Già il giorno dopo l’elezione di Obama, subito dopo la magica noote del 4 novembre, è iniziata una smobilitazione che si è subito conclusa nel giro di pochi giorni. L’enorme macchina da guerra della campagna Obama for America è durata il tempo di una indimenticabile stagione di attività politica. Già dal 5 novembre era impossibile riuscire a trovare qualcuno ai telefoni dell’head quarter di Obama a Chicago, telefono che prima funzionava fino a notte inoltrata e non ti faceva attendere più di due squilli prima di rispondere “Obama for America” o “Obama press office”.
Ancora più difficile parlare con gli ex portavoce della campagna, prima instancabili parlatori e inseparabili dal loro blackberry che rispondevano alle email in pochi minuti quando non si riusciva a parlare per telefono. Il 5 invece rispondevano con molta tranquillità. Uno dei principali portavoce, Bill Burns, chiariva di non poter parlare più a nome della campagna a causa del contratto scaduto. Lo stesso Axelrod, sparito per due giorni e ricomparso dietro le tende blu della conferenza stampa di Obama dopo l’elezione, ha rifiutato di rispondere a ogni domanda dicendo: “Devo far palare il presidente non è più compito mio parlare ora”. Proprio lui che prima non negava mai una dritta, un’indiscrezione o una risposta a una domanda ben posta. Lo stesso Robert Gibbs, nuovo press manager della Casa Bianca, durante la conferenza non ha potuto fare altro che trincerarsi dietro a un No Comment inaugurando nel peggiore dei modi il suo nuovo e difficile ruolo. No Comment è anche la parola d’ordine che è circolata tra tutti i membri dello staff subito dopo l’elezione del capo, dai senior staff ai volontari che così come sono comparsi sono già spariti senza lasciare traccia negli uffici abbandonati. Da febbraio scorso all’ultimo 4 novembre l’esercito dei volontari è andato crescendo a dismisura, attirando gente da tutto il mondo, tantissimi i giovani europei, e unendo razze età e ceti sociali in un movimento che non si vedeva da anni.
Ma dal giorno del trionfo, ogni rapporto con la campagna è finito, come ci spiega Andrea Liberati, il volontario italiano in Florida per la campagna di Obama che dopo un’estate passato a bussare alle porte dei latinos in nome di Barack tornerà, non senza nostalgia, nella sua Terni, con un sogno realizzato e un libro da far pubblicare: “Tra staffer e volontari il rapporto è, di fatto, terminato nel momento della chiusura dei seggi, quando, ancor prima di piangere per l’emozione di aver sentito anche per un solo secondo il mondo improvvisamente ricongiunto, abbiamo subito chiuso l’ufficio in Miami-Doral, datoci temporaneamente in prestito da una società import-export”.
Giusto il tempo di raccogliere le carte, salutarsi e liberare gli uffici, quasi sempre dati in prestito da imprese private amiche, a volte presi in affitto, ma quasi mai in centro e il più possibile vicino alle zone disagiate dei centri urbani. Solo la Florida, uno degli swinging states che hanno dato la vittoria a Obama e in cui la battaglia è stata più dura, nelle ultime settimane c’erano ben 160.000 volontari. Sia la campagna repubblicana che quella di Obama hanno speso le maggiori energie in questo stato tradizionalmente repubblicano nella parte superiore e più democratico nella parte infieriore della penisola vicino Miami. Ma la campagna di Obama non solo ha schierato negli ultimi dieci giorni Barack Obama, Michelle, Hillary Clinton, Joe Biden, Al Gore e persino Bill Clinton. Ma non ha mollato neanche per un attimo la battaglia del porta a porta (il c.d. canvassing) delle telefonate, degli eventi e dei concerti per portare la gente a votare. La Florida è lo stato in cui la campagna di Obama ha concentrato anche le sue maggiori forze di ruolo: 350 senior staffer, regolarmente assunti e pagati dalla campagna, hanno coordinato il lavoro di 160.000 entusiasti supporter di Barack che si sono dati anima e copro alla causa dell’elezione anche per poche ore al giorno, magari dopo il lavoro.
Molti dei senior staffer venivano da Washington, dove sono tornati a contratto scaduto, e avevano quasi sempre già esperienza in altre campagne politiche a favore del partio dell’asinello, ma se si pensa che il precedente candidato Jonn Kerry aveva mandato in Florida solo trenta dei suoi senior staffer, perdendo, si capisce l’importanza che la campana di Obama ha vouto dare al paese del sunrise. In Florida non si sta mai tranquilli, lo hanno detto tutti i democratici fino alla noia in ogni evento spingendo la gente all’early voting. Sono arrivati per l’election day anche 3000 avvocati a controllare le procedure di voto. E infatti tutto è filato liscio e, anche grazie alle nuove macchine, non si sono ripetuti i disastri, con 27.000 voti annullati, della campagna di Al Gore del 2000. Molti di loro non essendo registrati come avvocati in Florida non potevano legalmente operare, ma costituivano un valido supporto per i dubbi degli elettori, molti, e un deterrente per eventuali brogli. I risultati si sono visti: 4.700.000 elettori registrati per i repubblicani, 400.000 in più di Kerry, un’altissima percentuale di early voters, e la Florida tornata democratica.
- Martedì 11 Novembre 2008

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