
A Chicago e a Phoenix tutto è pronto per la grande festa della notte del 4 novembre. Nessuno può sapere chi si presenterà sul palco come il 44esimo presidente della storia americana, se Barack Obama o John McCain, ma una cosa è certa: il party non durerà a lungo. Poche ore dopo la fine delle danze il nuovo eletto sarà chiamato alla sua prima decisione importante: scegliere il nuovo segretario del Tesoro destinato ad affrontare la crisi economica più grave degli ultimi 50 anni. E il 15 novembre il nuovo presidente potrebbe partecipare al suo primo summit economico insieme agli altri leader mondiali.
Stavolta i 76 giorni che separano il voto dall’insediamento a gennaio 2009 non saranno un periodo di quieta transizione. Al nuovo inquilino della Casa Bianca non servirà molto tempo per capire che vincere è la parte più facile del lavoro. Convinti di avere l’elezione in pugno e consapevoli delle sfide che li aspettano, i consiglieri di Barack Obama si sono già messi a leggere libri sui primi 100 giorni della presidenza di Franklin Delano Roosevelt. Ma Robert Dallek, lo storico della presidenza che alcuni di quei libri li ha scritti, spiega a Panorama che il paragone invocato ora da tanti è improprio: “Roosevelt arrivò alla Casa Bianca nel 1933, quando la Grande depressione era già in corso da tempo. Per il nuovo presidente il compito è ancora più arduo, perché bisogna affrontare in corsa una crisi globale iniziata da poco di cui l’unica cosa che si capisce è la sua estrema gravità”.
La stagnazione economica e i crolli di borsa hanno trasformato il mondo di cui Obama e McCain hanno parlato nei 18 mesi della campagna elettorale più lunga e costosa della storia americana. All’inizio della corsa la maggioranza degli elettori era preoccupata dalla guerra interminabile in Iraq, ora a indignarli è la lentezza della risposta del governo alla crisi del credito. Allora al centro del dibattito era il pericolo Al Qaeda, ora è l’economia il nuovo terrorismo: la paura di milioni di risparmiatori è di perdere casa e risparmi.
Per mesi i due candidati hanno messo al centro del dibattito riforma sanitaria e tagli delle tasse, senza sapere che nel frattempo si stava preparando un 11 settembre della finanza che avrebbe portato alla dissoluzione delle cinque maggiori banche americane, e al trasferimento della capitale dell’economia da Wall Street a Washington.
“Non importa chi arriverà alla Casa Bianca: un nuovo ciclo della politica americana è già cominciato” sostiene Francis Fukuyama, che insegna economia politica internazionale alla Johns Hopkins di Washington. “La crisi ha ufficialmente segnato la fine dell’era reaganiana, che a partire dal 1980 ha dominato il mondo delle idee in base a una ricetta fatta di tasse più basse, deregulation e ruolo ridotto del governo”.
Per circa 30 anni, compreso il periodo in cui a occupare la Casa Bianca fu Bill Clinton, il governo a Washington è stato considerato il problema, non la soluzione. Ma ora anche McCain, che pure ha sempre annoverato Reagan tra i suoi eroi, sembra essere arrivato alla conclusione che per salvare il capitalismo dai capitalisti sono necessarie nuove regole del gioco.
Come accadrà non è chiaro, ma d’altra parte anche Roosevelt prima di essere eletto non sapeva come avrebbe realizzato quel New deal di cui aveva parlato. Entrambi i candidati pensano che, oltre alle istituzioni finanziarie, il governo debba aiutare chi non può più permettersi il mutuo o sta per perdere la casa.
McCain vorrebbe che il dipartimento del Tesoro si facesse carico dei mutui subprime, emettendone di nuovi a spese del contribuente. Obama propone una moratoria di 90 giorni durante i quali rinegoziare gli accordi a rischio. Molto dipenderà dall’esito delle elezioni del Congresso: una maggioranza assoluta dei democratici al Senato, oltre che alla Camera, darebbe a Obama un mandato di forza storica.
Quale sia la missione del nuovo presidente americano è chiaro: “Il suo primo compito sarà ristabilire la fiducia. Prima di tutto quella tra il mondo e gli Stati Uniti, ma anche quella tra le banche e quella tra la gente e l’intero sistema finanziario” dice a Panorama lo storico Niall Ferguson, che studia il rapporto fra le superpotenze e il sistema economico, autore del saggio Ventesimo secolo in uscita dalla Mondadori. Ferguson non crede a una guida europea nella gestione della crisi: “Che sia Washington a dovere segnare la strada lo hanno deciso i risparmiatori di tutto il mondo, che dall’inizio della crisi hanno cercato rifugio nei buoni del Tesoro americano, rafforzando il dollaro”.
Secondo lui, dopo che l’emorragia dei listini si sarà fermata, il nuovo presidente non dovrà cadere nella tentazione di imbrigliare i mercati con troppe regole: “Il sistema capitalistico è pronto a crisi cicliche ma resta sano, su questo sia McCain sia Obama sembrano essere d’accordo” spiega. “Bisogna trovare con urgenza un nuovo modello per affrontare il problema dell’origine e dei livelli del credito che permette al sistema finanziario di funzionare. Ed è urgente farlo anche per questioni di sicurezza nazionale: è pericoloso cullarsi nell’illusione che i cinesi continuino a finanziare con migliaia di miliardi il deficit americano senza porre prima o poi condizioni per la loro generosità”.
Secondo gli ultimi calcoli, il deficit che aspetta il nuovo presidente, stimato prima della crisi in 450 miliardi, oscillerà tra i 750 e i 1.000 miliardi di dollari. Abbastanza per sgretolare le promesse di tagli alle tasse di McCain o il programma di spesa pubblica di Obama, già giudicato irrealistico da più di un economista.
Secondo Ferguson, almeno Obama cederà alla tentazione di dimenticare il deficit, convinto che solo un programma keynesiano di spesa pubblica possa fare ripartire l’economia americana. Ma per altri le ragioni sono più profonde: “Negli ultimi decenni il ruolo del governo s’è talmente ristretto che non siamo più in grado di rispondere alle emergenze. Finanziarie ma anche naturali, come l’uragano Katrina” sostiene Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute della Columbia University. “O torniamo a investire nel settore pubblico o ci giochiamo il futuro”.
Obama spinge per un fondo di 60 miliardi per l’investimento in infrastrutture, ovvero strade, ponti e linee ferroviarie che spesso negli Usa sono molto degradati. Ora l’America dedica solo il 2,4 per cento della sua spesa alla costruzione e manutenzione delle infrastrutture, contro il 5 per cento dell’Europa e il 9 per cento della Cina. Sia Obama sia McCain hanno poi promesso di raggiungere l’indipendenza energetica durante la loro amministrazione, interrompendo così il trasferimento di centinaia di miliardi di dollari a regimi che spesso non amano gli Stati Uniti. Il candidato democratico parla della conversione dell’economia a energie rinnovabili come del progetto Apollo della sua amministrazione, e con lui si sono di recente schierati economisti come George Soros e il politologo Thomas Friedman. “Sarà la rivoluzione dell’energia a riportare gli Stati Uniti a esportare speranza e ottimismo” dice l’opinionista del New York Times. “Rendere verde l’economia per gli Stati Uniti significa ritornare a essere la guida morale del mondo”.
McCain e Obama hanno cominciato la loro campagna profondamente divisi sul ruolo dell’America nel Ventunesimo secolo. Per il candidato repubblicano è fondamentale che gli Stati Uniti mantengano la supremazia politica e militare, per il democratico nessuna di queste due armi può risolvere problemi globali come la proliferazione nucleare o i cambiamenti climatici. Però nel corso del tempo le loro posizioni si sono stemperate.
Adesso il candidato democratico usa toni da falco più duri di McCain quando parla della necessità di azioni preventive contro i terroristi, anche sul territorio di paesi alleati tipo il Pakistan. Sebbene abbia fatto dell’opposizione all’intervento in Iraq il tema principale della sua campagna, dopo il successo della strategia del “surge” Obama ha smussato i suoi toni perentori sul ritiro delle truppe dal paese.
Ma è molto più interventista di McCain quando parla dell’obbligo morale americano di agire nelle grandi crisi umanitarie come quella del Darfur. Per entrambi i candidati la nuova emergenza è l’Afghanistan, tuttavia nessuno dei due sembra avere invece una soluzione al problema di come fronteggiare la minaccia iraniana.
Dopo avere intonato in pubblico un inno al bombardamento dell’Iran sulla musica dei Beach Boys, McCain di recente si è allineato alla linea della seconda amministrazione Bush, quella delle sanzioni economiche. Mentre Obama, accusato di inesperienza per avere parlato di colloqui diretti con i dirigenti iraniani, ora usa toni da tolleranza zero ben più del suo rivale repubblicano: non solo non esclude un intervento militare, anche senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite, ma crede che non debba essere neppure permesso agli iraniani di attivare sul proprio territorio centrifughe per l’arricchimento di uranio a scopi civili. Cosa che McCain ritiene ammissibile.
Obama e McCain hanno ripetuto più volte di sentire il bisogno di restaurare l’immagine americana nel mondo, eppure nessuno sembra voler mettere in discussione i principi fondamentali della dottrina Bush in politica estera. “Il nuovo presidente non porterà rivoluzioni, perché non è così che funziona l’America” spiega lo storico Robert Dallek. “I veri cambiamenti sono determinati dalle sfide della storia e dalla capacità del presidente di affrontarle in modo innovativo. I più grandi condottieri americani sono stati creati da momenti storici gravi come questo”.
- Sabato 1 Novembre 2008

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Il 19 Marzo 2009 alle 12:21 Il programma ambientale di Obama | Roma Biologica ha scritto:
[...] Via Panorama.it, Il Sole 24 Ore, Repubblica, L’espresso, Mybarackobama.com Foto Flickr [...]
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