
La storia gioca brutti scherzi ai presidenti americani. Nel 2000 George W. Bush fece una campagna elettorale contro l’interventismo dell’amministrazione Clinton in politica estera senza sapere che pochi mesi dopo si sarebbe trovato tra le macerie del World trade center a lanciare una nuova grande guerra, quella contro il terrorismo internazionale. Otto anni dopo sta per entrare alla Casa Bianca un uomo che ha vinto il cuore degli elettori promettendo di ridare agli Stati Uniti il ruolo di guida morale della comunità internazionale e che invece si potrebbe presto trovare a voltare le spalle al mondo.
Le macerie che costringeranno l’America di Barack Obama a tornare a casa sono quelle di Wall Street, a pochi passi da dove si trovavano le Torri gemelle. Alla vigilia del primo vertice dei G20 a Washington è già chiaro che dalla risposta del nuovo presidente alla crisi del credito dipende la sorte della sua amministrazione. Ai 700 miliardi stanziati da Bush per il salvataggio delle istituzioni finanziarie l’America dovrà infatti aggiungere almeno altri 600 miliardi per evitare di precipitare in una nuova Grande depressione. La prima emergenza è aiutare gli americani che stanno per perdere la casa e gli stati che non hanno soldi per gli stipendi dei dipendenti pubblici. Ma subito dopo Obama dovrà varare enormi investimenti nelle infrastrutture per cercare di resuscitare l’economia che per ora si rifiuta di reagire ai continui tentativi di rianimazione.
«Il mondo non è fatto a camere stagne e la situazione economica avrà conseguenze politiche e strategiche» ammonisce Richard Haas, che dirige il prestigioso Council on foreign relations di New York, e che è stato tra i primi osservatori a intuire le ripercussioni che la recessione avrà sulla politica estera di Obama. «Ci saranno pressioni per tagliare i fondi destinati agli aiuti internazionali e alla difesa, se non altro perché si tratta delle poche voci di spesa su cui è possibile intervenire. E si avranno anche spinte protezionistiche, con il risultato che diminuirà la capacità dell’America di fare sentire la propria influenza nel mondo».
Dopo avere pianificato per mesi un ingresso trionfale sulla scena internazionale con la chiusura di Guantanamo, primo atto del promesso rilancio dell’immagine americana, il nuovo presidente al momento è costretto a occuparsi non tanto del ruolo dell’America in Medio Oriente, ma delle macchine di Detroit. Solo pochi mesi fa Obama ci era andato per denunciare la lentezza dell’industria automobilistica nel convertirsi alle nuove tecnologie, ma ora si ritrova a a progettare di premiare questa inefficienza con circa 50 miliardi in aiuti immediati da parte del governo federale. Il nuovo presidente sa bene che neppure questa iniezione di fondi assicura il salvataggio di Ford e General Motors, il cui crollo in Borsa, secondo gli analisti, è il risultato non tanto della crisi del credito, quanto di vent’anni di scelte sbagliate. Ma a costringere Obama a questa scelta è la prospettiva di iniziare la sua presidenza con la disoccupazione ai massimi storici e una rivolta dei deputati democratici che hanno la maggioranza del Congresso.
In America di solito i presidenti inneggiano al protezionismo durante la campagna elettorale e si convertono al libero mercato una volta entrati alla Casa Bianca. Questa volta, secondo molti, l’intervento protezionista nei confronti dell’industria dell’auto è solo l’ultima conferma della diffidenza che Obama nutre nei confronti del libero scambio, una diffidenza che ha portato Gordon Brown a chiedere al nuovo presidente americano di non imbracciare l’arma del protezionismo per reagire alla crisi economica globale. A provare questo nervosismo, nonostante le rassicurazioni di Obama, sono il primo ministro canadese Stephen Harper e il presidente messicano Felipe Calderon, che non possono dimenticare che durante la campagna elettorale il democratico fece capire di volere rinegoziare l’accordo Nafta su nuove basi ambientali e sindacali, di fatto chiudendo le porte alle importazioni Usa dai paesi vicini.
Da senatore Obama ha quasi sempre votato contro gli accordi commerciali internazionali: si è espresso contro il Cafta, l’accordo commerciale centroamericano, e contro simili patti con Colombia e Corea del Sud. Ha invece votato a favore dei dazi sui beni importati dalla Cina, ha appoggiato i sussidi per i produttori americani di etanolo ricavato dal granturco e le tasse sulle importazioni del ben più efficiente etanolo ricavato dallo zucchero.
Nel suo chiudersi a riccio Obama sa di avere dalla sua parte quelli che lo hanno eletto: secondo un recente sondaggio della Pew solo il 35 per cento degli americani considera postivi gli accordi commerciali, mentre il 48 per cento li giudica negativi. Tra di loro ci sono sicuramente i milioni che hanno perso il lavoro a causa dell’outsourcing. «Essere ciecamente a favore del libero scambio non giova a nessuno, anzi provoca il rifiuto della globalizzazione» spiega Austan Goolsbee, il principale consigliere di Obama sulle questioni economiche. «Il presidente intende ascoltare le ansie di chi dal proccesso di apertura dei mercati non ha tratto vantaggio. Non per questo però lo si può definire protezionista: esaminerà gli accordi caso per caso, curandosi solo di tutelare gli interessi degli americani».
Altrettanto pragmatico sarà l’approccio al nuovo gioco che l’America si propone per il Medio Oriente: usare la crisi economica per una politica estera basata sulla collaborazione internazionale. Subito dopo l’insediamento del 20 gennaio Obama intende annunciare il ritiro delle truppe americane dall’Iraq entro i primi 16 mesi della sua presidenza. Ma alcuni di questi soldati potrebbero essere utilizzati in Afghanistan con un obiettivo ben più modesto di quello dell’era Bush: non la costruzione di una democrazia simile a quelle occidentali, ma il semplice raggiungimento della stabilità politica.
Per farlo Obama ha chiesto a Michael Mullen, capo degli stati maggiori, di ridisegnare il campo di battaglia per includere le aree tribali del Pakistan dove Al Qaeda ha costruito la sua nuova base operativa. E intende usare la benevolenza con cui è stato accolto per chiedere agli alleati europei più truppe Nato da affiancare al rinforzato contingente americano. Ma soprattutto Obama intende coinvolgere il governo iraniano e le fazioni talebane disponibili al dialogo in una prima applicazione di quella che il suo principale consigliere nel settore della difesa chiama la «smilitarizzazione della sicurezza nazionale».
Questo consigliere si chiama Richard Danzig: è stato segretario della Marina durante l’amministrazione Clinton ed è tra i principali candidati a sostituire Bob Gates alla guida del Pentagono. Di professione avvocato, Danzig ama le metafore. Per esempio parla spesso della dea Kali, che nella religione hindu incarna la distruzione creativa: «È di questo che abbiamo bisogno analizzando il bilancio della Difesa: un po’ di distruzione creativa per riconoscere quali programmi non vanno perseguiti e quali spese vanno tagliate». Lo scetticismo con cui il nuovo presidente ha parlato dello scudo spaziale in Polonia è quindi solo l’inizio di un disinvestimento più vasto.
Nel mirino dei tagliatori di costi di Obama ci sono anche le armi e i robot del programma Future combat systems, e le commesse per gli aerei F35 e F22 Raptor. Il budget della Difesa resterà probabilmente a 500 miliardi nel 2009 (a cui se ne aggiungono altri 165 in spese supplementari per le guerre in Iraq e in Afghanistan), ma negli anni a seguire verrà certamente tagliato. Lo ha già fatto sapere il congressman democratico Barney Frank, che ha chiesto una decurtazione del 25 per cento, che probabilmente non si discosterà molto dalla realtà.
Dopotutto il Pentagono non dovrà più combattere la guerra al terrorismo bushiana, che secondo Danzig è nata dalla confusione tra un pericolo sopravalutato (quello del jihadismo islamico, che secondo lui è possibile combattere con operazioni di polizia più che a livello militare) e una minaccia reale e terribile (quella che armi di distruzione di massa finiscano nelle mani sbagliate). È soprattutto su quest’ultimo punto che si concentreranno le attenzioni di Obama: «Dobbiamo imparare dai libri di Winnie the Pooh» dice l’amante delle metafore Danzig. «Come lui finora abbiamo sceso le scale rotolando sulla testa. Ma esistono altri modi».
- Sabato 15 Novembre 2008
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