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“La politica estera americana è una sola: difendere i suoi interessi vitali e l’Africa non è in cima all’agenda statunitense”. Steven Ekovich, professore di Scienze politiche presso l’American University di Parigi taglia corto: l’entusiasmo che ha contagiato milioni di africani scesi in strada per festeggiare il primo presidente nero degli Stati Uniti d’America potrebbe essere fuori luogo. Alla faccia dei comitati pro-Obama che ormai pullulano nelle principali capitali del continente, Ekovich assicura che “l’agenda politica internazionale della Casa Bianca sarà dettata dalle tre aree geopolitiche che maggiormente interessano l’opinione pubblica americana: l’Irak, l’Afghanistan e il Medioriente”. Ospite illustre di un seminario organizzato poche settimane fa a Addis Abeba (Etiopia) dalla Commissione economica dell’Onu per l’Africa sulle possibili implicazioni dello scrutinio statunitense nel continente, Ekovich invitava gli ambasciatori e ufficiali africani presenti in sala a rimanere con i piedi per terra: “Conoscendo Obama e il modo con cui si è presentato di fronte all’elettorato nero degli Stati Uniti, un presidente africano-americano sarà molto più esigente nei vostri confronti rispetto a un presidente bianco”. Di esigenze, finora, il nuovo inquilino della Casa Bianca ne ha avute ben poche. In una campagna elettorale sopraffatta dalla crisi finanziaria, i rari discorsi che il senatore dell’Illinois ha dedicato all’Africa si sono riassunti a due, massimo tre punti: la fine dei massacri in Darfur, l’aumento delle pressioni diplomatiche sul dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe e lo sradicamento della povertà. Per il resto, scena muta. Una scelta sorprendente se, come scrive il giornale africanista Jeune Afrique “agli occhi degli Americani l’Africa è un vero e proprio campo di battaglia” in cui si contano almeno due fronti aperti: la lotta contro il terrorismo islamico e l’accesso alle risorse naturali, in primo luogo petrolifere.
L’eredità di G.W. Bush. Con la tragedia delle Torri Gemelle e la continua instabilità del Medioriente, “l’amministrazione Bush ha riservato al continente africano un’attenzione mai vista sotto l’era Clinton”. Parola di Nicolas Krystof, columnist del New York Times e nemico giurato del presidente uscente che, contro ogni pronostico, ha trovato un altro sorprendente sostenitore di alcune sue iniziative a favore dell’Africa: il cantante e attivista Bono Vox. “Durante il suo secondo mandato” ricorda da Parigi Jeune Afrique, “Bush ha raddoppiato gli aiuti pubblici allo sviluppo (Aps) destinati all’Africa con la previsione di raggiungere quota 8,7 miliardi di dollari nel 2010″. Sebbene assorbita in gran parte dalla cancellazione del debito, l’aumento degli Aps ha favorito la nascita di un Piano d’emergenza contro l’Aids, un programma ideato da Bush junior e grazie al quale circa 1,3 milioni di africani possono ormai accedere ai farmaci anti-retrovirali.
Un altro successo messo a segno dal presidente uscente degli Stati Uniti è stato l’African growth and Opportunity Act (Agoa), la legge sulla crescita e le opportunità economiche promulgata da Clinton, ma rafforzata a dismisura da Bush per consentire al 98 per cento dei prodotti made in Africa di penetrare sul mercato statunitense senza dover subire le “ritorsioni” dei dazi doganali. Risultato: nel 2007 il valore delle esportazioni africane si è molteplicato per sei rispetto al 2001 fino a superare i 50 miliardi di dollari. Nella lista della spesa dei prodotti importati dall’Africa, il petrolio occupa il primo posto. Di fronte alle tensioni che continuano ad agitare il mondo arabo, gli americani hanno deciso di diversificare le loro fonti di approvvigionamento del greggio buttandosi a capofitto nelle operazioni di trivellamento del sottosuolo africano. Tra accordi e strette di mano con i vari Dos Santos (presidente dell’Angola) o Teodoro Obiang Nguema (Guinea Equatoriale), oggi il 20 per cento del petrolio consumato dai cittadini statunitensi proviene dall’Africa. “Garantire la sicurezza delle installazioni petrolifere” sottolinea Jeune Afrique, “è quindi diventato una priorità assoluta” del Pentagono, che ormai può contare sul primo centro di comando militare americano per l’Africa (Africom) inaugurato il 1 ottobre scorso per monitorare le attività di Al Qaida e di altri gruppi militari sovversivi sul continente africano.
Le sfide di Barack. Per molti esperti, l’eredità lasciata da Bush in politica estera metterà a dura prova gli obiettivi geostrategici del suo successore. Nel caso di Obama, il terreno africano è tanto più fragile che il candidato democratico rischia di ritrovarsi schiacciato tra le aspirazioni di decine di milioni di cittadini convinti che le sue origini kenioti ne faranno un presidente filoafricano e la necessità di rimettere in sesto un paese la cui supremazia mondiale è ormai in billico. Nonostante i rimproveri fatti all’amministrazione Bush sul tema dello sviluppo, la crisi finanziaria costringerà Obama a rivedere i suoi piani per aiutare il continente africano a estirparsi dai conflitti e dalla povertà. A smussare i sogni degli africani è stato il presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, di ‘fede’ ultraliberale e noto per la sua vicinanza agli Stati Uniti. In un’intervista rilasciata al canale francofono TV5 Monde, Wade ha insistito sulla necessità “di non farsi troppe illusioni. Il futuro presidente americano avrà troppi problemi per pensare a noi”.
Per ora, il programma africano del senatore democratico rimane piuttosto vago. E quando si tratta di chiarirne le priorità, è il tema della sicurezza che prevale. Dal suo progetto di partenariato emerge la chiara volontà di sviluppare Africom per rafforzare la lotta contro il terrorismo e lo scambio di informazioni tra i servizi di intelligence. Sul fronte Darfur, gli impegni di George Cloney, suo grande sostenitore a Hollywood, non sembrano aver fatto breccia. Durante la campagna elettorale infatti, Obama si è limitato a parlare di “pressioni” per “porre fine al genocidio”. Come? Nessuno lo sa. Di sicuro, il senatore dell’Illinois intende rompere con le logiche di “agressione” dell’amministrazione Bush nei confronti delle Nazioni Unite. Un’apertura degli Stati Uniti al Palazzo di Vetro potrebbe consentire ai caschi blu di lavorare con maggiore serenità su terreni minati come il Darfur o il Congo. Ma alle parole dovranno seguire i fatti. Mr. President, we can, can’t we?
- Sabato 8 Novembre 2008

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Commenti
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Il 8 Novembre 2008 alle 17:05 carlo.tosi ha scritto:
Il nuovo presidente ha davanti a se gravissimi ed urgentissimi problemi da affrontare, ma sembra intenzionato a darsi da fare fin da subito per cercare qualche soluzione o perlomeno prendere iniziative concrete per riportare sotto controllo le tante questioni nazionali ed internazionali aperte. Non sappiamo se ce la farà, per il momento appreziamo la sua volontà di affrontare subito i problemi. Al contrario del nostro, che appena eletto, si è dato un gran daffare per sistemare le proprie questioni personali e quelle dei suoi amici. Infischiandosene alla grande delle altre grandi necessità del paese. E se si alza qualche critica, sono solo i-soliti-giornalisti-giudici-comunisti.
Il 8 Novembre 2008 alle 20:39 vincenzoaliascontadino ha scritto:
KOMPAGNUZZI, RIDICOLI SFIORATE TEORIA DI NIETZSCHE?
Imporre la vostra volontà non vi sembra che stessa la teoria del superuomo di Friedrich Nietzsche? In sostanza le vostre idee giuste, quelle d’altri sbagliate, se poi un vostro alleato cambia idea, messo al bando? L’ebbrezza dell’Obamamania con feste e insulti al PPL, ma guardatevi il video del primo incontro di Barak con media di tutto il mondo: fatto? Bene, osservateli vi siete accorgerete che sono tecnici e tutti personaggi conservatori, con un programma e Governo di Centro Destra? Dunque, rassegnatevi ora vi toglietevi le castagne del fuoco tempo giusto per arrostirle e auguri! Ora, se potete, fate i bravi! vincenzoaliasilcontadino@gmail.com Matera
Il 9 Novembre 2008 alle 11:47 La politica estera di Obama. Rassegna stampa. | Bruno Murgia ha scritto:
[...] Obama, la crisi economica e l’Iran. Obame e l’Africa: l’eredità di Bush. [...]
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