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Archivio di Novembre, 2008

La Romania va al voto stretta tra crisi economica e rapporti con l’Ue

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  • Tags: calin-tariceanu, elezioni, mario-cospito, ramona-badescu, romania, traiana-basescu
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Il Parlamento di Bucarest

Il Parlamento di Bucarest

Romania al voto domenica prossima per il rinnovo dei due rami del parlamento con una rappresentanza che sarà composta rispettivamente da 322 deputati e 137 senatori, eletti secondo il nuovo sistema elettorale uninominale ad un turno. La rappresentanza rimarrà in carica fino al 2012, salvo scioglimenti di camere anticipati. Sullo sfondo la crisi economica e gli interventi per ridare slancio ai salari e al potere d’acquisto dei cittadini, ma anche l’immigrazione e i rapporti con gli stati dell’Unione europea, in particolare l’Italia dopo gli ultimi fatti di cronaca avvenuti nel nostro Paese. “Si tratta di elezioni importanti per il Paese alle prese con una crisi economica difficile e con le stringenti risposte che deve fornire all’Unione europea in tema di investimenti, salari e sicurezza – dice a Panorama.it Mario Cospito, ambasciatore italiano in Romania a margine di un convegno sulla telemedicina promosso dalla Ulss 9 di Treviso – Posso dire che durante tutta la campagna elettorale i toni relativi al problema della sicurezza sono rimasti sempre pacati e mai nessun candidato ha parlato male dell’Italia, nonostante siano arrivate dal nostro Paese molte voci di disagio per il comportamento negativo di alcuni romeni”.

La sfida elettorale. Secondo gli ultimi sondaggi, che Panorama.it ha potuto visionare a Bucarest qualche giorno fa, sarebbe in leggero vantaggio (con una forchetta che va dal 33 al 37 per cento), il Partito democratico liberale (Pdl) nato nel gennaio 2008 dalla fusione tra il Partito democratico, centristi-conservatori, ed il Partito liberale democratico, liberisti-conservatori. Il Pdl, che è membro del partito popolare europeo, ha visto l’adesione anche di sette deputati eletti dai nazionalisti del Partito “Grande Romania”, quattro deputati eletti dal Partito social democratico e tre eletti dal Partito conservatore. Quasi appaiato (margine tra il 31 e il 35 per cento) è il cartello composto da Social democratici e conservatori, partiti che alla fine di settembre hanno deciso di unirsi, mentre ago della bilancia appare il Partito liberale conservatore (Pnl) del primo ministro in carica Calin Popescu Tairiceanu, che si colloca intorno al 18-20 per cento delle preferenze. Il Pnl, uno dei partiti più antichi della Romania, essendo nato nel 1864 da attivisti nelle lotte per la creazione dello stato di Romania, si fa portavoce delle tradizionali istanze liberali: separazione dei poteri, libero mercato, laicità dello stato. Qualche giorno fa, con un comunicato stampa diretto agli altri candidati (Mircea Geoana del Psd e Theodor Stolojan, candidato del Pdl), Tariceanu aveva invitato l’opposizione “ad aprire un dibattito sul proprio piano d’azione perché, mentre noi abbiamo presentato una serie di misure concrete, loro non l’hanno ancora fatto e continuano a criticare”. Lo stesso primo ministro è al centro di pettegolezzi da parte dei giornali scandalistici che gli hanno attribuito un flirt con la show girl Ramona Badescu (che prontamente ha smentito), per la quale starebbe anche per divorziare dalla moglie.

L’esecutivo, intanto, in pieno clima elettorale, ha segnato un punto a proprio vantaggio approvando l’aumento delle pensioni a 763,7 lei (circa 200 euro) dagli attuali 697,5 (182 euro) a partire dal primo gennaio, come previsto nella Finanziaria 2009. La misura cerca di raddrizzare la situazione negativa in cui si è trovato il governo dopo la polemica sugli aumenti del 50 per cento dei salari degli insegnanti, attualmente in fase di stallo per l’opposizione dell’esecutivo che ritiene la manovra insostenibile dal punto di vista economico. Se il Psd arriverà al potere, ha annunciato il candidato premier Geoana, aumenterà i salari minimi, le pensioni, taglierà le spese pubbliche, diminuendo il numero delle agenzie governative. Dal suo canto, il candidato del Pdl, Stolojan, ha avvertito che potrebbero essere necessarie misure di austerità, una riduzione delle spese nel contesto dell’attuale crisi economica, anche per rispettare l’impegno preso con l’Ue di mantenere il deficit sotto il 3 per cento del pil, promettendo trasparenza per le finanze pubbliche.

Le incertezze del voto. Secondo alcune fonti giornalistiche romene incontrate da Panorama.it a Bucarest, “la situazione non è per nulla chiara a partire dal voto, che non è più soltanto riferito alle liste dei partiti, ma permette l’indicazione di preferenza e questo ha spinto alla candidatura di volti noti come attori, giornalisti o cantanti, cosa che non è piaciuta molto al popolo romeno”. “Positivo invece che per la prima volta sono previsti quattro seggi alla camera e due al senato eletti dai romeni che vivono all’estero – aggiungono i giornalisti locali – ma molto dipenderà dalle decisioni del presidente della repubblica, uomo potente e per molti scomodo, cui il mandato è stato prolungato a cinque anni, mentre il parlamento continua ad essere rinnovato ogni quattro”. Personaggio scomodissimo per tutti i partiti tranne che per il Partito democratico liberale (di cui è il mentore spirituale) e ultimamente anche per il Partito nazionalista (che spera così di ottenere più voti per superare la soglia di sbarramento), il presidente della Repubblica, Traian Basescu, ha ribadito che dopo le elezioni sarà lui ad avere l’ultima parola. Secondo Basescu, molti candidati ostentano eccessiva sicurezza, mentre nessuno deve ritenersi sicuro di poter aspirare a diventare primo ministro. “È possibile che venga nominato uno dei tre candidati che si sono annunciati come futuri primi ministri, ma è altrettanto possibile che qualcun altro ottenga l’incarico - ha dichiarato Basescu - È una questione di responsabilità che analizzerò personalmente”.

Gli analisti ritengono necessaria la formazione di un’alleanza dopo le elezioni, in quanto nessuno dei tre grandi partiti potrà ottenere più della metà delle preferenze. Stolojan proviene da un partito sostenuto dal presidente che è, in un certo senso, in “debito” verso di lui. Quattro anni fa, per motivi di salute, proprio Stolojan decise di ritirarsi all’ultimo momento dalla corsa alla presidenza della Repubblica, spianando la strada alla candidatura di Basescu con l’alleanza “Dreptate si Adevar” (Giustizia e Verità). Secondo la stampa romena, se la situazione politica post elettorale dovesse rivelarsi agitata nel difficile dialogo tra il Partito liberale, quello socialdemocratico e il capo dello stato, potrebbero entrare in scena altri due candidati alla poltrona di premier: Emil Boc, presidente del Partito democratico liberale, oppure un tecnico come il governatore della Banca centrale, Mugur Isarescu, già premier in passato. Le consultazioni per la formazione del nuovo governo inizieranno dopo il 12 dicembre, una volta scaduto il mandato di Tariceanu. Basescu non nasconde il suo desiderio che la Romania abbia subito un governo con una solida maggioranza in parlamento e spera che la crisi internazionale agisca come catalizzatore per costringere a prendere decisioni rapide e benefiche per il Paese.

  • marino.petrelli
  • Domenica 30 Novembre 2008

Scontri in Nigeria tra musulmani e cristiani: centinaia di vittime

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  • Tags: elezioni, jos, Nigeria, scontri
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Ibadan

Soldati nigeriani pattugliano le strade

Sale la tensione nella città nigeriana di Jos, Stato dell’Altopiano: da ieri sono iniziati scontri interconfessionali, dopo lo svolgimento di elezioni locali hanno provocato un gran numero di morti. Secondo un corrispondente locale di Radio France International le persone uccise si conterebbero a centinaia. Altre fonti sono più caute: fonti giornalistiche e organizzazioni umanitarie presenti sul posto parlano di 20 morti. Sarebbero la conseguenza delle violenze che stanno opponendo cristiani e musulmani, con gli uni che si sono dati ad incendiarie moschee e gli altri che hanno risposto facendo altrettanto con le chiese. Il picco delle ostilità è stato raggiunto nel 2004, quando sono morte 700 persone nello Stato dell?altopiano (Plateau State) durante gli scontri fra cristiani e musulmani. Jos, capitale della regione, ha una lunga storia di violenze che hanno reso difficile l’organizzazione del voto: una rivolta nel 2001 ha ucciso mille persone.

Il governatore dello Stato ha oggi proclamato il coprifuoco in quattro quartieri della città. “Ero nella moschea centrale”, ha raccontato il corrispondente da Jos di Radio France Internationale, Aminu Manu, “e ho contato 378 cadaveri, quando stavo per uscire ne ho visti altri tre”. Oltre alle centinaia di morti, migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa degli scontri scoppiati tra cristiani e musulmani in seguito alle elezioni locali. “Sono state uccise centinaia di persone da quando sono iniziate le rivolte, due giorni fa”, ha confermato un sacerdote cristiano, Yakumu Pam, “resti di corpi umani bruciati sono agli angoli della città, è terribile”. La radio locale Plateau ha riferito che il governatore dello Stato, Jonah Jang, ha imposto il coprifuoco in quattro distretti della città, ordinando alla polizia di sparare a chiunque non lo rispetti e prosegua nella protesta. Il bilancio delle vittime è ancora del tutto provvisorio e, secondo i reporter, le violenze stanno proseguendo senza sosta. Circa 300 giovani, musulmani e cristiani, sono stati arrestati dalla polizia per aver preso parte alle manifestazioni e un centinaio sono stati feriti a colpi di pistola dalla polizia. “Oltre 10mila persone sono state messe in fuga dalle loro case e stanno ora cercando rifugio nelle chiese, nelle moschee e nella caserme della polizia”, ha riferito un ufficiale della Croce Rossa a Jos che ha raccontato come le strade siano piene di cadaveri: “Siamo preoccupati per il possibile scoppio di un’epidemia”.

Disordini, atti di vandalismo, saccheggi: alcuni luoghi di culto, appartenenti sia a cristiani sia a musulmani, sono stati dati alle fiamme. L’intervento di esercito e polizia è stato violento. Molti affermano di essere stati feriti da colpi sparati dalle forze dell’ordine. Tutto è cominciato quando si sono diffuse voci che un candidato del “Partito di tutti i nigeriani” aveva perso nella gara col candidato del “Partito democratico del popolo“, in elezioni a livello federale. Essendo la prima una formazione tradizionalmente musulmana e la seconda soprattutto cristiana, il confronto ha assunto subito carattere interconfessionale. Per mantenere l’ordine a Jos sono stati inviati rinforzi dell’esercito.

  • redazione
  • Sabato 29 Novembre 2008

Attacco a Mumbai: così i Talebani hanno voluto dare una “lezione” all’India

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  • Tags: Al Qaeda, attacco, hotel, India, indu, mumbai, New-Dehli, occidente, Pakistan, strage, talebani, terrosristi
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Mumbai

Mumbai

Dietro l’attacco a Mumbay c’è Al Qaeda. Che ha punito l’India per un motivo preciso: la stretta collaborazione di New Delhi con la Nato in Afghanistan. Un’alleanza che da molto fastidio al network di Osama Bin Laden e ai Talebani. Questa è l’analisi di Syed Saleem Shahzad, importante giornalista d’inchiesta pachistano, caporedattore di Asia Times Online, la versione web del prestigioso giornale di Hong Kong. Shahzad cita le sue fonti vicine ai gruppi terroristici islamici. E non ha dubbi.

“La carneficina era stata organizzata da tempi. Da tempo si voleva dare una ‘lezione’ al governo indiano a causa della cooperazione con il presidente afghano Karzai. Negli ultimi mesi, sono stati firmati diversi contratti, l’India ha offerto aiuti a Kabul”. Dietro le parole del giornalista - che ha firmato numerosi reportage dai luoghi più pericolosi della regione - si intravvede la volontà degli islamisti non solo di isolare il governo di Karzai ma anche il tentativo di tagliare i legami tra l’India e l’Afghanistan per evitare che New Dehli possa assumere un ruolo geo-strategico in quel paese. Chi in quell’area ha sempre voluto che gli indiani stessero lontani dalle alte cime afghane, sono stati i generali dell’Isi, il servizio segreto pachistano. Ma in questo caso, dice l’inviato di Asia Times, l’Inter-Services Intelligence non c’entra.”Faccio riferimento sempre alle mie fonti” dice Syed Saleem Shahzad. “So che in passato gli 007 pachistani hanno avuto un ruolo in attacchi destabilizzanti contro l’India, soprattutto in Kashmir, dove Islamabad ha condotto una guerra per procura attraverso i gruppi fondamentalisti armati. Ma l’Isi è estraneo all’attacco di Mumbay”. L’analisi del cronista e scrittore pachistano è basata sul fatto che il nuovo governo del premier Yusuf Raza Gilani ha tentato di fare pulizia all’interno dell’apparato di intelligence, con l’obiettivo di epurare gli ufficiali più legati ai settori islamisti. No, ribadisce Shahzad: Al Qaeda voleva mandare da molto tempo un messaggio all’India. “Quel paese non era mai stato uno degli obiettivi principali, ma nel corso degli anni, il coinvolgimento di New Dehli alla ‘War on Terror’ è diventato sempre più importante e strategico. Una politica guardata con odio dagli islamisti. Quando poi, l’esecutivo indiano ha iniziato a stringere i rapporti con Kabul, la centrale del terrore ha deciso di agire. Recentemente, l’India ha stabilito accordi militari per l’addestramento delle forze di sicurezza afghane. Non solo. Ha anche varato delle intese con la Nato per la fornitura di materiale necessario per mandare avanti la guerra contro i Talebani”

Secondo il giornalista di Asia Times c’è un altro motivo, molto specifico per cui Mumbay è stata attaccata. Gli indiani stanno costruendo una importantissima autostrada in territorio afghano. Una via che attraverserebbe l’intero paese e finirebbe in un importante porto iraniano, tagliando fuori alcune delle zone ora controllate dai talebani”. Per questo, l’India è stata “violata”. Ma Al Qaeda ha colpito Mumbay perché in quella regione dell’Asia è ancora forte? Ha riportato con quell’azione in auge lo spettro del terrorismo globale perché non è in grado ora di colpire l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti? ” Forse è vero che il network ora sia indebolito, che non abbia i mezzi per evitare le maglie preventive dell’intelligence. Ma penso che, in realtà, Al Qaeda sia attrezzata per attaccare gli interessi americani in Europa”. L’Idra a Sette Teste, secondo il giornalista d’inchiesta pachistano è ancora forte.

I progetti di Al Qaeda in Pakistan

LEGGI ANCHE: Mumbai, espugnato il Taj Mahal - Dopo Mumbai, le altre polveriere dell’India - L’ex capo dell’intelligence pakistana accusa gli indù - Le mosse di Obama dopo la strage a Mumbai - Liberati cinque italiani nella notte - Chi c’è davvero dietro l’attacco di Mumbai - Terrorismo, tutti gli attacchi simultanei contro diversi obiettivi -Citizen Journalism, gli attentati raccontati sulla rete

  • michele.zurleni
  • Sabato 29 Novembre 2008

Mumbai: il cuoco Emanuele sfida la morte e porta il latte alla figlia

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  • Tags: Al Qaeda, attacco, hotel, India, indu, mumbai, occidente, strage, terrosristi
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cuocoita

Un incubo nell’incubo: questa è la storia vissuta da Emanuele Lattanzi, cuoco dell’Hotel Oberoi, uno degli alberghi di lusso di Mumbai preso di mira dai terroristi. Una storia che mai avrebbe immaginato e che lo ha portato a rischiare la vita per salvare sua figlia. Quaranta ore al cardiopalma per Emanuele, che in un attimo è sprofondato in un doppio dramma: quello di avere la moglie e la figlia di pochi mesi di fatto sequestrate in una camera dell’albergo e vedere le ore passare inesorabili, sapendo che la sua piccola Clarice rischiava di morire di fame.
Sono tante 40 ore per una bimba così piccola. Troppe, ha pensato Emanuele, che ha rotto gli indugi e, sfruttando la conoscenza dell’edificio, ha deciso di entrare anche se le autorità indiane ancora setacciavano i piani dell’hotel. “Dopo due notti che sono stato in pensiero per mia moglie alla fine stamattina sono riuscito ad entrare e a portare il latte a mia figlia”, ha detto Lattanzi esausto ma rilassato dopo aver potuto riabbracciare i suoi familiari.
Un “gesto coraggioso”, lo ha definito il ministro degli Esteri, Franco Frattini, subito informato della vicenda. Sin dall’inzio Emanuele, grazie ai ripetuti contatti telefonici con la moglie, aveva capito che uno dei problemi era proprio l’alimentazione della figlioletta. Ma nell’enorme edificio che ospita l’Oberoi, i terroristi giravano armati fino ai denti e l’impresa era troppo rischiosa. Fino a quando, la sera prima, le forze speciali indiane avevano iniziato la bonifica dell’albergo rendendo più possibile l’operazione.
Inoltre i terroristi non occupavano tutto l’albergo, ed alcuni piani, ha spiegato una fonte informata, erano sicuri sin dall’inizio dell’attacco. I terroristi infatti erano distribuiti solo in alcuni punti ed anche alcuni ostaggi si muovevano con cautela tra piano e piano. Anche lo stesso direttore dell’albergo si è mosso più volte all’interno del pericolosissimo Oberoi. Ciò non toglie che il cuoco italiano ha resistito fino a questa mattina e, nonostante le autorità indiane continuavano a consigliare prudenza perché qualche terrorista poteva essere sfuggito alla “bonifica”, ha deciso di entrare. Con in tasca il latte in polvere per la figlia Clarice.

Prima che la piccola fosse liberata, il cuoco italiano dell’hotel Oberoi era corso nell’albergo ancora occupato dai terroristi per portare il latte in polvere alla bambina. Frattini: “Un gesto coraggioso”. LEGGI ANCHE: Dopo Mumbai, le altre polveriere dell’India - L’ex capo dell’intelligence pakistana accusa gli indù - Le mosse di Obama dopo la strage a Mumbai - Liberati cinque italiani nella notte - Chi c’è davvero dietro l’attacco di Mumbai - Terrorismo, tutti gli attacchi simultanei contro diversi obiettivi -Citizen Journalism, gli attentati raccontati sulla rete

  • redazione
  • Sabato 29 Novembre 2008

Mumbai, espugnato il Taj Mahal: morti gli ultimi terroristi

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  • Tags: attentati, India, mumbai, tajmahal
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Soldati a Mumbai

Soldati a Mumbai

Mumbai torna a respirare: le teste di cuoio indiane questa mattina hanno preso il controllo anche dell’hotel Taj Mahal, uccidendo gli ultimi tre estremisti, dopo circa 60 ore da quando un gruppo di terroristi ha scatenato l’inferno. Il bilancio delle vittime è salito ad almeno 195, di cui 22 stranieri. Continua il ritrovamento di corpi senza vita nell’albergo dove sono in corso le operazioni di ‘ripulitura’, secondo uno dei vigili del fuoco sul posto ”ci sono decine di corpi su un solo piano” dell’hotel. “Tutte le operazioni sono terminate, tutti i terroristi sono stati uccisi”, ha annunciato il capo della polizia di Mumbai, Hassan Gafoor: le autorità indiane ritengono che il commando terroristico fosse composto da almeno 15 elementi. “Era gente senza rimorsi, sparavano su chiunque gli si parasse davanti”, ha raccontato un agente delle forze speciali. Negli ultimi combattimenti e’ rimasto ucciso un militare dei Black Cats, corpo d’elite indiano. I vigili del fuoco sono stati impegnati per spegnere alcuni incendi scoppiati al Taj Mahal mentre le forze di sicurezza ispezionavano una per una le 565 stanze e sale dell’albergo per controllare si vi fossero state piazzate cariche esplosive.

I media locali riferiscono che i terroristi avevano un piano per far saltare in aria l’hotel Taj Mahal: le rivelazioni sono attribuite a un estremisti catturato che avrebbe confessato sotto interrogatorio. Si tratta di Azam Amir Kasav, di 21 anni, proveniente dal Faridkot pachistano, scrive il Times online. Azam, insieme con un altro uomo, era tra coloro che aveva aperto il fuoco alla stazione centrale di Mumbai mercoledì. Durante l’operazione Azam ha anche ucciso un ispettore di Polizia, scrive il giornale.

Apparentemente gli attentatori disponevano di esplosivo sufficiente a far effettivamente saltare in aria l’albergo. Fonti hanno riferito a tv indiane che i terroristi avevano intenzione di “ridurre ad un cumulo di macerie” il Taj hotel e di replicare il disastro del Marriott ad Islamabad dello scorso settembre. Intanto il capo della polizia di Mumbai, Hasan Gafoon, ha riferito che erano dieci i terroristi giunti a Mumbai, di questi “ne abbiamo uccisi nove mentre uno è stato catturato vivo”, ha detto. E nella città provata da quasi tre giorni di braccio di ferro tra terroristi e forze speciali, passati con il fiato sospeso anche per la sorte degli ostaggi - tra cui sette italiani tutti salvi - che fino a ieri erano rimasti bloccati negli edifici presi d’assalto, oggi sono in corso i funerali solenni di Hemant Karkare, il capo della squadra antiterrorismo (Ats), di 58 anni, rimasto ucciso mercoledì negli scontri scoppiati subito dopo gli attacchi.
Una lunga processione, con un grande ritratto di Karkare messo ben in vista su un veicolo decorato da corone di fiori, sta attraversando le strade di Mumbai tra due ali di folla commossa. I funerali di Karkare sono trasmessi in diretta dall’emittente Ndtv, che sottolinea al tempo stesso il coraggio e l’eroismo degli altri componenti delle forze di sicurezza indiane rimasti uccisi negli scontri con i terroristi.

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  • redazione
  • Sabato 29 Novembre 2008

Dopo Mumbai, le altre polveriere dell’India

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oltre 100 morti
Indipendentisti, integralisti islamici, maoisti. Dal Kashmir all’Andhra Pradesh e dal Gujarat all’Assam, non c’è quasi area della federazione indiana in cui i responsabili della sicurezza non debbano fare i conti con formazioni armate. Che hanno basi fra le montagne o in piena giungla e spesso operano in zone di confine, dove possono facilmente sfuggire alla cattura riparando nei paesi vicini: Pakistan, Nepal, Bhutan, Bangladesh. A rischio è senz’altro il Kashmir. La regione dell’Hymalaya a maggioranza musulmana e per il cui controllo l’India ha combattuto due guerre contro il Pakistan, è da sempre il crogiolo delle tensioni fra le comunità indù e islamica, esplose più volte in atti di terrore in diverse parti del paese che hanno causato centinaia di vittime. Da 20 anni è teatro di un conflitto civile costato la vita a decine di migliaia di persone. Vi operano diversi gruppi indipendentisti d’ispirazione integralista islamica.
Questi gruppi, che secondo New Delhi, contano sull’appoggio di settori dei servizi segreti pachistani, di recente si sono avvicinati alla bandiera del Lashkar-e-Taiba, entrato a sua volta in un sodalizio con il Movimento degli studenti islamici indiani (SIMI) per creare l’organizzazione-ombrello nazionale degli Indian Mujahedin (IM). All’IM, sostengono gli esperti dell’intelligence, fa riferimento anche il gruppo Mujaheddin del Deccan che ha rivendicato gli ultimi attacchi di Mumbai.
In Kashmir l’esercito indiano mantiene i contingenti più agguerriti, dislocati lungo la cosiddetta Linea di Controllo, che costituisce la parte più settentrionale della frontiera con il Pakistan, mai definita con chiarezza. Attualmente è in vigore un cessate il fuoco che viene però violato ogni giorno con piccole scaramucce. New Delhi spende oltre un milione di dollari al giorno per mantenere i reparti attestati sul ghiacciaio Siachen, il campo di battaglia più alto del mondo.
A rischio è anche il Gujarat: lo stato che guarda sul Mar d’Arabia, con una cospicua componente musulmana, è fra quelli in cui le tensioni etnico-religiose sono più forti. Teatro di violenti scontri di strada fra le comunità musulmana e indù nel 2002, è la base di gruppi vicini all’IM. A questo farebbe riferimento il gruppo Harkat-ul-Jihad-al-Islami, che ha firmato la serie di 21 attentati in cui il 26 luglio scorso 57 persone hanno perso la vita ad Ahmedabad.
Anche lo stato di Bihar, il più popoloso e povero di tutta l’India, è percorso da tensioni sociali che hanno fatto da humus a gruppi maoisti armati, noti con il nome di naxaliti e coordinati in un fronte dal Partito Comunista dell’India-Marxista Leninista. I guerriglieri, che controllano parte delle aree montuose settentrionali, dove hanno persino fabbriche di armi e riscuotono tasse, arrivano ad agire anche in Uttar Pradesh, lo stato dove si trova New Delhi. Per anni hanno agito con l’appoggio dei maoisti che controllavano il sud del confinante Nepal e sono ora al potere a Katmandu.
Con una guerriglia di lunga durata ma a bassa intensità, fatta perlopiù di attacchi a stazioni di polizia e villaggi, i naxaliti mantengono aperto verso la frontiera con il Nepal il cosiddetto “corridoio rosso”, che si estende a sud attraverso foreste pluviali degli stati Jharkhand e Orissa, per dividersi in un ramo di sudest, verso il Bengala Occidentale, e uno di suodvest, verso Chattisgarh e l’Andhra Pradesh. In molte delle aree attraversate dal corridoio rosso la situazione sicurezza è complicata dalla presenza di gruppi tribali con mire autonomiste che vengono facilmente reclutati dai maoisti. Nelle incursioni contro mezzi e reparti delle forze federali, i maoisti usano armi automatiche ed esplosivi, mentre i tribali ricorrono spesso ancora ad asce e archi e frecce.
Nel mirino dei servizi c’è anche il Bengala Occidentale. Negli ultimi anni Calcutta e la regione circostante, stando all’intelligence indiana, sono diventate punto di passaggio di terroristi che da Pakistan e Afghanistan cercano di raggiungere il Bangladesh, dove avrebbero ricostituito cellule militanti.
In fine, una possibile polveriera è anche lo stato di Assam, con la confinante area del Nagaland. Questo stato sui contrafforti dell’Hymalaya Orientale è infatti abitato in gran parte da popolazioni tribali che da sempre rivendicano l’indipendenza.
I fronte della guerriglia è guidato dall’ULFA (United Liberation Front of Assam), che controlla alcune delle aree più impervie e per sfuggire ai federali sconfina spesso in Bhutan.

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  • redazione
  • Venerdì 28 Novembre 2008

Mumbai, l’ex capo dell’intelligence pakistana accusa gli indù

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  • Tags: mumbai
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oltre 150 morti e 300 feriti

Il governo indiano guarda al Pakistan per trovare gli autori del massacro di Mumbai. Pensa ai gruppi terroristici islamici e alle loro connessioni con una parte dell’establishment di Islamabad per spiegare la spettacolare azione militare. R.R..Patil, il ministro dell’interno del Maharashtra, lo stato dove si trova la città violata, ha detto che uno dei terroristi arrestati è un cittadino pachistano. Il premier Manmohan Singh ha chiesto ufficialmente al primo ministro del Pakistan Yusuf Raza Gilani di inviare a New Delhi il generale Ahmed Shuja Pasha, capo dell’ISI, il potente servizio segreto di Islamabad, uno Stato nello Stato, una struttura in grado di condizionare la politica di ogni governo pachistano. Lui dovrà dare tutte le informazioni disponibili sulla galassia delle formazioni armate islamiche che agiscono nella regione, che spazia tra l’Afghanistan, il Pakistan, la contesa regione del Kashmir e l’India. Lui dovrà fornire tutte le spiegazioni del caso, visto che gli indiani sospettano che proprio l’Isi possa avere avuto un ruolo nella carneficina.
In passato, l’Inter-Services Intelligence è stato accusato di aver preso parte ad altri attacchi contro obiettivi indiani. Con uno scopo preciso: destabilizzare il processo di normalizzazione dei rapporti con New Dehli. Sospetti suffragati da prove, come quelle scovate dal governo statunitense che indicavano un coinvolgimento dell’Isi nell’attentato contro l’ambasciata indiana a Kabul nei mesi scorsi. Attraverso la “manovalanza” islamica, i generali che compongono il vertice dell’apparato di sicurezza condurrebbero un’autonoma politica tesa ad aumentare la potenza del Pakistan nella Regione.

Uno dei personaggi chiave di questo connubio è Hamid Gul. Ex capo del potente apparato di intelligence, dopo essere entrato in politica con un partito filo-islamico, è stato accusato di essere dietro alcuni degli attentati più cruenti compiuti per destabilizzare il Pakistan, tra cui l’omicidio di Benazir Bhutto. Gul ha accettato di rispondere ad alcune domande di Panorama.it. La prima è diretta. Chi sono i mandanti e gli esecutori della strage di Mumbay ? “E’ troppo presto per dirlo” risponde l’ex alto ufficiale “Spesso l’India ha accusato a torto il Pakistan. Secondo me, si deve guardare dentro le contraddizioni indiane per capire quello che è successo. Si deve osservare come il passaggio da un socialismo temperato ad un capitalismo sfrenato - che ha fatto dell’India un alleato strategico dell’imperialismo statunitense - abbia creato delle fortissime tensioni interne. Quindi, il mio invito è quello di guardare all’India e non fuori, per cercare i colpevoli”. Il gioco di Gul è chiaro: rimandare la palla nel campo avversario. Con la sua voce profonda, al telefono da Islamabad, respinge anche le accuse di un coinvolgimento dei gruppi terroristici islamisti. Secondo lui non avrebbero avuto alcun motivo per colpire. Ripete che questo è un “internal job”, un lavoro fatto all’interno dell’apparato di sicurezza indiana. E per giustificare la sua tesi, afferma che ai commandos che hanno sparso il terrore e la morte a Mumbay è stata data una sostanziale libertà di movimento. Con poche battute secche, l’ex capo dell’Inter Services Intelligence bolla come “stupidaggini” le analisi secondo le quali, dietro il massacro ci sarebbe proprio l’apparato di cui è stato il numero uno.

“È un’ agenzia di sicurezza molto seria. Non agisce in questo modo. E poi, perché avrebbe dovuto farlo, vista la situazione di già forte tensione politica in cui vive il paese?”. Per molti osservatori, questa che appare una domanda retorica da parte sua, in realtà sarebbe proprio la chiave di lettura per spiegare il perchè l’Isi sarebbe interessato a creare ulteriore caos. Ma Gul non ne vuole sentire parlare. Preferisce rilanciare le sue accuse a settori nazionalisti-religiosi indù. “Si deve guardare a quelli, alle difficoltà economiche dell’India, alle risposte insoddisfacenti del suo governo, alle tensioni religiose” dice il generale “Guardate agli ambienti fondamentalisti indù, molto forti nello stato del Maharashtra, che hanno avuto sicuramente l’aiuto dell’intelligence e dell’esercito indiano”. Per completare la sua analisi questo controverso personaggio, chiama in causa anche Barack Obama. Gli serve per rinforzare le sue accuse. “Lui ha detto di voler risolvere in termini equi il conflitto sulla regione contesa del Kashmir. Gli indù non vogliono una soluzione di mediazione.”

L’attacco di Mumbay sarebbe un messaggio in questo senso al neo eletto presidente Usa. Più che le risposte ad un’intervista, quello di Hamid Gul sembra un proclama di guerra santa religiosa. Quella che i fondamentalisti religiosi di entrambi i paesi vogliono condurre nella regione a cavallo tra l’India e il Pakistan.

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  • michele.zurleni
  • Venerdì 28 Novembre 2008

Londra: arrestato il ministro ombra dell’Immigrazione

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Londra
Lo hanno prelevato da casa sua, ad Ashford, in pieno pomeriggio. E a bussare alla sua porta, nei giorni degli attentati a Mumbai, sono state le unità antiterrorismo inglesi, che poi lo hanno trattenuto e interrogato fino alle 23 di ieri sera. Ma Damian Green, il ministro ombra dell’Immigrazione inglese, uno degli uomini di punta del Partito conservatore, col terrorismo non ha avuto niente a che fare. “Ha diffuso documenti e notizie che il Governo voleva tenere segrete”, hanno accusato gli uomini di sua Maestà la regina. “Tutte sciocchezze” ha replicato piccato Green dopo essere stato rilasciato “Mi hanno arrestato perché ho fatto il mio lavoro”.
Un episodio destinato a influenzare il clima politico inglese, dove - dopo mesi duri - il primo ministro Gordon Brown era riuscito a ritrovare un po’ di consenso e di dialogo con l’opposizione, grazie alla crisi economica. Un dialogo che ora rischia di andare in fumo. “È stata un’operazione stalinesca” ha attaccato il leader dei Tories David Cameron “L’hanno condotta con una durezza senza precedenti e deve essere stata autorizzata molto in alto”, ha concluso facendo intendere che il rivale Brown ne fosse a conoscenza.
Non si è fatta attendere la replica dal numero 10 di Downing Street, che è stata irremovibile. “Il primo ministro non ne sapeva nulla, è nato tutto da un’indagine interna del ministero dell’Interno”, ha fatto sapere il portavoce di Brown. Un’indagine che era rivolta a capire come certi documenti, compreso un memorandum del ministro Jacqui Smith per i colleghi di governo, fossero finiti nelle mani della stampa. Dopo la sospensione di un giovane dirigente dell’Home Office, dieci giorni fa, gli investigatori sono arrivati a Green, che aveva ricevuto dal funzionario informazioni ben precise che il Governo avrebbe voluto tenere riservate.
Da qui, l’alzata di scudi dell’opposizione. “Sembra di essere nello Zimbabwe di Mugabe” ha commentato un collega di Green “Se volevano parlare con lui non serviva questa sceneggiata, bastava alzare il telefono e chiamarlo”. Chissà se anche a Gordon Brown basterà fare così ora per riallacciare il dialogo con l’opposizione o se sarà rimesso di nuovo all’angolo.

  • matteo.buffolo
  • Venerdì 28 Novembre 2008
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