Chiunque vinca, l’America che si reca alle urne è una Nazione già diversa rispetto al passato. Mentre sulle televisioni di tutto il mondo scorrono le immagini dei candidati che vanno ai seggi per votare, cresce, si fa quasi incandescente, l’attesa per sapere chi, tra Barack Obama e John McCain diventerà il 44° presidente degli Stati Uniti.
Tutti i sondaggi indicano il senatore democratico, ma le sorprese non possono essere escluse. Rimangono ancora molte le incognite. Il sito Drudge Report, specialista di scoop politici, invita analisti, giornalisti e politici a non fidarsi dei primi polls della notte, ma aspettare i risultati finali. Comunque vada, il giudizio di molti analisti è concorde: queste elezioni hanno già segnato un cambiamento. Lo stesso New York Times oggi esce con un articolo in cui si afferma che questa campagna elettorale ha mostrato un volto diverso degli Usa.
“Non credevo di vivere abbastanza per vedere un afroamericano sulla soglia della Casa Bianca”, afferma John Harper, docente della John Hopkins University. “Il fatto che Barack Obama si trovi lì, è un avvenimento, in sé, già straordinario. È il segno della grande maturazione del paese, di come la società americana è mutata, sulla questione razziale per esempio. Allo stesso tempo, la possibile elezione di un candidato nero è anche il frutto della gravissima crisi economica e finanziaria, la più importante da decenni. La sfida che si troverà di fronte è difficile, ma lui ha i mezzi per affrontarla”.
John Harper, politologo, da anni in Italia, conosce bene il suo paese. Parla di questo, come un giorno storico. Se dovesse vincere il senatore dell’Illinois, il messaggio - anche al resto del mondo - sarà chiaro: “La sua vittoria sarebbe un segnale di cambiamento profondo, l’inizio di una nuova epoca dentro e fuori i confini degli Usa. Indicherebbe l’esistenza di un’altra America, capace di dare una rinnovata vitalità al sistema politico statunitense. Un’America in grado - come affermò negli anni ‘40 il presidente Roosevelt - di ’salvare il Capitalismo dalla follia dei capitalisti’. Un paese che è indirizzato verso una sorta di moderno New Deal”.
Se dovesse vincere Barack Obama, secondo il docente universitario, gli Stati Uniti avrebbero un diverso approccio anche con il resto del globo, più aperto, multilaterale. “Il rapporto più dialogante con le altre nazioni, sarebbe il mutamento maggiore. Attenzione, però. Non credo che con Barack, la politica estera americana cambierà radicalmente. Lui pensa che gli Usa debbano essere il paese leader. Ma ascolterà di più gli altri. Ha già indicato le sue priorità, l’Afghanistan, il Pakistan. Cercherà consenso, non farà imposizioni”.
John Harper punta molto sul candidato democratico. Come la maggior parte dell’establishment statunitense. Ma non esclude che sia l’America di John McCain a prevalere nella corsa alla Casa Bianca. “Il candidato repubblicano, nonostante i suoi intelligenti sforzi per distanziarsi, è un uomo in continuità con l’esperienza dell’amministrazione Bush. McCain”, prosegue il docente della Hopkins, “è un uomo onesto, ma non mi sembra in grado di ridare, ristabilire la leadership politica e morale degli Usa nel mondo”.
Il senatore dell’Arizona, sostiene, è volto di una America diffidente con il resto del mondo, rurale e profonda, chiusa nella tradizione politico culturale che ha segnato l’ultimo decennio. Una nazione che ha avuto la capacità di rispondere all’attacco dell’11 settembre, ma che poi ha fatto prevalere la paura. “Chiunque dei due vinca”, prosegue Harper, “nei primi tempi, avrà comunque poco spazio di manovra. Sull’Iran, per esempio. O sulla crisi economica. L’amministrazione Bush ha deciso un intervento statale per salvare il sistema finanziario. Obama o McCain non potranno certo prendere provvedimenti molto diversi. La regolamentazione del mercato è diventata una necessità sia per i democratici sia per i repubblicani. Poi, invece, quando ci sarà di ridistribuire il carico fiscale, sono sicuro, le differenze tra i due emergeranno”.
Gli Stati Uniti sono a un bivio; gli americani devono decidere a chi affidarsi. Il grande coinvolgimento delle primarie e della campagna elettorale, le modalità espresse dal sistema politico e dalla società statunitense, indicano come questo giorno, questo 4 novembre, comunque vada è già, di fatto, nella storia di una nazione che è già cambiata.
- Martedì 4 Novembre 2008
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Commenti
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Il 5 Novembre 2008 alle 0:34 clator ha scritto:
Posso ?
Il 5 Novembre 2008 alle 0:38 clator ha scritto:
Io non riesco a capire come faccia un paese che 4 anni fa ha dato un ampio mandato a Bush , adesso voglia cambiare . Cosa vuole cambiare ? Forse come sempre la paura è una pessima consigliera e io credo che l’abilità dello staff di Obama sia stata quella di sfruttare questa paura per presentarlo come la persona che eliminerà queste paure. Non credo affatto che la situazione possa migliorare con un tocco di bacchetta magica e quindi gli americani si sveglieranno presto dal sogno con i problemi di prima e una delusione in più
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