenti di Halloween. Morisette dal canto suo, si è difeso così: ”Se avessi impiccato Barack Obama sarebbe stato molto più grave”.

“Crimine di guerra”, “aggressione terrorista deliberata”, “follia politica”: non usa mezzi termini Damasco per denunciare il raid americano di ieri in territorio siriano, in cui sono morte otto persone. La reazione siriana è stata pressoché immediata. Ieri, poche ore dopo l’attacco, l’agenzia ufficiale Sana ha prima riferito la dinamica: quattro velivoli sono giunti nel villaggio di Sukkariya, otto km oltre il confine, sbarcando un commando che ha dato l’assalto ad un edificio in costruzione. L’azione è durata pochi minuti e ha portato “al martirio di otto civili”. Poco dopo, la stessa agenzia ha riferito che il ministero degli Esteri aveva convocato gli incaricati d’affari di Stati Uniti e Iraq per consegnare loro una protesta ufficiale. Questa mattina, poi, il fuoco incrociato di alti funzionari e stampa ufficiale: “Anche mentre si accinge a lasciare la Casa Bianca, l’amministrazione Bush sembra insistere nel commettere follie politiche”, ha scritto il quotidiano al Baath. Ma la reazione più dura è venuta dal ministro degli Esteri Walid al Mouallim che, in visita a Londra, ha parlato di “una aggressione terrorista”, inducendo il Foreign Office ad annullare la sua conferenza stampa assieme al collega britannico David Miliband, “perché non sarebbe stata appropriata”.
L’attesa di Washington. La Casa Bianca ha invece tardato quasi ventiquattro ore a prendere posizione. Incassando solo, a livello internazionale, il sostegno del portavoce governativo iracheno Ali Debbagh, che ha parlato di una azione condotta contro “gruppi terroristici contrari all’Iraq” che “utilizzano la Siria come base per le loro attività terroristiche contro l’Iraq”. Infine, in serata, è arrivata la risposta americana, tramite una una fonte anonima dell’amministrazione, secondo cui “l’operazione è stata un successo”, perché ha permesso di colpire un importante trafficante di armi legato a Al Qaeda, Abu Ghaduya. “Quando si è di fronte a un’occasione importante bisogna coglierla… - , ha detto la fonte - in particolare quando si tratta di combattere contro stranieri che entrano in Iraq e minacciano le nostre forze armate”. Ma a Damasco non è bastato lanciare strali solo verso Washington. Il quotidiano ufficiale al Thawra ha aspramente criticato anche i leader arabi, denunciando il loro “silenzio” e domandandosi se esso non “incoraggi le forze di occupazione e usurpazione a commettere qualcosa di più grande”. Anche in questo caso sono state necessarie diverse ore affinché nel pomeriggio arrivasse la presa di posizione della Lega Araba, che attraverso il suo il segretario generale Amr Mussa ha espresso la condanna “per queste gravi violazioni americane delle frontiere e della sovranità siriana che provocano tensione in una regione già tesa”. Più veloce è stata la condanna dell’Iran e anche del Libano, nonchédella Russia, mentre la Francia ha chiesto che sulla vicenda venga fatta “piena luce”. Infine Londra, in un comunicato congiunto dei ministri Mouallim e Milliband, ha espresso il suo “rammarico” per le perdite civili.
Gli ultimi commenti