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Salvare Detroit: l’imperativo di Barack Obama

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  • Tags: Barack Obama, Detroit, presidenziali-usa-2008, Stati Uniti
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Salvare Detroit. Perchè così si salva anche il Midwest, una parte della California, il North Carolina. Ma non solo. Salvare la capitale dell’auto americana, salvare le sue società e fabbriche dal fallimento, salvare le migliaia di posti di lavoro della General Motors, della Ford e della Chrysler, significa evitare la scomparsa di altre decine di piccole medie imprese sparse per gli Usa, la perdita di altre migliaia di “jobs” dell’indotto dell’industria automobilistica statunitense. Uno dei simboli, forse il simbolo per eccellenza, dello sviluppo economico dell’America nel Ventesimo Secolo. Per Barack Obama, questo è diventato un imperativo.

Quando le macchine mangiano il lavoro: uno spot GM

Tanto che nella sua prima intervista da Presidente Eletto, il senatore dell’Illinois ha detto che è necessario un piano di intervento per aiutare il gigante più malato, quella General Motors che rischia di fare bancarotta e trascinare nel baratro non solo i suoi dipendenti e le sue famiglie, ma anche una buona fetta dell’economia ‘reale’ statunitense. “Barack Obama si è mostrato consapevole del fatto che il destino di questo Paese è legato al futuro di GM” aveva detto qualche giorno fa Ron Gettelfinger, capo del potente sindacato United Auto Workers. “Cosa farà, quindi?”.

La risposta di Obama è stata chiara. Nell’intervista alla Cbs si è pronunciato a favore di un piano di assistenza a favore del settore dell’auto. Non vuole perdere altro tempo. Non ci sarà da aspettare fino a gennaio, al suo insediamento. I Democratici intendono sfruttare l’onda delle elezioni del 4 novembre e senza attendere che venga inaugurato il nuovo Congresso - dove hanno una netta maggioranza - vogliono fare passare già questa settimana un pacchetto di aiuti di 25 miliardi di dollari al settore automobilistico. Dovranno faticare, perché i Repubblicani sono sotto solo di due voti e hanno la possibilità di bloccare un provvedimento che prevede aiuti federali considerati inutili, se non addirittura dannosi. Le trattative a Capitol Hill vanno avanti da giorni. Il partito di Nancy Pelosi spera di riuscire a convincere almeno un paio di dubbiosi senatori del Grand Old Party a dire sì. Se, alla fine, ci fosse una segnale verde da parte del Senato e della Camera dei Rappresentanti, Obama l’avrebbe avuta vinta anche su George W. Bush. Nel primo - e per ora unico - incontro tra i due nello Studio Ovale, il democratico aveva chiesto al presidente uscente di appoggiare il piano di aiuti, ma il repubblicano aveva risposto picche. Già, aveva spiegato Bush, i colossi dell’auto hanno ricevuto nelle scorse settimane 25 miliardi di dollari per evitare la bancarotta. Di più, non si può fare - aveva aggiunto l’attuale inquilino della Casa Bianca. Si deve fare di tutto per evitare il disastro, aveva ribattuto Obama. Quei soldi erano - e sono - un’iniezione di ossigeno insufficiente, aveva spiegato. Le cifre parlano chiaro e sono spietate. General Motors e Ford, quest’anno, hanno perduto - insieme - almeno 30 miliardi di dollari e le “BigThree”, le tre grandi società, compresa la Chrysler, hanno visto crollare del 21% nello scorso mese le loro vendite sul mercato statunitense.

Le azioni di GM in Borsa sono diventata carta straccia. Se non si interviene, dicono i sindacati, rischiano di rimanere per strada non solo i 240.000 dipendenti delle tre società, ma altre migliaia di persone in tutti gli Stati Uniti: almeno 2 milioni e 300.000 lavoratori, quasi il 2% della forza lavoro nazionale. Le aziende dell’indotto che lavorano con le “BigThree” sono dislocate in tutti gli States. Il Los Angeles Times ha spiegato come dietro la costruzione di ogni singolo modello del pick up F-150 della Ford, dietro le 4.350 parti che la compongono, ci siano almeno 270 ditte e officine distribuite in 25 stati. L’F-150, quest’anno, ha perso appeal; un terzo dei modelli prodotti è andato invenduto. A pagarne le conseguenze non ci sono soltanto i i dipendenti Ford, ma anche i 600 impiegati della Superior Industries International di Van Nuys, in California, che fabbricano le ruote del pick up. O anche i 7600 lavoratori della Deadborn Mich, che animano gli otto impianti distribuiti in otto stati diversi. L’anno scorso, questa società, che è specializzata nelle produzione di componenti in plastica, aveva avuto commesse per un miliardo e mezzo di dollari. Cosa accadrà quest’anno con la crisi del settore auto ? Alla vigilia dello scontro al Congresso, alcuni membri del partito repubblicano accusano i sindacati dell’automobile e i vertici dei tre colossi di avere - di fatto — stipulato un patto, formato una santa alleanza per avere aiuti dal governo federale che poi sprecheranno, butteranno via come - dicono - hanno fatto con i soldi stanziati nelle scorse settimane. Per questo ricordano maliziosamente le cifre sborsate da Ford, General Motors e Chrysler per fare opera di lobbyng proprio a Capitol Hill. Una chiave di lettura che tende a ridurre i rischi di un collasso del settore. Una visione dei fatti rifiutata dai democratici e da Barack Obama. Per lui, salvare Detroit è una priorità.

  • michele.zurleni
  • Martedì 18 Novembre 2008
Guerra in Congo: l’esercito è in rotta »
« Fidel? Sta molto bene e potrebbe tornare al potere a Cuba

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