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Nei salotti di New York: la rivincita dei liberal chic

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  • Tags: Andrew-Sean-Greer, Dave-Eggers, Elmore-Leonard, Ian-McEwan, Jonathan-Franzen, Maria-Aitken, Natasha-Richardson, Patrick-McGrath, presidenziali-usa-2008, Stati Uniti, Vendela-Vida, Zadie-Smith
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Stati Uniti

Lo scrittore Ian McEwan

Di Silvia Grilli

All’una e mezzo della notte, dopo il discorso vittorioso di Barack Obama, arriva lo scrittore dei Versi satanici Salman Rushdie, seguito da una corte di ragazze: una bionda, una mora, una passatami davanti troppo in fretta per decifrarne il colore. Rushdie sembra passare da party in party, ha l’aria baldanzosa questa volta, non come all’ultima festa, qualche giorno prima, dove era rimasto tre minuti, aveva bevuto un bicchiere di qualcosa e se n’era andato mestamente. “Sono fiero di aver vissuto tanto a lungo da vedere farsi la storia” dice questa notte, spalancando un sorriso che non ha più nulla da spartire con la sua recente vena amara. Siamo a New York, a casa dello scrittore Patrick McGrath e di sua moglie, l’attrice Maria Aitken che recitò in Un pesce di nome Wanda. È la notte del 4 di novembre, la notte in cui il presidente nero Barack Obama ha vinto le elezioni e prenotato per il 20 gennaio il suo ingresso alla Casa Bianca con tutta la famiglia. Siamo a pochi passi da Ground Zero, il palazzo di McGrath è in ristrutturazione come del resto anche gli Stati Uniti d’America, l’appartamento è uno spettacolo ed è il terzo party elettorale estremamente liberal a casa McGrath da tre elezioni di seguito.

La prima volta, otto anni fa, la festa fu sospesa perché, visto quel che accadde, non si sapeva chi avesse vinto e nessuno ovviamente aveva tanta voglia di divertirsi. La seconda volta, quattro anni dopo, la festa fallì tristemente perché la vittoria andò ancora a George W. Bush. Ma dai e ridai, stavolta il party è riuscito a meraviglia. La romanziera Zadie Smith è molto allegra e sempre bella sotto gli occhiali da sole con brillantini con su scritto Obama. Ian McEwan esibisce spilla Obamiana personalizzata fatta da una designer che pare andare assai di moda a Manhattan. L’attrice Natasha Richardson manda sms gloriosi alla mamma Vanessa Redgrave. L’unico non scalfito sembra essere il marito della Richardson, Liam Neeson, ma si sa come sono gli irlandesi, soprattutto se sono delle star: stanno sempre con i Clinton. Patrick McGrath, con un bicchiere di champagne in mano, brinda al viso di Obama vittorioso trasmesso dal canale Msnbc: “È il nostro presidente. Questo è il modo in cui parla il nostro presidente” ripetendo e ripetendo quella parola “presidente” quasi fosse sinceramente stupito pure lui. Andrew Sean Greer, che ha scritto uno dei più bei romanzi degli ultimi anni, Le confessioni di Max Tivoli ha invece un certo ricordo da riesumare per l’occasione: “Nel ‘92, quando vinse Clinton, decisi che dovevo scoparmi un repubblicano. Conservo ancora la sua cintura”. Anche questa sarà una grande notte. L’America dei romanzieri e della Hollywood liberal che da otto anni aspettava la rivincita ce l’ha fatta. Feste scandite da varie gradazioni di ottimismo e di alcol via via che la serata procede: primo bicchiere alle 8 di sera insieme con i primi exit poll, secondo bicchiere alle 9 con Obama che si aggiudica il Minnesota, terzo bicchiere alle 9.30 quando Obama conquista l’Ohio, alle 10.30 più che ottimismo è eccitazione che monta e monta, finché alle 11.05 Msnbc predice che Obama è il presidente. E allora lacrime, lacrime, lacrime di gioia, baci gay, baci etero, baci fraterni, insomma baci di ogni tipo e commenti affascinanti e variopinti. Cose tipo: “A Barack piace Moby Dick, sarà un buon presidente”, oppure: “Obama è andato sulla luna e l’ha toccata”, “Meno male che quella volgare torna in Alaska”. Comunque, appena ci si rende conto realmente di ciò che sta succedendo, una frase ricorre di frequente da un party all’altro, dalla costa est alla costa ovest: “Oh my God, now everything changes in this fucking country (Oh mio Dio, adesso tutto cambia in questo fottuto paese)”. I democratici, si sa, ultimamente non sono abituati a vincere. E quando ce la fanno hanno il complesso della vittoria, vanno nel panico.

Ma cambierà davvero tutto? In provincia stanno sempre più con i piedi per terra che sulle due coste. In Michigan, il Dickens di Detroit Elmore Leonard, riflette: “Nonostante ciò che promette, Obama probabilmente non riuscirà a fare grandi cambiamenti, però sono impressionato. Mai avrei pensato che un presidente nero ce la facesse prima di un presidente donna”. A San Francisco il 4 di novembre si è andati ai party tutti vestiti di blu, il colore dei democratici. Gli scrittori marito e moglie Dave Eggers e Vendela Vida non amano le feste durante la notte elettorale, ma siccome non posseggono un televisore sono dovuti riparare da amici. Però poiché non amano essere disturbati mentre guardano i risultati, sono andati a casa di amici che se n’erano andati a un party. Insomma è un po’ complicata da spiegare, ma alla fine ce l’hanno fatta a vedere la tivù in silenzio. Vendela, che tra un mese darà alla luce il secondo figlio, racconta che per la prima volta da quando è nata, e cioè tre anni fa, oggi la sua primogenita October l’ha sentita pronunciare con orgoglio la parola “Presidente”. “Mi aspetto che con Obama presidente i miei figli siano fieri del proprio Paese” dice Vendela. A New York, in un altro party che fa concorrenza a quello di McGrath, anche il romanziere di Le correzioni Jonathan Franzen è sinceramente innamorato. Guarda il discorso di Obama e dice: “Quello che ammiro particolarmente in questo discorso è la sua promessa di essere onesto sulle difficoltà che affrontiamo. Abbiamo avuto dieci anni di soffocante disonestà e sono eccitato di sapere che qualcuno mi dirà la verità”.

Ma torniamo al party di McGrath. Natasha Richardson è bella, pallida e ha votato alle dieci del mattino sulla 66esima, Upper West Side. L’ultima volta, quattro anni fa, racconta, era andata di un male che peggio non si può. “Mi trovavo in Cina, sono andata a letto festeggiando, mi sono svegliata la mattina dopo che avevamo perso”. Suo marito Liam Neeson è assai più laico, oltre a essere davvero molto sexy: “Diciamo la verità, forse avrei preferito Hillary Clinton, prendevi due al prezzo di uno”. A ogni party elettorale il momento rivelatore è quando parla l’avversario. Se è sconfitto, come in questo caso, il momento è ancora più topico. Le persone si riconoscono da come l’affrontano. C’è chi se la cava e chi no. Ian McEwan se la cava benissimo. Difatti alle 11.30, quando parla McCain, non fa una piega. Dice: “Un buon discorso, un discorso dignitoso, d’altronde doveva farlo”. Anche quando McCain fa riferimento a Sarah Palin non muove un muscolo. Però predice: “C’è da giurare che ce la ritroveremo”. A San Francisco Vendela Vida si preoccupa: “Mi aspetto che la presidenza Obama affronti problemi che sono stati a lungo ignorati, tipo l’economia”. In Michigan Elmore Leonard sostiene che se Obama è diventato presidente bisogna cercare molte delle radici della sua ambizione nella nonna che è morta qualche giorno prima. Uscito dall’altro party newyorkese Jonathan Franzen dice: “George W. Bush e Dick Cheney hanno devastato il Paese e l’hanno lasciato nel disordine più tremendo, ma se qualcuno ci può cavar fuori dal disastro, quell’uomo è Barack Obama”. Al New York Times è pronta la prima pagina. Il presidente di colore questa volta non è la serie televisiva 24. Dal party di McGrath alcuni pensano di trasferire la serata a Harlem. Sono le due di notte, per le strade non c’è più nessuno. È stata una giornata campale. La storia porta un certo peso. Liam Neeson dice: “Non conoscete gli irlandesi, già sostengono che il nuovo presidente Barack Obama sia irlandese. Infatti lo chiamiamo O’Bama alla nostra maniera”. Patrick McGrath non è mai stato così felice come questa notte. Domattina avranno tutti il mal di testa da dopo sbornia di alcol e di emozioni, ma forse Obama riuscirà a guarire pure quello.

  • redazione
  • Domenica 9 Novembre 2008
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